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3.
Il
senso dell’espressione «offrire la vita per» . È
bene chiarire che «offrire la vita per» sarebbe la traduzione più
appropriata del sintagma greco th.n yuch.n auvtou/ ti,qhsin u`pe.r,
il cui significato letterale è quello di «deporre la vita per». Infatti
il verbo ti,qhmi, che si trova in questo sintagma, significa «deporre».
L’evangelista Giovanni lo utilizza in senso metaforico, indicando che si
«depone la propria esistenza» come ci si toglie un abito (Gv 13,4)[22]. L’espressione
«offrire la vita per» si trova due volte nell’episodio del buon
pastore (Gv 10.11.15). Possiamo dare un particolare rilievo al sintagma «offrire
la vita per», considerando l’unità letteraria della pericope
costituita da tale espressione e individuando la posizione che essa ha nel
racconto. La sezione (Gv 10,1-21) va divisa in tre parti dalla ripetizione
dell’avverbio del tempo pa,lin (vv.7.19). La prima parte, che comprende i primi 6
versetti, illustra il comportamento del pastore riguardo alle pecore. La
seconda mette in rilievo come Gesù è il vero pastore del gregge in
opposizione ai falsi pastori (vv.7-18). Il racconto si conclude (vv.19-21)
con le reazioni degli ascoltatori alle parole di Gesù. La parte centrale
è ulteriormente divisibile in tre parti: nei vv. 7-10 Gesù paragona se
stesso con «la porta delle pecore», mentre nei vv.11-15 al «buon
pastore» e i vv. 16-18 descrivono come Gesù realizza il disegno di Dio.
Possiamo dire che l’unità letteraria costituita dall’espressione «offrire
la vita per» si trova al centro dell’episodio del «buon pastore» (Gv
10,1-21). Lo vediamo nel seguente schema: vv.1-6: La parabola. vv.7-10: Gesù è la porta delle pecore. vv.11-15: Gesù, il buon pastore, offre la sua vita per le
pecore. vv.16-18: Gesù è l’unico pastore. vv.19-21: La reazione degli ascoltatori. Anche
qui, come in Gv 11,52, la preposizione u`pe,r
dà un valore particolare al sintagma. Essa significa che il pastore offre
la sua vita «a favore» delle pecore, L’offerta della vita del pastore
a favore delle pecore, è l’atteggiamento determinante del suo essere «buon
pastore». Offrendo la propria vita per proteggere le sue pecore dal
pericolo, il buon pastore dimostra la sua identità in contrapposizione
con il mercenario che fugge quando vede venire il lupo. Questa
locuzione riceve anche un rilievo particolare al confronto con i
sinottici. In essi l’attività del pastore è solo quella di andare in
cerca della pecora perduta (Lc 15, 4-7; Mt 18,12), mentre Giovanni mette
in evidenza la morte del pastore a favore delle pecore. Gesù,
paragonando se stesso, al buon pastore, mediante l’uso
dell’espressione «offrire la vita per», fa un’allusione alla Sua
morte, che sarebbe avvenuta prossimamente sul Calvario. Vediamo nel
racconto della passione che Gesù affronta la Sua morte liberamente con
piena coscienza, con piena libertà ed essendo padrone di se stesso, come
il buon pastore che aveva detto: «io offro la mia vita per riprenderla
di nuovo, nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso. Ho il
potere di offrirla e il potere di riprenderla» (Gv 10,18). Se
l’evangelista non avesse avuto intenzione di anticipare la morte di Gesù
con l’episodio del buon pastore, non avrebbe usato il linguaggio ironico
che abbiamo visto nel v.18 in cui, se il verbo «offrire» rimanda alla «morte»,
i termini «riprenderla di nuovo», e «il poter di riprenderla»
rimandano alla risurrezione. Se l’evangelista avesse voluto parlare
della morte di un pastore qualsiasi, il racconto sarebbe finito con il
v.15, perché con la morte, si conclude la storia di un pastore normale.
Invece egli, aggiungendo anche alcuni termini riguardo alla risurrezione,
aiuta i lettori a capire che l’espressione «offrire la vita per» è in
stretto rapporto con la morte di Gesù sul Calvario. 3.1.
L’espressione «offrire la vita» nei LXX. Nei
LXX troviamo solo l’espressione «offrire la vita» senza la
preposizione u`pe,r quattro volte (1Sam 19,5; 28,21; 1Re 19,2; Gb
13,14). In
1Sam 19,5, 28,21, Gb 13,14 essa viene tradotta come «esporre la vita al
pericolo» oppure «rischiare la vita», ma il rischio della vita in tali
contesti comporta la morte. Queste persone espongono la loro vita al
pericolo, pur essendo consapevoli che il rischio potrebbe portare alla
morte. Lo possiamo vedere per esempio in 1Sam 19,5: «Egli ha esposto la vita,
quando sconfisse il Filisteo, e il Signore ha concesso una grande vittoria
a tutto Israele» (1Sam 19,5). In
1Sam 19,1-7, quando Saul decise di uccidere Davide, Gionata cercò di
convincere suo padre a non farlo, ricordandogli con quale dedizione Davide
aveva combattuto con il Filisteo per ottenere la vittoria per Saul. In
tale contesto il sintagma «offrire la vita» è tradotta col significato
di «esporre la vita» o «rischiare la vita». Ma Gionata però voleva
dire a Saul che Davide aveva combattuto «a costo della sua morte» con il
Filisteo. In questo caso, il rischio della vita comportava la morte. Perciò
l’espressione e;qeto th.n
yuch.n non vuol dire semplicemente a rischio ma a prezzo della morte. In
1Re 19,2 invece l’espressione è usata esplicitamente col significato
della morte: «Gezabele inviò un messaggero a
Elia per dirgli: “Gli dèi mi facciano questo e anche di peggio, se
domani a quest’ora non avrò reso te (qh,somai th.n yuch,n)
come uno di quelli» (1Re 19,2). Acab,
dopo che Elia aveva sconfitto i profeti di Baal sul monte Carmelo,
riferisce a Gezabele che Elia aveva ucciso di spada i profeti. Gezabele,
dopo aver saputo ciò da Acab, manda un messaggero a Elia, minacciandogli
la morte: Possiamo dire che anche
nei LXX l’espressione «offrire la vita» è usata per descrivere la
morte di una persona. 3.2.
L’espressione «offrire la vita per» nel Nuovo
Testamento. In tutto il Nuovo Testamento «offrire la vita per»
si trova solo negli scritti giovannei. Oltre che nell’episodio del buon
pastore, essa ricorre altre 3 volte nel vangelo e una nella prima lettera
di Giovanni (Gv 13,37.38; 5,13; 1Gv 3,16), usata in riferimento sia alla
morte di Gesù che a quella di Pietro. In Gv 15,13 Gesù esprime il
desiderio di morire per i Suoi amici, manifestando in tal modo il Suo
amore per i discepoli: «Nessuno ha un amore più grande di
questo: dare la vita per i suoi amici» (Gv 15,13). In 1Gv 3,16 l’autore,
mettendo in rilievo l’amore supremo manifestato da Gesù con la Sua
morte, invita la sua comunità a farne un modello per testimoniare
l’amore verso gli altri: «Da ciò noi abbiamo conosciuto
l' amore: egli ha dato la sua vita per noi. Quindi anche noi
dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli» (1Gv 3,16). Possiamo
capire allora che l’espressione «offrire la vita per» è adoperata
solo da Giovanni in tutto il Nuovo Testamento, col significato di «deporre
la propria esistenza» per gli altri per poter manifestare l’amore
supremo. 3.3.
Conclusione. Sia
nei LXX che nel Nuovo Testamento il sintagma «offrire la vita per» sta
per significare la morte di una persona a favore degli altri. Gesù,
mediante l’uso di tale espressione, sia in Gv10,11.15 che in Gv 15,13,
allude alla Sua morte volontaria, libera e consapevole, con la quale
esprime il Suo massimo amore per l’umanità intera. 4.
Il significato
dell’espressione «il pane che io darò è la mia carne per…» (Gv
6,51). Anche se Gesù non dice
«… io darò la mia carne per la vita del mondo», il rapporto che c’è
fra la «carne» e «il pane» mette in evidenza che Gesù «darà la Sua
carne per la vita del mondo». In questo versetto il termine «pane» è
usato in senso figurato e rappresenta Gesù. Tale significato possiamo
vedere nei seguenti passi: « il pane di Dio infatti è colui che discende dal
cielo» (Gv 6,33a) «io sono il pane di vita» (Gv 6,35) «io sono il pane disceso dal cielo» (Gv 6,41b) Se Gesù è il «pane»
disceso dal cielo (Gv 6,33a.6,41b), il termine «carne» rimanda
all’evento dell’incarnazione per la quale Gesù è disceso dal cielo:
«e il verbo si fece carne e dimorò fra noi» (Gv 1,14a). Quindi sia il
«pane» che la «carne» rappresentano la persona di Gesù. La domanda che noi ci
poniamo è se il sintagma «il pane che io darò è la mia carne per» (Gv
6,51) sia in rapporto con la morte di Gesù sulla croce. Prima di tutto
dobbiamo dire che qui non ci sono parole che indicano esplicitamente la
morte di Gesù, come altrove nel quarto vangelo (Cf
Gv 12,32; 11,52). In
questo capitolo (cap. 6) mancano i verbi «morire» «offrire», mentre
troviamo il verbo «dare» che precede il sintagma «la mia carne per la
vita del mondo»[23]. Per poter capire il rapporto fra tale locuzione e
la morte di Gesù, bisogna analizzare il significato del verbo di,dwmi, usato nella frase «il pane che io darò è la
mia carne per la vita del mondo». Tale verbo è usato molto
spesso nel NT[24].
Il suo significato generale è «donare» qualcosa gratuitamente a
qualcuno. Il quarto evangelista lo impiega nei suoi scritti
in senso teologico; il soggetto di questo verbo infatti è o Dio o
Gesù. Dio offre tutto
gratuitamente attraverso il Suo Figlio all’umanità[25].
In alcuni testi Giovanni, impiegando di,dwmi,
mette in rilievo ciò che il Padre dona al Figlio[26],
mentre negli altri testi lo stesso verbo è impiegato per indicare ciò
che il Figlio riceve dal Padre per farne dono all’umanità[27].
Alla luce di questi passi, il verbo di,dwmi
significa, da una parte la donazione totale che il Padre fa al Figlio e
dall’altra l’offerta del Figlio all’umanità. Il motivo principale
per cui Dio ha dato al mondo Suo Figlio è quello di manifestare il Suo
amore per l’umanità: «Dio infatti ha tanto amato il mondo,
che ha dato (di,dwmi) il Figlio Suo Unigenito affinché chiunque crede in
lui non perisca, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). «il Padre ama il Figlio e ha dato (di,dwmi) tutto nelle sue
mani» (Gv 3,35). Possiamo vedere che, in
alcuni passi dei sinottici, di,dwmi
è usato in maniera esplicita per indicare la morte di Gesù, ad es. in Mt
e Mc:
«E dare (di,dwmi)
la propria vita in riscatto di molti» (Cf Mt 20.28; Mc 10,45) Oltre che nei vangeli, tale
verbo è stato adoperato anche nel resto del NT per designare la morte di
Gesù, per es. lo vediamo nei versetti seguenti: «grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal
Signore Gesù Cristo, che diede (di,dwmi) se stesso per i nostri peccati» (Gal 1,4) «.. l’uomo Cristo Gesù, che ha dato (di,dwmi) se stesso in riscatto per tutti » (1Tim 2,6) «Egli si è dato (di,dwmi) per
noi, per riscattarci da ogni iniquità e purificare per sé un popolo che
gli appartenga» (Tit 2,14) Troviamo un’espressione
simile anche nell’AT in cui di,dwmi
viene usato per designare «l’offerta della vita»
per amore della legge e per essere solidali con gli altri (1Macc 2,50) o
per indicare il «sacrificio»
dei martiri: «Ora, figli, mostrate zelo per la legge e date (di,dwmi) la vostra vita per l’alleanza dei nostri padri»
(1Macc 2,50) «volle allora sacrificarsi (di,dwmi) per la salvezza del suo popolo e procurarsi un
nome eterno» (1Macc 6,44) Alla luce di questi passi, si può pensare che di,dwmi significhi non semplicemente un «dare» qualcosa,
ma «offrire» se stessi liberamente per amore alla legge o all’alleanza
o per il popolo. Possiamo
quindi dire che in Gv 6,51, tale verbo indica l’offerta libera che Gesù
fa della Sua vita all’umanità. Il termine sa,rx, nel sintagma «la mia carne
per», designa l’intera vita di Gesù e di tutto ciò che ha ricevuto
dal Padre mediante l’incarnazione. Perciò l’espressione «il pane che
Io darò è la mia carne per la vita del mondo» significa che Gesù,
offrendo la Sua carne, muore sul Calvario: tale offerta rappresenta il
culmine dell’incarnazione in cui Egli dona se stesso all’umanità. La
preposizione u`pe,r mette a fuoco che Gesù offre
se stesso «a favore» del mondo. Quindi si può affermare che il sintagma
su indicato è in stretto rapporto con l’incarnazione e con il
sacrificio di Gesù sulla croce, da ciò la Sua carne diventa
definitivamente il pane quotidiano, necessario
per il credente. 5.
Il significato della preposizione u`pe,r[28]. Le espressioni «morire per», «offrire la vita per»
e «la mia carne per», che noi abbiamo analizzato, se da una parte sono
in stretta relazione con la morte di Gesù, dall’altra, in forza della
preposizione u`pe,r, hanno anche un senso soteriologico. Generalmente nel NT la preposizione u`pe,r viene adoperata con il genitivo o con
l’accusativo, con differente significato, nel senso di «a favore di
qualcuno – al posto di qualcuno» o «sopra qualcuno». Nel NT u`pe,r con
il genitivo ha un grande rilievo nel contesto della soteriologia. Possiamo
cogliere ciò partendo dalla tradizione liturgica dell’ultima cena, in
cui veniva espresso e annunciato alla comunità il valore espiatorio della
morte di Gesù: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato
per (u`pe,r) molti» (Cf Mt 26,28; Mc 14,24;) «Questo è il mio corpo che è dato per (u`pe,r) voi …. Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue,
che è sparso per (u`pe,r) voi» (Lc 22,19.20) Oltre che nell’ultima cena, u`pe,r col genitivo si trova spesso in relazione alla
morte espiatoria di Gesù[29]. Tale effetto,
messo in evidenza quando la preposizione è usata coi verbi «morire»
e «patire», è a beneficio della comunità[30], degli individui e delle singole persone[31]. Paolo lo sottolinea in modo particolare quando
dice che Gesù muore «per tutti» (2Cor 5,14), «per gli empi» (Rm 5,6),
«per noi» (Rm 5,8; 1Ts 5,10), «per i nostri peccati» (1Cor
15,3), «per i fratelli» (Rm 14,15), «in riscatto per tutti» (1Tim
2,6). Alla luce di questi riferimenti, si può cogliere il significato
soteriologico della morte di Gesù, sottolineato dall’uso della
preposizione u`pe,r, cioè Gesù muore «a favore di qualcuno» o «al
posto di qualcuno». Troviamo u`pe,r ben 16 volte anche negli
scritti giovannei (13x nel quarto vangelo e 3x nelle lettere)[32], di cui 10x in rapporto con l’offerta di Gesù.
Giovanni la utilizza sempre col genitivo. La troviamo la prima volta nel
discorso del pane della vita nel capitolo 6 in cui Gesù, parlando
esplicitamente ai Giudei, dice che Lui deve
dare «la Sua carne per (u`pe,r) la vita del mondo» (Gv 6,51). In un secondo
momento la troviamo nel discorso del buon pastore quando Gesù, a
differenza del mercenario o dei falsi pastori, «offre la Sua vita per (u`pe,r) le pecore» (Gv 10,11.15). In questi passi u`pe,r è stata impiegata in rapporto con la frase «porre
la vita». Gesù offre la Sua vita «a favore» o «al posto» delle
pecore per poterle salvare. In terzo luogo u`pe,r è adoperata nel
capitolo 11 nella profezia di Caifa in rapporto con il verbo
«morire», e va notato anche che, solo in questo passo, u`pe,r è seguita dal verbo «morire», riferimento
esplicito quindi alla morte di Gesù. Essa è messa in bocca a una terza
persona, cioè Caifa. Secondo
tale profezia Gesù doveva morire «per il popolo» (Gv11,50; 18,14), e «per la nazione» (Gv 11,51). Anche nel commento seguente,
relativo alla profezia di Caifa, Giovanni riprende di nuovo
l’espressione «morire per» e chiarisce meglio la finalità della morte
di Gesù cioè «non solo per la nazione, ma per radunare i figli dispersi
di Dio». Troviamo tale preposizione in rapporto con la morte di Gesù
negli ultimi discorsi di addio, dove Gesù stesso dice che Lui deve
«dare la vita per i suoi amici» (Gv 15,13), e deve «consacrare sé
stesso per essi» (Gv 17,19)[33]. Possiamo dire che u`pe,r
nella teologia giovannea, ha un significato soteriologico. |