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Capitolo III

La coscienza di Gesù

La sete di Gesù

L'ultima parola di Gesù

Note

 

2.       La coscienza di Gesù.

 

Il verbo eivdw.j è il participio perfetto del verbo perfetto col significato presente oi=da con il quale il quarto evangelista mette in evidenza la piena consapevolezza di Gesù. Il verbo oi=da significa «conoscere», «sapere» e «percepire»[5]. Esso è usato dal quarto evangelista[6] più di tutti gli altri autori del NT. Nel greco classico è usato col significato di «aver visto»,  «aver percepito» e «aver saputo» (con l’occhio dell’intelletto o con l’occhio della mente)[7]. Esso sta per indicare una conoscenza assoulta ed intuitiva.

 

2.1.             Il signficato del verbo oi=da nel quarto vangelo.

 

Ora vediamo il verbo oi=da, nella sua ricorrenza nel Vangelo di Giovanni. Il verbo è utilizzato con tre significati diversi:

in primo luogo spesso esso è accompagnato da una negazione: ouvk.  L’oggetto di questo verbo è sempre Gesù, la Sua origine divina e la Sua attività e quella del Padre celeste. Soggetto invece sono  Giudei, Farisei, scribi, sacerdoti, le persone singole e  discepoli. In questi passi viene utilizzato con la negazione che indica che la persona di Gesù, la Sua missione terrena, la Sua origine divina e lo scopo della Sua venuta non sono del tutto comprensibili né agli avversari né ai discepoli nonostante la loro intimità con Lui[8]. Per es. nell’episodio della donna Samaritana Gesù fa capire che i discepoli non sono in grado di comprendere quello che Lui vuole fare:

«Io ho un cibo da mangiare che voi non conoscete (oi=da)» (Gv 4,32)

In secondo luogo è impiegato per indicare una conoscenza relativa a un fatto precedente, a un messaggio anteriore, oppure per sottolineare una convinzione personale o per affermare una verità[9]: per es. nelle nozze di Cana i servi che hanno assistito al «segno» di Gesù sapevano da dove venisse il vino. In questo passo la conoscenza di questi servi deriva da un’esperienza precedente quindi non è una conoscenza assoluta:

 

«… mentre lo sapevano (oi=da) i servi che avevano attinto l’acqua»

(Gv 2,9)

 

In terzo luogo il verbo oi=da è usato per sottolineare la piena consapevolezza di Gesù su ciò che sta per fare e tutto ciò che sta per accadere nella Sua vita pubblica fino alla morte e innanzitutto per indicare la Sua padronanza su tutte le cose in tutti i tempi. Si tratta di una conoscenza intuitiva, immediata che non si basa sui fatti precedenti.

Esso è usato per indicare la piena consapevolezza delle azioni di Gesù:

 

«Diceva così per metterlo alla prova: Egli infatti sapeva quello che stava per fare» (Gv 6,6).

 

Il verbo è usato per sottolineare la conoscenza assoluta dei sentimenti e i pensieri degli uomini:

 

«Gesù, sapendo in se stesso che i suoi discepoli mormoravano a proposito di questo ….» (Gv 6,61; Cf  anche 21,25).

 

Tale conoscenza di Gesù è evidente riguardo a colui che l’avrebbe tradito (Gv 6,64; 13,11). Il verbo è usato per indicare la conoscenza assoluta di Gesù sulle Scritture (Gv 7,15).

In modo particolre il verbo oi=da sottolinea coscienza di Gesù dell’ora della Sua passione e morte. La conoscenza intuitiva di Gesù che sia arrivata l’ora della morte è sottolineata dal quarto evangelista nei seguenti passi:

 

«Prima della festa di Pasqua, sapendo Gesù che era venuta la sua ora per passare da questo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Cf  Gv 13,1.3)

 

Con tale conoscenza Gesù si consegna nelle mani dei nemici al momento dell’arresto:

 

«Gesù, sapendo tutto ciò che stava per accadergli, si fece avanti e disse loro…» (18,4). 

 

Nel vangelo di Giovanni troviamo anche un altro verbo ginw,skw[10] per indicare la coscienza di Gesù. Per capire meglio perché l’evangelista ha impiegato eivdw.j e non ginw,skw in Gv 19,28, bisogna analizzare brevemente il significato del verbo ginw,skw per mettere in rilievo qual è la differenza sostanziale fra questi due verbi.

 

2.2.             L’uso del verbo ginw,skw nel vangelo di Giovanni.

 

Per poter capire meglio il significato del verbo oi=da nell’uso giovanneo, è opportuno studiare brevemente anche il verbo ginw,skw (riconoscere, arrivare alla conoscenza)[11] che è utilizzato nel NT ben 222 volte[12]. Nel greco classico, il verbo ginw,skw è utilizzato col significato di «arrivare a conoscere», «imparare a conoscere» e «venire a sapere», che non indica una conoscenza diretta ed assoluta, intuitiva e teorica, ma piuttosto una conoscenza pratica e consequenziale di una ricerca progressiva.  

Anche il quarto evangelista adopera il verbo ginw,skw ben 57 volte[13]. Spesso si parla di una conoscenza che si basa sui fatti precendenti, attraverso i quali si arriva alla conoscenza di qualcuno o di qualcosa come è stato utilizzato nella letteratura greca[14]. Vi portiamo un esempio in cui è molto evidente tale conoscenza: Gesù ha conosciuto Natanaele solo dopo averlo visto sotto il fico :

 

“Natanaele gli domandò “come mi conosci? (po,qen me ginw,skeijÈ)”. Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico» (Gv 1,48).

 

Tale uso corrisponde a quello del greco classico. In questo passo si può capire che Gesù arriva alla conoscenza di Natanaele solo dopo averlo visto sotto il fico. Ma a volte Giovanni lo utilizza anche col significato di una conoscenza assoluta e totale. Lo possiamo cogliere nel seguente passo:

 

«24Gesù però diffidava di loro perché conosceva (ginw,skw) tutti 25 e non aveva bisogno che altri testimoniasse sull’uomo; egli infatti sapeva (ginw,skw) ciò che vi era nell’uomo» (Gv 2,24.25)

 

Qui il verbo ginw,skw indica la conoscenza assoluta ed intuitiva di Gesù riguardo agli altri. Perciò certe volte è difficile distinguere il significato fra il verbo ginw,skw e oi=da, sembrano quasi sinonimi, quando questi vengono usati nella stessa frase o nello stesso contesto (Cf  Gv 7,27; 13,7.11; 14,4-7). 

 

2.3.             Le opinioni degli autori.

 

Per quanto riguarda l’uso nuovotestamentario di questi due verbi (oi=da e ginw,skw) gli studiosi hanno due diverse opinioni: Gli autori recenti (per es. C.K. Barrett, C.H. Dodd, R. Schanckenburg, G. Bonaccorsi, e F. Blass - A. Debrunner) considerano i due verbi (oi=da e ginw,skw) come sinonimi e li usano senza alcuna differenza nell’NT, mentre alcuni commentatori (per es. B.F. Westcott, J.B. Lightfoot, E.A. Abbott, H.B. Swete, E. Lohmeyer, V. Taylor e H. Cremer, I. De La Potterie) e in modo particolare gli esegeti inglesi ritengono che ci sia una certa notevole differenza nel  loro utilizzo.

Ma noi analizzando il significato di ambedue i verbi, possiamo dire che c’è una certa differenza fra  eivdw.j e ginw,skw, a volte sono anche usati come sinonimi, ma l’evangelista riserva il verbo eivdw.j per indicare innanzitutto la piena ed assoluta coscienza di Gesù riguardo alla Sua passione e morte.

 

 

 

 

2.4.             Conclusione.

 

             Alla luce dell’analisi dei verbi eivdw.j e ginw,skw , noi possiamo dire che il verbo nel testo di Gv 19,28 di cui ci occupiamo particolarmente «dopo aver saputo che tutto era portato a compimento», indica la piena consapevolezza di Gesù nel momento della morte. Gesù era consapevole dell’ora della morte (13,1.3), come era cosciente di tutto ciò che stava accadendo nel momento dell’arresto nell’orto (18,4), così Gesù è pienamente cosciente d’aver portato a termine la Sua missione terrena prima di pronunciare «tutto è compiuto».

 

3.         Il signficato dell’aggettivo pa,nta.

 

3.1.             L’aggettivo pa/j nel Nuovo Testamento.

 

Troviamo l’aggettivo pa/j nel quarto vangelo per circa 60 volte. Normalmente questo aggettivo assume vari significati a seconda che sia usato con o senza articolo nell’uso neotestamentario.  Quando è usato con l’articolo, acquista il significato inclusivo. Al singolare significa tutto quanto, tutto intero: «tutta quanta la Giudea» (Mt 3,5); «tutta quanta la verità» (Mt 5,33);  «tutto il giudizio» (Gv 5,22). L’articolo però può mancare sia con i nomi geografici: «tutta quanta Gerusalemme» (Mt 2,3); «tutta quanta casa d’Israele» (At 2,36); sia con i pronomi senza articolo: «tutti noi» (At 2,32). In tale senso acquista anche il  valore distributivo: chiunque, qualunque. Senza l’articolo acquista il significato «elativo» di «tutto», «massimo», «pieno» e «puro»: «piena autorità di Gesù» (Mt 28,18); «con la massima franchezza» (At 4,29); «con tutta la sicurezza» (At 5,23; 17,11; 23,1;24,3)[15].

 

3.2.             L’aggettivo pa/j nel quarto vangelo.

 

L’aggettivo pa/j è utilizzato nel quarto Vangelo sia con l’articolo che senza l’articolo: con l’articolo impiegato per indicare il senso «distributivo» cioè per indicare «ogni uomo», «ogni veniente», «ogni facente», «ciascuno» ed «ognuno»[16]. Ma anche alcune volte è utilizzato nel senso inclusivo per indicare una totalità o una somma di elementi individuali: «tutto il popolo», «tutte le pecore»  e «tutta la verità» (Cf  Gv 8,2; 10,4; 16,12).

Tale aggettivo quando viene impiegato senza articolo in senso «elativo» indica la totalità nella sua massima ampiezza. In tale maniera è stato utilizzato per indicare «tutta la creazione» (Gv 1,3), «tutti gli uomini»[17]. È utilizzato col significato di «tutto quello che è stato dato dal Padre al Figlio» (Gv  3,35;13,3; 17,7.10), e indica anche «tutte le opere del Padre e di Gesù» (Gv 4,45;5,20; 5,22; 15,15; 16,15). E l’aggettivo pa/j è usato per indicare «tutto il potere di Gesù su ogni carne e su ogni cosa», (Gv 17,2);  riguarda a «tutto l’insegnamento dello Spirito Santo e di Gesù» (14,26) e «tutto ciò che riguarda Gesù e la Sua passione e morte» (Gv 10,41; 18,4).

L’aggettivo pa/j nella frase «sapendo che tutto (pa/j) ormai era stato portato a perfezione» (Gv 19,28) indica «tutto ciò che riguarda Gesù e le Sue opere e la Sua missione» e in modo particolare ciò che è descritto in Gv 18,4 dove si afferma che Gesù sapeva già «tutte le cose venienti su di Lui», a riguardo della Sua passione e morte che vengono portati a perfezione in questo momento  culminante della Sua missione (Gv 19,28). Quindi nel momento della morte di Gesù, tutta la Sua missione terrena viene portata a compimento.

 

4.         Il significato del verbo Tete,Lestai .

 

Il verbo tete,lestai perfetto passivo del verbo tele,w, ricorre in tutto il NT circa 28 volte[18]. Negli scritti extrabiblici il verbo tele,w è stato adoperato col significato di «eseguire», «portare a termine» qualche lavoro, «adempiere degli obblighi» ed è usato anche nel senso di «compiere atti di natura religiosa». Anche nei LXX è usato con lo stesso significato (Tob 7,9; 2Mac 4,23; Sir 7,25; 38,27; Rt 3,18; 2 Esd 1,1; Dan 4,33; 2Esd 5,16; 6,15; 16,15; 1Mac 4,51; 13,10; Rt. 2,21; Nm. 25,3.5).

 

4.1.             Il singifcato del verbo tele,w nei sinottici.

 

Nei Vangeli ci si serve del verbo tele,w maggiormente per indicare «la fine»  di una parte dell’attività di Gesù e la morte come il compimento della Sua attività terrena. L’evangelista Matteo lo usa per indicare «il compimento» di una fase dell’attività di Gesù, che è subito seguita da un’altra:

«Quando Gesù ebbe finito (tele,w) questi discorsi (….) fu sceso dal monte, molta folla lo seguiva. Ed ecco venire un lebbroso..» (Mt 7,28);

« Quando Gesù ebbe terminato (tele,w) di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città» (Mt 11,1);

«Terminate (tele,w) queste parabole, Gesù partì di là e venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga..» (Mt 13,53);

«Terminati (tele,w) questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea…. Egli guarì i malati» (Mt 19,1);

«Terminati (tele,w) tutti questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli…» (Mt 26,1).

 

Mentre nel vangelo di Luca il verbo è impiegato per indicare «il compimento» della missione di Gesù in rapporto con la Sua morte e con la quale Gesù porta a perfezione tutta l’opera affidatagli dal Padre e profetizzata nelle scritture[19]: 

«c’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! (tele,w)» (Lc12,50);

 

Gesù annunzia ai suoi discepoli, che Egli, morendo realizza le profezie scritte sul Figlio dell’uomo:

«Ecco, noi andiamo a Gerusalemme, e tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo si compirà (tele,w)» ( Lc 18,31);

«Perché vi dico: deve compiersi (tele,w) in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine » (Lc 22,37).

 

Anche negli Atti degli apostoli Luca utilizza questo verbo per indicare che Gesù compie le scritture attraverso la sua morte:

«Dopo aver compiuto (tele,w) tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce  e lo misero sul sepolcro» (At. 13,29).

 

Ora analizziamo come il quarto evangelista dà un rilievo particolare al verbo tele,w nel suo vangelo.

 

4.2.             Il significato del verbo tele,w nel quarto vangelo.

 

Nel Vangelo di Giovanni questo verbo ricorre solamente due volte (Gv 19,28.30), ed ambedue le volte nella forma del perfetto passivo tete,lestai. In questa forma lo troviamo solo queste due volte in tutto il NT: la prima subito dopo l’episodio dell’affidamento reciproco fra la madre e il discepolo indicato nelle parole del narratore: 

«Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta (tete,lestai)….».

 

La seconda nel v. 30, dove questo verbo non è più usato nel commento dell’evangelista, ma viene detto da Gesù stesso:

«E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: “tutto è compiuto!”» (tete,lestai).

 

Anche il sostantivo te,loj (compimento, termine, fine) che deriva dal verbo tele,w viene impiegato solo una volta in tutto il Vangelo:

«prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1).

 

A differenza degli altri evangelisti, che si sono serviti di  questo verbo durante la vita di Gesù per definire il compimento di una parte della Sua missione, il quarto evangelista lo utilizza solo in questo momento culminante della vita di Gesù dove Egli non può più operare. Giovanni lo impiega alla forma perfetto passivo, ciò potrebbe indicare che l’azione che è iniziata nel passato, viene portata a termine in questo preciso momento ma gli effetti di tale azione permangono nel tempo. Alla luce di tale significato lessicale, Giovanni vuole dire che la missione di Gesù che era iniziata con l’incarnazione, viene portata a termine attraverso la morte sul Calvario ma gli effetti di questo compimento permangono nel tempo.

Ora esaminiamo qual’ è il significato del verbo teleio,w.

 

5.         Il signficato del verbo  teleio,w nel NT.

 

Il verbo teleiwqh[20]/, aoristo passivo del verbo teleio,w è utilizzato con il significato di «terminare», «concludere» un tempo particolare ( Lc 2,43),  col significato di portare a compimento la propria missione (Lc 13, 32; At. 20,24), di raggiungere la perfezione (Fil 3,12). Invece l’autore della lettera agli Ebrei ha adoperato il verbo  col senso di «portare alla perfezione», non mediante la legge, ma solo mediante Gesù Cristo, perché essendo Egli l’unico perfetto, può portare alla perfezione tutti gli uomini (Eb 2,10; 5,9; 7,19.28; 9,9; 10,1.14; 11,40; 12,23). Anche Giacomo utilizza il verbo col senso di «diventare perfetti» (Gc 2,22). Nella prima lettera, Giovanni impiega il verbo per indicare la «perfezione», ciò avviene solo se i credenti mettono in pratica l’amore di Dio (Cf  1Gv 2,5; 4,12.17.18).

 

 

5.1.             Il significato del verbo teleio,w nel quarto vangelo.

 

                        Nel quarto Vangelo l’autore utilizza teleio,w per sottolineare la missione di Gesù attraverso la quale Egli porta a compimento e a perfezione l’opera del Padre. Quasi sempre questo verbo è stato utilizzato in rapporto con le opere del Padre (Cf  Gv 4,34; 5,36; 17,4). Lo possiamo notare nei seguenti passi:

 

«Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere (teleio,w) la sua opera» (Gv 4,34 Cf  anche Gv 5,36; 17,4).

“Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo (teleio,w) l’opera che mi hai dato da fare” (Gv 17,4). 

 

Alla luce di questi passi possiamo dire che nel quarto vangelo v’è uno stretto rapporto fra il verbo teleio,w e e;rgon (l’opera). Mentre nel v.28 non troviamo il termine e;rgon. Allora perché l’evangelista ha usato il verbo  teleio,w nel momento della morte di Gesù? Per capire il vero significato del verbo teleio,w  nel v.28 dobbiamo vedere brevemente il significato del verbo plhro,w.

Nel quarto vangelo quando l’evangelista vuole dire l’adempiemtno della Scrittura, impiega il verbo plhro,w che significa «riempire», «colmare», «compiere», «adempiere» e «realizzare», spesso è impiegato per indicare l’adempimento della Scrittura o un detto di Gesù (Gv 12,38; 13,18; 15,26; 17,12; 18,9; 18,32; 19,24; 19,36).

In Gv 19,28, invece l’autore sostituendo l’espressione i[na h` grafh. plhrwqh/|\ all’espressione i[na teleiwqh/| h` grafh,( forse vorrebbe evidenziare il concetto dell’adempimento della Scrittura diversamente dal resto del Vangelo. Secondo il quarto evangelista al momento culminante della missione, Gesù non adempie una particolare citazione dell’AT ma porta a perfezione tutta l’opera che il Padre gli aveva affidato.

 

5.2.             Conclusione.

 

Alla luce della ricorrenza di questi verbi (tele,w, teleio,w e plhro,w), che abbiamo analizzato, si può notare una sostanziale differenza fra essi, anche se i verbi tele,w, teleio,w stanno per indicare  «compimento». Il primo (tele,w) è utilizzato solo in questo contesto, quindi l’evangelista riserva un significato specifico e cioè mette in evidenza in modo singolare la perfezione di tutta la missione mediante la morte di Gesù, mentre il secondo verbo (teleio,w) rileva uno stretto rapporto con il compimento delle opere del Padre. L’utilizzo di questi due verbi nel v.28 potrebbe indicare che Gesù portando a compimento (tele,w) tutta la Sua missione,  adempie perfettamente (teleio,w) l’opera che il Padre gli aveva affidato.

 

6.         La congiunzione i[na finale.

 

Nel quarto vangelo la congiunzione i[na ricorre 145 volte e 26 volte nelle lettere giovannee[21]. L’uso di tale congiunzione in rapporto con l’adempimento della Scrittura la troviamo anche in alcuni passi dove viene accompagnata spesso da una citazione biblica, ed è usata in senso consecutivo (Gv 12,38; 13,18; 15,25;17,12; 18,9;18,32; 19,24 19,36). In questi passi la congiunzione finale si riferisce all’adempimento   della citazione biblica che segue ad essa. 

Ma in Gv 19,28 la congiunzione è usata  in senso finale, a differenza degli altri testi su indicati, cioè non giustifica la realizzazione di una particolare citazione biblica riguardo alle parole di Gesù: «ho sete!», ma trae la conclusione di ciò che è stato detto precedentemente cioè «affichè si compisse la Scrittura» e si lega con il versetto precedente «sapendo che ormai tutto era stato portato a compimento»[22]. Tale senso va chiarito analizzando il singnificato dell’avverbio h;dh e il rapporto fra h;dh  e i[na.

 

6.1.             L’avverbio «già»  (h;dh) nel NT.

 

L’avverbio h;dh ricorre 62x in tutto  il NT ed è tradotta in italiano con i termini «ormai», «già» ed «ora». Nel vangelo di Giovanni esso ricorre ben 31x. Spesso ha valore temporale (Gv 4,35.51; 5,6; 6,17; 7,14; 11,17.39; 21,4.14), a volte ha il senso di «un’immediatezza logica», per indicare il risultato di una circostanza precedente:

 

«chi crede in Lui non è condannato; ma chi non crede è già (h;dh) stato condannato» (Gv 3,18);

«voi siete già (h;dh) mondi, per la parola che vi ho annunziato» (Gv 15,3);

 

Perciò l’avverbio h;dh nel nostro passo, «dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai (h;dh) compiuta» (Gv 19,28), ha il senso di «immediatezza logica», cioè è usato in rapporto con l’espressione meta. tou/to. Tale espressione, come abbiamo già visto all’inizio di questo capitolo, mette in stretto rapporto l’episodio della morte di Gesù e quello relativo all’affidamento reciproco fra la madre di Gesù e il discepolo amato, dopo il quale Egli è consapevole che «tutte le cose erano state già adempiute».

 

6.2.             Rapporto fra h;dh e  i[na nel quarto vangelo .

 

A volte l’avverbio h;dh è usato in stretto rapporto con la congiunzione i[na :

 

«Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già (h;dh) stabilito affinché (i[na) se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga» (Gv 9,22).

 

In Gv 9,22 l’espulsione dalla sinagoga indica un’azione che è la conseguenza dell’accordo fra i Giudei. Ciò indica un’azione precedente che prevede un’altra azione seguente. 

Vediamo anche in Gv 13,2 lo stesso rapporto consequenziale fra h;dh e i[na .

 

«durante la cena, quando il diavolo aveva già (h;dh) posto in animo a Giuda di Simone Iscariota di  (i[na) tradirlo». (Gv 13,2)

 

Anche nel nostro passo (Gv 19,28), esiste tale rapporto fra h;dh e i[na:

 

«Gesù, sapendo che tutte le cose erano già (h;dh) compiute, affinché (i[na) si compisse la Scrittura». 

 

Nel contesto della morte di Gesù (Gv 19,28-30) l’avverbio h;dh, da un lato, indica una conseguenza di un fatto precedente, e va interpretato in rapporto con l’episodio del reciproco affidamento fra la madre di Gesù e il discepolo amato (Gv 19,25-27). Dall’altro lato si deve considerare l’avverbio (h;dh) in collegamento con la congiunzione finale seguente i[na del versetto «affinché (i[na) si compisse la Scrittura». Per capire meglio il significato della locuzione «affinché compisse la Scrittura», analizziamo l’uso dell’espressione h` grafh..

 

7.       Il significato dell’espressione h` grafh.[23].

 

In tutto il NT h` grafh. ricorre ben 50 volte, sia al plurale[24] che al singolare[25]. Quando viene usata alla forma plurale, si vuol intendere  l’insieme dell’AT. Per es:

 

«Gesù rispose: «Siete in errore, poiché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio» (Mt 22,29);

 

            se invece è adoperata al singolare, è accompagnata con una citazione particolare dell’AT. Per es:

 

«Non avete letto questo passo della Scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata pietra angolare…» (Mc 12,10 cfr. Sal 118,22).

 

D’altra parte vi sono anche alcune eccezioni in cui è molto difficile cogliere tale netta differenza:

 

«Gesù disse loro: Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno rifiutata è diventata pietra angolare; ciò è stato fatto dal Signore, ed è cosa meravigliosa agli occhi nostri?» (Mt 21,42).

 

            In questo passo la locuzione h` grafh al plurale è usata per indicare un riferimento specifico all’AT. Qualche volta è impiegata al singolare non per evidenziare una profezia particolare veterotestamentaria, ma la totalità dell’AT. Per es:

 

«Infatti tutto quanto è stato scritto prima, è stato scritto per nostro ammaestramento, in modo che per mezzo della costanza e della consolazione che ci vengono dalla Scrittura, noi abbiamo la speranza» (Rm 15,4).

 

7.1.             Il significato dell’espressione  h` grafh. in Giovanni.

 

Anche il quarto evangelista impiega h` grafh.  ben 12 volte, ma quasi sempre al singolare, qualche volta per indicare in senso generale tutto l’AT:

 

«Se ha detto dèi coloro cui fu rivolta la parola di Dio, e la Scrittura non si può abolire..» (Gv 10,35).

 

A volte è adoperata in stretta relazione con la morte e risurrezione di Gesù:

 

«Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo; e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta». (Gv 2,22)

 

«Non avevano infatti ancora capito la Scrittura: che egli doveva risuscitare dai morti.» (Gv 20,9);

 

le altre per indicare uno specifico richiamo veterotestamentario:

 

«Colui che crede in me, come disse la Scrittura: Dal suo ventre sgorgheranno fiumi di acqua viva» (Gv 7,38).

«Non dice la Scrittura che il Cristo viene dalla stirpe di Davide e dal villaggio di Betlemme dove viveva Davide?» (Gv 7,42).

 

L’evangelista mette in evidenza, per mezzo del sintagma «affinché si compisse la Scrittura», che si sta adempiendo una profezia riguardo a Gesù e al tradimento di Giuda:

 

«Non parlo per tutti voi: io conosco chi ho scelto; ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane, ha levato contro di me il suo calcagno» (Gv 13,18 cf 41,10).

 

«Dissero dunque fra di loro: Non dividiamola, ma tiriamo a sorte di chi sarà. È così che si compì la Scrittura che aveva detto: Si sono spartite fra loro le mie vesti e per il mio vestito hanno tirato la sorte» (Gv 19,24 cf Sal 21,19).

 

«Questo avvenne infatti affinché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso» (Gv 19,36 Cf 34,21; Es 12,46; Zc 12,10).

 

Ora ci poniamo la domanda: in Gv 19,28 l’espressione «affinché si compisse la Scrittura» si riferisce ad una citazione particolare oppure la realizzazione di tutto ciò che riguarda Gesù? Abbiamo già spiegato precedentemente che Giovanni, quando vuole comunicare ai lettori l’«adempimento di una particolare citazione», utilizza  plhro,w mentre solo in Gv 19,28 impiega teleio,w, che spesso indica il «compimento delle opere del Padre». Alla luce di tale differenza, è possibile che il quarto evangelista voglia dire ai lettori che Gesù, prima di morire, avendo portato a perfezione tutta l’opera del Padre, ha adempiuto tutta la Scrittura. 

 

Continua : La sete di Gesù