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NDIETRO  

AVANTI 

INIZIO CAPITOLO

NOTE

Parte Seconda CAPITOLO V

Gli effetti salvifici della morte di Gesù

 

1.       Il significato salvifico dell’innalzamento di Gesù.

 

1.1.     Gesù innalzato sulla croce «attira» tutti a sé.

 

In Gv 12,32 l’effetto salvifico della morte di Gesù viene espresso mediante l’attrazione da parte di Gesù innalzato sulla croce. Per spiegare tale «attrazione», il quarto evangelista impiega il verbo  e[lkw che significa «tirare», «trascinare» e «attrarre»[34]. Nei LXX esso è usato raramente in senso figurato, cioè per indicare un’attrazione spirituale ed interiore (Sal 118, 131). L’unico passo dell’AT in cui esso è impiegato come in Gv 12,32 è Ger 38, 3:

 

«…ti ho amato di un amore eterno;

per questo ti ho attirato (e[lkw) nella misericordia.» (Ger 38,3 LXX).

 

In questo passo (Ger 38,3) Israele viene attirato dall’amore di Dio. Mediante quest’attrazione, Dio ristabilisce fra sé e Israele una situazione di avvicinamento e di comunione e toglie la dispersione e l’allontanamento. 

Nel NT troviamo  e[lkw 8 volte, di cui ben 5x  nel quarto vangelo (Cf  Gv 6,44; 12,32; 18,10; 21,6.11). Sia in Gv 6,44 che in Gv 12,32 l’azione descritta da questo verbo mette in evidenza un’attrazione spirituale in senso figurato. Per capire meglio tale verbo in rapporto con l’attrazione da parte di Gesù e  del Padre, dobbiamo analizzarne il contesto.

 L’espressione «quando sarò innalzato, attirerò tutti a me», si trova nel discorso di Gesù dopo l’ingresso trionfale in Gerusalemme (Gv 12,12-19), ingresso che suscita nei cuori dei nemici una certa invidia. Guardando la folla che segue Gesù, afferma il narratore; «I Farisei allora dissero tra di loro: “vedete, non combinate nulla: ecco che il mondo gli è andato dietro”»(v.19). Questa frase sembra mettere già in evidenza ciò che Gesù compirà con la Sua morte cioè «attirerò tutti a me» (Gv12,32). Se anche al momento dell’ingresso messianico in Gerusalemme tale espressione (Gv12,19) è ancora molto oscura per i lettori, quando Gesù sarà glorificato sulla croce, verrà realizzata in maniera assoluta e definitiva.

I vv. 20-22 introducono il racconto principale con la presenza di alcuni Greci, che vogliono vedere Gesù.  Andrea e Filippo vanno a riferire a Gesù. La risposta di Gesù ai Greci inizia dal v. 23, introduce il tema fondamentale della «venuta dell’ora della glorificazione» e finisce al v. 33 con il commento dell’evangelista «per indicare di quale morte doveva morire». La frase «quando sarò innalzato, attirerò tutti a me» che si trova in una pericope (vv.23-33) in cui l’evangelista insiste sulla morte di Gesù: cioè nel v.23 per la prima volta il narratore, mettendo in bocca a Gesù l’espressione «è venuta l’ora», rivela la consapevolezza di Gesù riguardo alla Sua morte. Mentre nel v.33 l’evangelista commenta esplicitamente ciò che Gesù vuole dire ai Greci: «questo diceva per indicare di quale morte doveva morire». La pericope (vv.23-33) dà dunque grande importanza alla morte di Gesù, che è esplicitata nei vv. 32-33[35], ma viene anticipata mediante la metafora del v.24: «se il chicco di frumento, caduto per terra, non muore, rimane esso solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

Gesù, rispondendo ai Greci che «è venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato», fa un invito ironico a loro che vogliono vederlo per sapere chi Egli è veramente e come possono conoscerlo. Pur non rispondendo direttamente alla richiesta dei Greci, fa un discorso sulla Sua morte. Parlando in tal modo, fa capire loro ed anche ai lettori che, se uno vuole conoscere Gesù o vederlo, deve «guardarlo» quando sarà innalzato sulla croce. Perciò anche i Greci possono capire il senso della Sua morte e, comprendendo l’amore rivelato sulla croce, possono essere attirati da Lui. Ora possiamo chiederci come il quarto evangelista presenta tale «attrazione mediante la morte di Gesù».

Il testo di Gv 12,32, in forza dell’uso del verbo e[lkw, potrebbe richiamare in causa il passo di Ger 38,3 dove Iddio, dopo aver promesso di radunare i dispersi, liberandoli dalla loro prigionia, promette che, in quel giorno, Egli sarà il Dio del Suo popolo ed essi saranno un popolo per Lui[36]. Nel testo di Geremia viene descritta l’azione di Dio, che si rivolgeva solo ai Giudei dispersi, mentre in Gv 12,32 l’azione salvifica di Gesù si rivolge a tutta l’umanità.

Gesù, sulla croce, manifesta in maniera singolare e misteriosa il Suo amore per gli uomini: «li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Per capire tale amore sulla croce è necessario l’intervento del Padre, che «attira» ogni uomo alla fede: «nessuno può venire a me se il Padre che mi ha mandato non lo attira (e[lkw), io lo risusciterò» (Gv 6,44). In Gv 12,32 è Gesù che «attira»,  mentre in Gv 6,44 il soggetto dell’attrazione è il Padre. Va notato che in Gv 12,28 Gesù chiede al Padre di «glorificare il Suo nome», perciò il senso dell’attrazione deriva dalla glorificazione del Padre. Il Padre «glorifica» il Figlio attraverso l’innalzamento sulla croce e tale glorificazione del Figlio era necessaria per poter «attrarre tutti a sé».  Anche in questo testo (Gv 12,23-33) le parole del Padre «l’ho glorificato e lo glorificherò ancora» (Gv 12,28) mettono in evidenza come il Padre avrebbe glorificato Gesù sulla croce, che era necessaria per attirare tutti a Lui.

 

1.2.     Gesù innalzato sulla croce dona la vita eterna .

 

 a«come Mosè innalzò (u`yo,w) il serpente nel deserto,

bcosì deve (dei/) essere innalzato (u`yo,w)  il Figlio dell’uomo

affinché chiunque crede abbia, in Lui, la vita eterna» (Gv 3, 14-15)

 

            Questo passo chiama in causa il passo di Nm 21,9:

 

«Mosè fece un serpente di rame e lo mise (i[sthmi) sopra l’asta (shmei/on);

quando un serpente aveva morso qualcuno,

se questi guardava il serpente di rame restava in vita» (Nm 21,9)

 

Giovanni, riprendendo il passo di Nm 21,9 paragonando Gesù innalzato sulla croce al serpente innalzato su un «segno», vede nella croce lo stesso effetto che fu verificato col serpente di rame innalzato nel deserto, cioè coloro che lo guardano possono salvarsi dalla morte.

Vi è però anche una differenza notevole fra l’innalzamento di Gesù sulla croce e quello del serpente nel deserto. In Nm 21,9 sono impiegati i verbi «guardare» e «rimanere in vita». Chi guarda il serpente, «rimane in vita» (Nm 21,9). Il quarto evangelista invece sottolinea gli effetti salvifici dell’innalzamento di Gesù sulla croce con l’uso di altri termini: «credere» ed «avere la vita eterna» (Gv 3,14). Il «vedere» il serpente (evpible,pw) in Nm 21,9 è trasformato nella «fede» e nel «credere». Secondo Giovanni non basta il guardare fisico (evpible,pw) per avere la vita. Guardando (o`ra,w) come il discepolo sotto la croce, Gesù «innalzato», deve essere trasformata l’interiorità dell’uomo, per mezzo della fede. È in conseguenza a questo atto che il credente riceve la vita eterna, donata dalla morte di Gesù. A questo punto dobbiamo chiederci che cosa intenda l’evangelista per «vita eterna».

 

1.2.1.        La «vita eterna» nel vangelo di Giovanni.

 

Il concetto di «vita eterna» si trova anche nei sinottici (Cf  Mt 19,16.24; 25, 34.46; Mc 9,43; 10,17; Lc 18,29-30). Giovanni, però, lo mette in risalto come uno dei temi teologici più importanti del suo vangelo.

La locuzione «vita eterna» ricorre ben 17x nel quarto vangelo e 6x  nella prima lettera di Giovanni. Anche quando l’evangelista usa zwh,[37] (vita) senza l’aggettivo aivw,nioj, non indica la vita terrena o naturale, ma si riferisce sempre alla «vita eterna»[38]. Tale significato si riscontra per esempio in Gv 1,4:

 

«In lui era la vita (zwh,) e la vita (zwh,) era la luce degli uomini» (Gv 1,4)

 

 Quando egli vuole parlare della vita terrena, che ha una fine con la morte, usa il termine yuch, :

 

«Gli disse Pietro: “Signore, perché non posso seguirti fin d' ora? Darei la mia vita (yuch) per te”» ( Gv 13,37.38)[39].

 

Quindi la vita espressa  dal termine zwh,  in Giovanni si riferisce ad una vita che non ha confini, che dura al di là della morte. Essa è la stessa vita di Dio (Gv 1,4), che il Figlio ha ricevuto dal Padre (Cf  Gv 5,26; 6,57) per donarla all’umanità (Cf  Gv 1,4; 1Gv 4,9). Per tale motivo il Figlio è venuto sulla terra (Cf  Gv 10,10; 1Gv 4,9).  Quindi la missione di Gesù, le Sue parole ed opere rivelano agli uomini la strada che conduce alla vita eterna (Gv 6,63; 11,25; 14,6; Ap 1,18). Gli uomini possono ricevere il dono della vita eterna solo avendo fede nel Figlio (Cf  Gv 3,16; 5,24; 20,31). Essa consiste proprio nella conoscenza profonda che il Padre è l’unico e vero Dio e Gesù è colui che è stato mandato dal Padre:

 

«Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato Gesù Cristo» (Gv 17,3)

 

Come viene comunicata la «vita eterna» agli uomini? Se Dio ha dato all’uomo la vita naturale col soffio divino (Gn 2,7), così la vita eterna viene data da Gesù glorificato col soffio che trasmette lo Spirito Santo (Gv  20,22). In ambedue i passi troviamo il verbo evmfusa,w: in Gn 2,7 è usato per indicare l’azione di Dio per dare la vita ad Adamo mentre in Gv 20,22 lo stesso verbo è usato per indicare l’azione di Gesù risorto per fare il dono dello Spirito Santo ai Suoi discepoli:

 

Gen  2,7

Gv 20,22

allora il Signore Dio modellò l'

 uomo con la polvere del terreno

e soffiò (evmfusa,w) nelle sue narici un alito di vita (zwh,); così l' uomo divenne un essere vivente.

 

Detto ciò, soffiò (evmfusa,w) su di loro e disse loro: «Ricevete lo Spirito (pneu/ma) Santo»

 

 

 Se il termine zwh, indica la vita naturale in Gn 2,7, pneu/ma in Gv 20,22 evidenzia un vita nuova attraverso il dono dello Spirito Santo. Infatti, ambedue i termini sono strettamente uniti nel quarto vangelo, perché lo Spirito è la fonte della vita eterna:

 

«lo Spirito (pneu/ma) è quello che vivifica, la carne non giova a nulla. Le parole che vi ho detto sono spirito (pneu/ma) e sono vita (zwh,)» (Gv 6,63)

 

Quindi Gesù innalzato sulla croce, glorificato dal Padre, donando lo Spirito Santo, fa il dono della «vita eterna», che è la stessa vita di Dio comunicata ad essi con tale immenso dono.

 

2.       Gesù muore per radunare i figli dispersi di Dio.

 

2.1.             La morte di Gesù per il popolo – la risposta del Sommo sacerdote Caifa (Gv 11,50).

 

Nella profezia di Caifa vengono specificati i destinatari che traggono  beneficio dalla morte di Gesù e sono «il popolo» e «la nazione». Nel commento dell’evangelista, in cui egli spiega il vero motivo della morte di Gesù, non si trova il termine «popolo», ma solo «nazione». Sia «popolo»[40] (Cf  Gv 8,2; 11,50; 18,14) che «nazione» [41] (Cf  Gv 11,48.50.51.52) ricorrono poche volte nel quarto vangelo. Alla luce del significato di tali termini nei LXX, i commentatori li considerano come sinonimi: il «popolo» chiamato e guidato da Dio, rappresenta «la stirpe o la nazione giudaica», che viene indicata col termine «nazione». Anche nel contesto della profezia di Caifa e del sinedrio, questi due termini hanno lo stesso significato:

 

«Voi non capite niente, né vi rendete conto che è più vantaggioso per voi che muoia un solo uomo per il popolo, e non perisca tutta intera la nazione» (Gv 11,50).

 

Se la profezia di Caifa specifica che Gesù muore solo per il beneficio della nazione giudaica,  il quarto evangelista, riprendendo tale profezia, esplicita che Gesù non doveva morire soltanto per la nazione, ma per «radunare in unità i figli dispersi di Dio». Attraverso questo elemento, il quarto evangelista passa da una «prospettiva particolare», indicata dal termine «nazione» o «popolo», come è inteso dal sinedrio e da Caifa, ad una «prospettiva universale», che è messa in evidenza dalla locuzione «i figli dispersi di Dio». A questo punto ci domandiamo chi sono «i figli dispersi di Dio» e che senso dà alla morte di Gesù l’evangelista Giovanni attraverso la profezia di Caifa.

 

2.2.             La morte di Gesù e il raduno dei figli dispersi di Dio – la risposta dell’autore (Gv 11,52).

 

«.. e non per la nazione soltanto, ma anche per radunare insieme nell’unità i figli dispersi di Dio». (Gv 11,52).

 

In questo versetto l’autore, delinea la sua concezione specifica sulla morte di Gesù. Per capire meglio, è opportuno vedere brevemente il significato dei termini usati in esso: chi sono i figli di Dio? Chi sono i «dispersi» nella Bibbia? Come Gesù «raduna» questi figli dispersi attraverso la Sua morte?

 

2.2.1.        I figli di Dio.

 

L’espressione ta. te,kna tou/ qeou/ non ricorre mai nei LXX. Il quarto evangelista impiega due termini diversi con significati ben distinti per indicare la figliolanza di Gesù e la figliolanza in generale: il sostantivo ui`o,j[42] è usato sempre per indicare Gesù in quanto Figlio di Dio, mentre te,knon non è mai impiegato per indicare Gesù. La locuzione ta. te,kna tou/ qeou/ ricorre solo due volte nel vangelo di Giovanni (Cf  Gv 1,12; 11,52) e altre quattro in 1Gv 3,1.2.10; 5,2. In questi passi l’identità «d’essere figli di Dio» deriva da una attiva partecipazione all’amore di Dio, e dall’accoglienza di Gesù nella vita del credente per diventare figli di Dio:

 

«… a quanti però lo accolsero diede il potere di diventare figli di Dio»

 (Gv 1,12).

 

 L’identità di figli di Dio non è mai limitata da una nazionalità, da una razza, da una stirpe o da un territorio, ma tutti possono diventare figli di Dio nella misura in cui accolgono e credono in ciò che Dio ha rivelato in Gesù. Una volta evidenziato il significato della locuzione ta. te,kna tou/ qeou/ possiamo vedere brevemente chi sono «i dispersi» (ta. dieskorpisme,na) di cui parla l’evangelista.

 

2.2.2.        I dispersi.

 

Molti concordano nel dire che il sintagma «i figli dispersi di Dio» indica i gentili, i pagani, che avrebbero aderito alla fede[43], provenienti non solo dalla nazione della Palestina. A questa interpretazione S. Pancaro aggiunge che il termine ta. dieskorpisme,na include anche «i Giudei della diaspora». Quindi alla luce del significato di «figli di Dio» di Gv 1,12, l’interpretazione di S. Pancaro sembra più appropriata, perché  il termine «i figli dispersi di Dio» ha un senso universale, comprende sia i Giudei della Palestina, che i Giudei della diaspora e i pagani.

Nei LXX si parla di «dispersi» secondo due prospettive[44]: In primo luogo essi indicano come i nemici di Dio e del popolo che vengono «dispersi» da Dio a causa della loro iniquità. Per esempio:[45]

 

«Sorgi, Signore, e siano dispersi i tuoi nemici,

e fuggano da te coloro che ti odiano» ( Nm 10,35)

 

In secondo luogo viene usato per indicare il popolo di Israele che viene «disperso» per castigo divino, cioè come conseguenza della disobbedienza alla volontà di Dio[46]:

 

«Maledetta la loro ira, perché violenta, e la loro collera, perché crudele!

Io li dividerò in Giacobbe e li disperderò in Israele» (Gen 49,7)

 

Dopo tale dispersione, Dio fa la promessa del «raduno». Sia nel disperdere che nel radunare, Dio è il protagonista. Nell’AT la situazione di dispersione, cioè di lontananza dalla propria nazione, il sentirsi stranieri, il vivere senza tempio, deve diventare occasione della conversione e deve spingere a riconoscere che solo Dio è il Signore. Il senso teologico del termine ta. dieskorpisme,na è innanzi tutto quello di essere lontani da Dio, dalla propria terra, senza identità.

 

2.2.3.        Il raduno dei dispersi[47].

 

Nel momento in cui Dio[48] «raccoglierà (suna,gw) i dispersi d' Israele, radunerà (suna,gw) i disseminati di Giuda dai quattro angoli della terra» (Is 11,12), realizzerà la restaurazione del popolo disperso, e si costituirà un popolo formato da Israele e dagli altri:

 

«che raccoglie i dispersi di Israele: “Io raccoglierò (suna,gw) ancora altri, oltre a quelli già radunati (suna,gw)”» (Is 56,8).

 

 Il «raduno» dei «dispersi» non implica un semplice riacquisto della loro terra, ma significa anche un rinnovamento del cuore e dello spirito:

 

«Vi raccoglierò in mezzo alle genti e vi radunerò (suna,gw) dalle terre in cui siete stati dispersi e a voi darò il paese d’Israele… Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro» (Ez 11, 17.19)

 

 Attraverso il raduno delle genti, Dio manifesta la Sua santità in mezzo alle genti:

 

«quando avrò radunato (suna,gw) gli Israeliti di mezzo ai popoli fra i quali sono dispersi, io manifesterò in essi la mia santità davanti alle genti» (Ez 28,25).

 

Tale riflessione ci invita ad approfondire anche il significato del termine suna,gw cioè «radunare» insieme nell’unità (Gv 11,52). È  interessante notare che la costruzione del versetto suna,gw eivj e[n si trova solo in questo passo. L’evangelista specifica il significato del verbo suna,gw con la locuzione seguente eivj  e[n che potrebbe essere un rafforzativo di suna,gw. La preposizione eivj ha un valore dinamico e teologico: sta ad indicare «il luogo verso cui è indirizzato il movimento», «un luogo simbolico» o «la destinazione» in cui tutto si concentra[49]. Nella letteratura greca[50] la costruzione suna,gw eivj e[n è molto conosciuta e può indicare «riunire in un luogo solo diventando una cosa sola dal molteplice all’uno»[51].

 

2.2.4.        Conclusione.

 

Col sintagma «Gesù muore per radunare i figli dispersi di Dio», il quarto evangelista afferma, dunque, che coloro che credono in Gesù, diventando figli di Dio, costituiscono l’unità del nuovo popolo. Il sommo sacerdote Caifa parla di un «popolo» preciso che appartiene alla Palestina. L’evangelista Giovanni vuole dire che Gesù mediante la Sua morte, «radunando i figli dispersi di Dio», cioè sia i Giudei della Palestina, che i Giudei della diaspora e i pagani che avrebbero aderito alla fede, costituisce Gesù un popolo nuovo derivato dalla Sua morte [52].

 

 

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