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Capitolo III

La coscienza di Gesù

La sete di Gesù

L'ultima parola di Gesù

Note

 

8.       La sete di Gesù.

 

8.1.             Il significato del verbo diya,w nella Bibbia.

 

Il verbo diya,w,  impiegato in tutto il NT 16 volte (5x in Mt; 6x in Gv; 3x in Ap; 1x in Rm e 1x in 1 Cor), significa «avere sete» ed «essere assetato». Esso è  utilizzato sia nel senso letterale, cioè «avere sete fisica», sia  nel senso traslato cioè «sentire la mancanza» di qualcosa e «aspirare intensamente ad un bene spirituale, senza il quale non si può vivere»[26].

 Anche nei LXX è stato usato 35 volte (1x in Es; 2 x in Gdc; 1 x in Rt; 1x in Gdt; 3x nei Sal; 3x nei Pro; 3x in Gb; 2x in Sap; 3x in Sir; 15x in Is e 1x in Ger) in entrambi i modi su indicati ( e cioè sia nel senso letterale[27]  che figurato[28]). 

Gli autori del NT si servono di tale verbo con significati diversi: l’evangelista Mt lo usa una volta nelle beatitudini in senso figurato cioè avere sete di giustizia:

 

“Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,

perché saranno saziati” (Mt 5,6)

 

Le altre volte viene adoperato in senso reale[29]:

 

“ho avuto fame e mi avete dato da mangiare,

 ho avuto sete e mi avete dato da bere” (Mt 25,35 e Cf  i vv. 37.42.44).

 

8.2.             L’uso giovanneo del verbo diya,w.

 

Nel quarto vangelo e negli altri scritti giovannei il significato del verbo diya,w è ben diverso da quello degli altri evangelisti. Spesso Giovanni, servendosi  dell’immagine della «sete fisica», vuole indicare un dono più grande di essa. Tale verbo ricorre due volte nell’episodio della Samaritana (Gv 4,14.15) in cui Gesù chiede alla donna «dammi da bere!». In questo contesto, presentandosi nell’ora più calda e precisamente «verso mezzogiorno» come un uomo «stanco del viaggio» presupponeva, sicuramente, che avesse una grande «sete» da placare. Notiamo che le parole di Gesù: «dammi da bere!», non corrispondono al verbo «avere sete», come vediamo in Gv 19,28, ma la sete di Gesù è, in qualche maniera, sottintesa attraverso la Sua richiesta. Seguendo il racconto della Samaritana, i lettori possono capire che Gesù non intende solamente «sete fisica», ma, attraverso tale sete Gesù vuole donare qualcosa agli uomini con il dono dell’acqua viva.  È Lui stesso il donatore di tale acqua che conduce alla vita eterna:

 

«Rispose Gesù: “chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».  (Gv 4,14).

 

Ma la Samaritana, non capendo tale allusione di Gesù, chiede a Gesù l’acqua per non aver più la sete fisica, per evitare di venire al pozzo:

 

«“Signore!” gli disse la donna, “dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua» (Gv 4,15)

 

In un altro passo l’evangelista Giovanni usa il verbo diya,w in senso figurato facendo allusione al dono dello Spirito Santo:

 

«Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: “Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me. Come dice la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal Suo seno”. Questo Egli disse riferendosi allo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato». (Gv 7,37-39).

 

            Giovanni anticipa già in questo passo (Gv 7,37-39), mediante l’indicazione della sete, il tema dell’acqua viva, la promessa dello Spirito Santo,  che verrà dato da Gesù glorificato. Troviamo anche nel libro dell’Apocalisse tale rapporto fra la sete e l’acqua viva (Ap 21,6; 22,17):

 

«A colui che ha sete darò acqua della fonte della vita» (Ap 21,6)

«chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita»

(Ap 22,17)

 

Sia in Gv 7,37-39 che in Ap 21,6; 22,17 non si parla della sete fisica di Gesù, ma il verbo diya,w è utilizzato per indicare la sete umana e va interpretato in senso figurato, cioè «aspirare intensamente ad un bene spirituale, senza il quale non si può vivere» e il cui donatore è Gesù, Dio e l’agnello (Gv 4,14; 7,37-39; Ap 21,6; 22,17). In Gv 4,14-15 e 19,28, invece si parla della «sete effettiva di Gesù». Nell’episodio della Samaritana, l’autore fa comprendere che il senso della sete di Gesù, è quello di donare l’acqua viva che disseta per sempre. Nel contesto della morte di Gesù (Gv 19,28) non troviamo nessuna chiara allusione dell’autore riguardo all’oggetto della sete di Gesù morente, come nell’episodio della donna Samaritana (Gv 4,14-15). Innanzitutto diya,w, mette in evidenza la «sete reale» di Gesù morente. Inoltre alla luce dell’episodio della Samaritana (Gv 4,14-15), non si può escludere il senso figurato di tale sete.

Dopo aver analizzato ed approfondito la piena consapevolezza di Gesù d’aver portato a termine (v.28) completamente la Sua missione prima della Sua morte (v.30), nel versetto centrale (v.29) Giovanni fa una lunga descrizione della scena: «Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca». Qui il quarto evangelista porta diversi elementi letterari, che hanno bisogno di essere interpretati alla luce dei riferimenti biblici. Tale terminologia infatti è usata raramente dall’autore del quarto vangelo.

 

9.         Un vaso sotto la croce.

 

In tutto il vangelo di Giovanni il termine skeu/oj si trova solo in Gv 19,29. L’autore introduce il versetto centrale menzionando un «vaso pieno d’aceto». Il significato di tale termine si può capire solamente se consideriamo il suo uso in tutta la Bibbia.

 

 

 

 

9.1.              L’uso del  vaso nei LXX.

 

Il termine skeu/oj si trova nei LXX circa 310 volte col significato di: oggetti preziosi d’oro e d’argento[30], suppellettili o arredamenti[31], proprietà personale[32], oggetto utilizzato in rapporto con l’aspersione o nel rito del sacrificio espiatorio[33], nel senso di vaso[34]. È anche usato per indicare oggetti sacri e cultuali[35], in relazione al rito della purificazione[36]. È impiegato anche per indicare oggetti in generale[37], in particolare un oggetto che causa la morte di una persona[38]. Il termine è anche usato per connotare l’armatura della battaglia[39], gli strumenti musicali (Sal 70,22), rappresenta gli indumenti (Dt 22,5), i bagagli (1Sam 10,22; Ger 26,19; Ez 12,3.4.7), il vaso che serve per bere (Rt 2,9; 2Cro 9,20; Dn 5,2).  Quindi nell’AT  il termine skeu/oj è riferito a oggetti di ogni genere.

 

 

 

9.2.              Il significato di skeu/oj nel NT.

 

Poche volte i sinottici[40] lo impiegano, ma con lo stesso significato dei LXX. Nel resto del NT è usato più che altro in senso antropologico[41], cioè sta ad indicare l’uomo in quanto «strumento di Dio» o «vaso di elezione»:

 

«Il Signore gli disse: «Va' , poiché egli è uno strumento (skeu/oj evklogh/j = un vaso di elezione) che io mi sono scelto per portare il mio nome davanti ai pagani, ai re e ai figli d' Israele» (At 9,15).

 

 Paolo utilizza l’immagine del vaso per parlare degli uomini che sono stati plasmati dal vasaio, che è Dio:

 

«O uomo, tu chi sei per disputare con Dio? Oserà forse dire il vaso (skeu/oj) plasmato a colui che lo plasmò … forse il vasaio non è padrone dell’argilla, per fare con la medesima pasta un vaso (skeu/oj) per uso nobile o uno per uso volgare?» ( Rm 9,21-23)

 

Il termine è utilizzato per indicare il corpo umano:

 

«però noi abbiamo questo tesoro in vasi (skeu/oj) di creta, perché la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi» (2Cor 4,7)

«che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo (skeu/oj) umano» (1Ts 4,4)

 

Nella prima lettera di Pietro è utilizzato nel senso del corpo femminile:

 

« E ugualmente voi, mariti, trattate con riguardo le vostre mogli, perché il loro corpo (skeu/oj) è più debole, e rendete loro onore perché partecipano con voi della grazia della vita» (1Pt 3,7).

 

9.3.              Rapporto fra l’AT e Giovanni.

 

Nell’AT troviamo un passo molto vicino al nostro testo, il quale prevede l’utilizzo di un vaso e un ramo d’issopo per spruzzare l’acqua sulle persone impure onde purificarle:

 

«per colui che sarà divenuto immondo si prenderà la cenere della vittima bruciata per l’espiazione e vi si verserà sopra l’acqua viva in un vaso; poi un uomo mondo prenderà issopo, lo intingerà nell’acqua e ne spruzzerà la tenda, tutti gli arredi e tutte le persone che vi stanno e colui che ha toccato l’osso o l’ucciso o chi è morto di morte naturale o il sepolcro» (Nm 19,17-18).

 

Se noi leggiamo il nostro testo Gv 19,29 alla luce di quanto riportato, risulta più facile comprendere la presenza di un vaso sotto la croce che, secondo la legge giudaica, è legata all’ambito dei riti della purificazione.  In Gv 19,29 il vaso, non serve solamente per contenere l’aceto per placare la sete dei crocifissi ma,  potrebbe anche essere un simbolo dei riti della purificazione[42].

 

9.4.             Il significato di un vaso sotto la croce in Gv 19,29.

 

In conclusione in Gv 19,29 il termine vaso è usato, innanzitutto, per indicare un oggetto di uso comune. Solo il quarto evangelista, a differenza degli altri ritiene necessario indicare la presenza di questo «vaso pieno d’aceto», al momento della morte di Gesù. Tale  «vaso pieno d’aceto» era deposto sotto la croce per utilità del crocifisso in caso di necessità[43]. Facendo tale affermazione Giovanni non vuole solamente mettere in rilievo che Gesù avesse bisogno d’aceto che stava in quel vaso, ma vuole presentare la scena della morte di Gesù, facendo allusione ai riti della purificazione come descritto dai LXX.

 

10.     L’aceto.

 

            L’aceto (o;xoj), preparato in un recipiente, è la bevanda popolare, vino inacidito con un grado di acidità piuttosto forte, oppure «aceto» annacquato, una bevanda rinfrescante assai diffusa, che veniva dato ai lavoratori e ai soldati per togliere la sete e per rinfrescare[44].

 

10.1.           L’uso dell’aceto nei LXX

 

Nel greco dei LXX o;xoj è stato usato 5 volte. In Nm 6,3, è utilizzato in senso neutro, e tale termine indica una bevanda proibita a coloro che si consacrano al Signore col voto di nazireato:

 

«si asterrà dal vino e dalle bevande inebrianti (o;xoj); non berrà liquori tratti dall’uva e non mangerà uva, né fresca né secca». (Nm 6,3)

 

In Rt 2,14 è adoperato in senso positivo, quando Booz invita Rut ad intingere nell’aceto il boccone  di cui anch’essa si era saziata:

 

«Poi, al momento del pasto, Booz le disse: “Vieni, mangia il pane e intingi il boccone nell’aceto (o;xoj)». (Rt 2,14)

 

Sia in Nm 6,3 che in Rt 2,14 l’aceto va inteso come una bevanda desiderabile, nell’uso comune, da tutti, quindi non non è considerata con un significato ostile o negativo.

Invece, nel Sal 69,22 il termine o;xoj è stato utilizzato in un contesto di sofferenza, che il salmista ha provato, causata dall’offerta di questa bevanda:

 

«Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato aceto». (Sal 69,22)

 

 

10.2.          L’uso dell’aceto nel NT.

                    

                     Nel NT il termine  o;xoj ricorre 6 volte; lo troviamo unicamente nei vangeli (Mt 27,48; Mc 15,36; Lc 23,36 e Gv 19,29.30) e solo nella scena della crocifissione.  Nel vangelo di Matteo e Marco l’aceto è usato come una seconda bevanda offerta a Gesù senza che Egli manifestasse la Sua sete. Gli evangelisti Matteo e Marco dicono esplicitamente che la prima bevanda, vino mescolato con fiele e mirra[45],  offerta a Gesù dai soldati, è rifiutata da Gesù:

 

«Gli diedero da bere vino mescolato con fiele, ma egli assaggiatolo, non ne volle bere» (Mt 27,34)

«Gli offrirono vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese» (Mc 15,23).

 

In essi troviamo anche una seconda bevanda (aceto) offerta a Gesù ma non dicono esplicitamente se Gesù l’abbia preso o no. E anche non dicono che i soldati lo abbiano offerto per offendere Gesù, anzì potrebbe essere un gesto di pietà nei Suoi confronti:

 

«E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevuta di aceto (o;xoj), la fissò su una canna e così gli dava da bere» (Mt 27,48)

 

«Uno corse a inzuppare di aceto (o;xoj) una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere.»(Mc 15,36)

 

L’evangelista Luca, invece come Giovanni, dice che solo una volta viene offerto a Gesù da bere, e precisamente l’aceto, ma l’offerta di tale bevanda avviene non al momento della morte di Gesù, ma a quello della crocifissione. Luca però, a differenza di Giovanni, la pone nel contesto degli scherni fatti dai soldati:

 

«anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto (o;xoj) ….» (Lc 23,36)

 

10.3.           Il significato dell’offerta dell’aceto nel vangelo di Giovanni.

 

Nel contesto giovanneo della morte di Gesù (Gv 19,28-30) il termine o;xoj ricorre ben 3 volte. Alla luce dell’interpretazione dell’offerta dell’aceto sia nell’AT che nel NT, in Gv 19,29 tale offerta  non dovrebbe essere intesa come un gesto d’offesa a Gesù; sia perché la bevanda era usata comunemente dai soldati e dai lavoratori e sia  anche perché tale bevanda era utilizzata per lenire i dolori e la sofferenza fisica, causata dai gesti brutali e l’inchiodatura da parte degli esecutori[46].

In Gv 19,28-30 non troviamo nessun accenno all’insulto o allo scherno né ostilità nei confronti di Gesù morente. Il gesto dell’offerta dell’aceto, può essere quindi interpretato come un esaudimento alla richiesta di Gesù.

In conclusione possiamo dire che il termine o;xoj non è usato solo da Giovanni, si trova anche nei sinottici nella scena della crocifissione. Ma egli collocando la menzione di tale bevanda tra la richiesta esplicita di Gesù «ho sete!» e il Suo effettivo atto di bere «allora prese l’aceto», dà un rilievo particolare ed esso più dei sinottici.

 

10.     L’issopo.

 

Quasi tutti gli autori sostengono che l’issopo, come è stato descritto nella Bibbia, è una pianticella a cespuglio che può crescere nelle fenditure dei muri (1Re 4,33). È  una pianta leggera,  molto fragile e sottile che cresce nelle crepe dei muri (1Re 5,13)

 

10.1.          L’issopo nei LXX.

 

Nei LXX u[sswpoj è utilizzato 10 volte. In Es 12,22 u[sswpoj è menzionato per aspergere il sangue dell’agnello su Israele e sulle loro case durante i riti della Pasqua:

 

«Prenderete un fascio d’issopo, lo intingerete nel sangue che sarà nel catino e spruzzerete l’architrave degli stipiti con il sangue del catino. Nessuno di voi uscirà dalla porta della sua casa fino al mattino» (Es 12,22).

 

Nel libro del Levitico è usato nel rito espiatorio per mondare dalla lebbra (Lv 14,4.6.49.51.52); nel rito della preparazione dell’acqua di purificazione (Nm 19,6), ed anche nel rito della purificazione della casa o dei familiari, che sono contaminati nel caso della morte di una persona:

 

«poi un uomo mondo prenderà l’ issopo, lo intingerà nell’acqua e ne spruzzerà la tenda, tutti gli arredi e tutte le persone e colui che ha toccato l’osso o l’ucciso o chi è morto di morte naturale o il sepolcro» (Nm 19,18).

 

Anche nel Sal 50,9 il termine indica, nel contesto della purificazione,  un mezzo con cui si può essere mondato dai peccati:

 

«purificami con l’issopo e sarò mondato; lavami e sarò più bianco della neve» (Sal 50,9).

 

Esaminando quindi l’uso anticotestamentario dell’issopo, si può notare che spesso è utilizzato durante le aspersioni rituali (Cf  anche Es 12,22; Lv 14,4; Nm 19,18; Sal 50,1).

 

10.2.          Il significato dell’uso dell’issopo in Gv 19,29.

 

In tutto il NT il termine u[sswpoj si trova solo due volte: una in Gv 19,29, è usato per reggere la spugna piena d’aceto, che deve arrivare fino alla bocca di Gesù,  e l’altra nella lettera agli Ebrei (Eb 9,19) in cui l’autore riprendendo il passo dell’Es 24,8 utilizza il termine u[sswpoj in relazione al rito dell’aspersione del sangue dei vitelli e dei capri sul popolo[47]:

 

«Infatti dopo che Mosè ebbe proclamato a tutto il popolo ogni comandamento secondo la legge, preso il sangue dei vitelli e dei capri con acqua, lana scarlatta e issopo, ne asperse il libro stesso e tutto il popolo» (Eb 9,19).

 

A livello pratico, l’uso di uno ramoscello d’issopo per porgere una spugna imbevuta d’aceto da avvicinare alla bocca, non è credibile, perché esso è molto fragile e sottile[48]. Quindi non ci convince molto la descrizione fatta in Gv 19,29. 

Alla luce dell’AT, l’uso dell’issopo acquista, nella scena della morte di Gesù, un significato simbolico. Naturalmente c’è una differenza tra l’usare l’issopo per spruzzare sangue, e l’usare l’issopo per reggere una spugna imbevuta d’aceto. E dall’altra parte è difficile applicare al simbolismo una logica rigorosa[49].  È possibile che l’evangelista, mediante il simbolismo dell’issopo,  voglia sottolineare che la morte di Gesù ha a che fare con l’uccisione degli agnelli il cui sangue è asperso dall’issopo per la salvezza del popolo israelita.  Approfondiremo meglio nel capitolo seguente tale prospettiva.

 

11.     Gli offerenti dell’aceto.

 

11.1.          L’uso del verbo prosfe,rw nel NT.

 

Il verbo prosfe,rw è utilizzato raramente dal quarto evangelista. Lo troviamo solo due volte in tutto il vangelo (Gv16,2; 19,29). In Gv 16,2 è adoperato per indicare il gesto di «offrire i doni nel culto di Dio». Nel resto di tutto il NT lo troviamo però ben 47x. Spesso è adoperato col significato di «offrire i doni» nel culto, nel contesto liturgico e nel rito della purificazione[50] e nel senso di «portare» o «presentare» in riferimento agli ammalati o ai bambini presentati a Gesù per ricevere la guarigione e la benedizione[51]. Lo troviamo anche nella lettera agli Ebrei per indicare il sacrificio di Gesù sulla croce[52].

 

11.2.          Gli offerenti dell’aceto in Gv 19,29.

 

Il verbo prosfe,rw è stato utilizzato per indicare il gesto di coloro che offrono l’aceto a Gesù sulla croce. Tale verbo è impiegato in senso «impersonale» alla terza persona plurale, cioè Giovanni non dice esplicitamente chi siano coloro che l’offrono. Va notato che nella scena della morte di Gesù nel vangelo di Giovanni, il gruppo delle donne e il discepolo amato, non «stavano lontano per guardarlo» (Cf  Mc 15,40; Mt 27,55), ma sono presenti sotto la croce in stretto rapporto con Gesù morente come vediamo nell’episodio precedente (Gv 19,25-27) relativa alla morte di Gesù. Normalmente, l’aceto viene offerto a colui che è crocifisso, con lo scopo di sollevarlo dai dolori e dalle sofferenze fisiche causate da tale esecuzione crudele e per spegnere la sete[53]. Questi elementi su indicati non escludono che poteva essere anche il gruppo delle donne e il discepolo amato ad offrire l’aceto a Gesù morente[54].

 

 

11.3.          Gli offerenti dell’aceto nei sinottici.

 

L’evangelista Luca, dice esplicitamente che sono i soldati ad offrire l’aceto, impiega il verbo prosfe,rw. Sappiamo che il gesto dell’offerta dell’aceto è in relazione con gli scherni e gli insulti fatti da essi nei confronti di Gesù:

 

«il popolo stava a vedere (….), i capi invece lo schernivano (….). Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli (prosfe,rw) dell’aceto..» (Cf  Lc 23,35-37)

 

Gli evangelisti Matteo e Marco non menzionano esplicitamente chi siano coloro che offrono l’aceto a Gesù[55]. Il soggetto di tale gesto è però una persona sola, che appartiene al gruppo che è presente sotto la croce (Cf  Mc 15,31; Mt 27,48-49).

 

«Alcuni dei presenti, udito ciò dicevano: “Ecco, chiama Elia!”. Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, posta su una canna, gli dava da bere, dicendo …» (Cf  Mc 15,34-36).

 

«Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano, “…”. E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevuto di aceto….. E gli altri dicevano: “lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!» (Cf  Mt 27,45-50)

 

Continua : L'ultima parola di Gesù