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3.
L’agnello di Dio che toglie il
peccato del mondo
(Gv 1,29) Tale espressione tipica del
quarto vangelo, che è messa sulle labbra di Giovanni il Battista per
indicare ai lettori chi è Gesù, rivela il profondo senso soteriologico
della Sua morte. Essa è stata ed è molta discussa da diversi esegeti.
Analizzandola, cerchiamo di vedere da dove il quarto evangelista prenda il
titolo cristologico «agnello di Dio» per designare Gesù e che cosa
intenda l’evangelista con il termine avmno,j. Alla fine vedremo se c’è una connessione con la
teologia della morte del Gesù giovanneo. 3.1.
Il significato etimologico del sostantivo avmno,j. In
tutto il NT il termine avmno,j «giovane ovino» si trova
solo 4 volte, due in Gv 1,29.36 e le altre in At 8,32 e 1Pt 1,19. Per indicare «il giovane ovino» il NT impiega
sia avmno,j che avrni,on
che avrh,n. Etimologicamente avrni,on
è il diminutivo di avrh,n[53].
In tutto il NT questi termini (avmno,j,
avrni,on), tranne due casi (Cf At 8,32; 1Pt 1,19), sono impiegati solo da Giovanni col significato di «agnello». Anche avrni,on, si trova ben 28 volte in tutto il NT, una volta in
Gv 21,15 (non è adoperato per indicare Gesù) e le altre nel libro
dell’Apocalisse con allusione a Gesù come agnello apocalittico[54].
I due termini (avmno,j, avrni,on) si trovano nei LXX un centinaio volte, come
sinonimi[55],
in riferimento al sacrificio degli agnelli e nel contesto della
purificazione[56].
Prima
di definire il significato dell’espressione «Agnello di Dio che toglie
il peccato del mondo» (Gv 1,29), vediamo brevemente come gli autori hanno
interpretato il senso dell’espressione «agnello di Dio che toglie il
peccato del mondo». 3.2.
Le opinioni degli autori. Ora riporteremo sinteticamente le tre grande linee
interpretative sull’espressione «agnello di Dio». 3.2.1.
L’agnello apocalittico. Alcuni autori (per es. CH. Dodd, J. Steinmann, Prigent)[57] sostengono che, con l’espressione «agnello di Dio che
toglie il peccato del mondo», il quarto evangelista voglia presentare Gesù
come l’agnello apocalittico, che
distrugge il male. Altri (per es. R.E. Brown, C.K. Barrett), pur non
condividendo pienamente questa opinione, sostengono che
l’interpretazione dell’agnello apocalittico risale, più che
all’evangelista Giovanni, a Giovanni il Battista. Vedono infatti una
certa somiglianza fra il «togliere il peccato del mondo» e le
predicazioni escatologiche di Giovanni il Battista nei sinottici. Giovanni
il Battista, che troviamo nei sinottici, infatti dice che come Gesù «raccoglierà
il suo frumento nel granaio e brucerà la pula con fuoco inestinguibile»
(Mt 3,12; Lc 3, 7-17)[58], allo stesso modo anche nel quarto vangelo si afferma che
Gesù avrebbe tolto il peccato del mondo (Gv 1,29). R.E. Brown, C.K.
Barrett criticano perciò CH. Dodd che avrebbe sottovalutato gli altri
accenni pasquali che troviamo nel quarto vangelo[59]. 3.2.2.
L’agnello come il Servo di Isaia. Gli
autori Jeremias, Cullmann, Boismard e De la Potterie sostengono che il
termine «agnello» sia una errata traduzione del termine aramaico talyâ,
che può significare sia «servo» che «agnello». Perciò, secondo loro,
la vera traduzione di Gv 1,29 sarebbe «Servo di Dio che toglie il peccato
del mondo»[60].
Essi vedono in Gesù la realizzazione del Servo sofferente di Isaia (Is
42; 53,7). I motivi per cui da loro viene sostenuta questa tesi sono: a)
Già nelle predicazioni delle prime comunità cristiane[61]
(Cf At 8,32 , Mt 8,17; Eb
9,28) la morte di Gesù viene interpretata in rapporto alla profezia del
Servo sofferente di Is 53,7. b) Vedendo alcune espressioni che ricorrono
sia nella descrizione del servo sofferente di Isaia (cc. 40-55) che
nell’episodio della presentazione di Gesù da parte di Giovanni il
Battista, confermano che v’è una somiglianza fra Gesù servo di Dio che
toglie il peccato del mondo e il servo di Isaia:
3.2.3.
L’agnello pasquale. La
maggior parte degli autori sostiene che le parole del Battista «ecco,
l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» indichino Gesù come
l’agnello pasquale. A nostro parere, questa interpretazione sembra più
credibile rispetto alle altre. Possiamo evidenziarlo dai seguenti
elementi: a)
In Gv 19,14 troviamo un’indicazione temporale «l’ora sesta»
in cui Gesù viene condannato alla crocifissione, cioè l’ora in cui gli
agnelli pasquali venivano sacrificati dai sacerdoti nel tempio. Questa
coincidenza fra la condanna di Gesù e il sacrificio degli agnelli
pasquali potrebbe alludere al fatto che Gesù venga sacrificato al posto
degli agnelli pasquali[62]. b)
In Gv 19,36 si legge inoltre «Questo avvenne affinché si
adempisse la Scrittura: non gli sarà spezzato alcun osso». Quale
citazione dell’AT viene adempiuta?[63].
La maggior parte degli autori sostiene che questa citazione richiami i
passi di Es 12,46 e Nm 9,12 in cui all’agnello sacrificato per celebrare
la Pasqua, non deve essere spezzato alcun
osso, secondo il rito[64].
c)
In Gv 19,29 troviamo un elemento secondario «un ramoscello
d’issopo», che però era inadatto a sostenere una spugna imbevuta
d’aceto da accostare alla bocca di Gesù. Sappiamo che il ramoscello
d’issopo veniva usato per aspergere il sangue dell’agnello sugli
stipiti delle porte degli Israeliti (Es 12,22) per far «passare oltre»
lo sterminatore e quel sangue asperso con l’issopo impediva di colpire
le loro case. Quell’elemento può far pensare che il quarto evangelista,
descrivendo la morte di Gesù in tale maniera, si riferisca al rito della
Pasqua[65].
Sia
nella prima lettera di Giovanni che nel libro dell’Apocalisse, viene
sottolineato ripetutamente il valore sacrificale dell’espiazione
attribuito sia al sangue di Cristo (1Gv 1,7; 2,2; 3,5; 4,10) che
all’agnello immolato (Ap 1,5; 5,6.9; 7,14; 12,11; 13,8). Alla luce di
questi passi, è molto probabile quindi che sia il quarto evangelista che
la comunità giovannea abbiano considerato Gesù come agnello pasquale e
vittima per eccellenza per togliere il peccato dell’umanità[66].
Per chiarire meglio l’espressione «l’agnello di Dio che toglie il
peccato del mondo», può essere utile spiegare brevemente che cosa
intenda l’evangelista col termine «peccato» e «mondo». 3.3.
L’espiare il peccato del mondo. Il
verbo ai;rwn che è impiegato al presente, può
avere anche significato di futuro (toglierà)[67].
Quindi si potrebbe riferire ad un evento futuro. Il verbo è usato in vari
contesti nel quarto vangelo col significato di «togliere», «eliminare»,
«far sparire qualcosa», «togliere di mezzo», «trasportare» e «portare
verso l’alto»[68].
Espressioni simili a Gv 1,29 si riscontrano in 1Sam 15,25; 25,28 in cui il
verbo ai;rw è usato nel senso di «perdonare
il peccato»: «Saul
disse allora a Samuele: “ho peccato per avere trasgredito il comando del
Signore e i tuoi ordini, mentre ho temuto il popolo e ho ascoltato la sua
voce. Ma ora perdona (ai;rw) il mio peccato e ritorna
con me, perché mi prostri al Signore» (1Sam 15,24-25) In
questo caso il verbo è usato nel senso di «perdonare» la colpa di Saul
nei confronti di Samuele, per riprendere il rapporto che il Signore ha
stabilito fra loro. Anche
in Gv 1,29 tale verbo può avere lo stesso valore, cioè perdonando il
peccato del mondo mediante la morte di Gesù, Dio può far ritornare
l’uomo alle sue origini e ristabilire il rapporto che aveva fra sé e
l’umanità prima del peccato originale. L’altro
elemento da chiarire è il termine a`marti,a[69].
Nel vangelo lo troviamo sia al
plurale (Cf Gv 8,24; 9,34;
20,23) che al singolare (Cf Gv
8,21. 34; 9,41b; 15,22.24; 16,8.9; 19,11). Il plurale si riferisce ad atti
peccaminosi, mentre il singolare si riferisce ad una condizione di peccato[70].
Per il quarto evangelista, tranne Gesù, tutta l’esistenza è sottoposta
al peccato. Il termine ko,smoj in Gv 1,29 indica inoltre
l’umanità soggetta al peccato, che è bisognosa di salvezza[71].
Perciò nessuno può dirsi senza peccato (Cf
Gv 8, 7.46;1Gv 1,8)[72].
Gesù è venuto sulla terra proprio per liberare gli uomini dalla schiavitù
del peccato (Gv 8,32-36). Tale liberazione avviene solo attraverso la fede
nel Figlio di Dio (Gv 8,21.24). Il vero peccato per il quarto evangelista
è quello di rifiutare la verità manifestata da Gesù Cristo che ha come
conseguenza la morte eterna (Gv 8,21.24). 3.4.
Conclusione. Nel
detto «agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» posto sulle
labbra di Giovanni il Battista l’evangelista anticipa già quale è il
significato salvifico della morte che Gesù incontra sul Calvario. Egli,
come «agnello pasquale» morendo sulla croce, elimina la morte eterna
causata dal peccato e offre «la vita eterna» donando lo Spirito Santo[73].
4.
Il senso simbolico del sangue ed
acqua usciti dal costato di Gesù (Gv 19,31-37). Anche
se in questa pericope non si trovano esplicitamente espressioni
soteriologiche, come «morire per», «offrire la vita per» e «dare la
vita per», essa (Gv
19,31-37) è giudicata da diversi esegeti importante per cogliere il senso
soteriologico della morte di Gesù. I. De la Potterie dice: «questa
pericope è un’interpretazione teologica e spirituale della morte sulla
croce»[74]. Naturalmente
non trattiamo delle problematiche della sua redazione né della storicità
dell’evento, ma ci limitiamo solamente a vedere quale sia il rapporto
fra questa pericope (Gv 19,31-37) e quella della Sua morte (Gv 19,28-30)
per coglierne poi il significato. 4.1.
Rapporto con l’episodio della morte di Gesù. Giovanni,
diversamente dai sinottici (Mt 27,48-50; Mc 15,36-37; Lc 23,46) colloca
dopo l’episodio della «morte di Gesù» (Gv 19,28-30) quello dell’«uscita
di sangue ed acqua dal Suo costato trafitto» (Gv 19,31-37). Abbiamo già
messo in evidenza, nella struttura letteraria del testo
della crocifissione e morte di Gesù (Gv 19,16b-42), che i vv.31-37
stanno in stretto rapporto con
i vv.28-30. La nozione temporale ou=n iniziale del v.31 sottolinea la continuità del
racconto della morte fino al v. 37. L’espressione iniziale del v. 38 meta. de. tau/ta si stacca dai vv. 31-37. La tematica «dell’adempimento
della Scrittura» del v. 36 si lega ai vv. 28-30, in cui ricorre una
locuzione simile anche se in greco il verbo usato per indicare «l’adempimento»
è diverso[75]. Gli
elementi su indicati sottolineano il rapporto letterario fra «la morte di
Gesù» (vv.28-30) e «l’uscita di sangue ed acqua dal Suo costato
trafitto» (vv.31-37). Ora vedremo come l’episodio dell’uscita di «sangue
ed acqua» può illuminarci sul significato della morte di Gesù.
4.2.
Il significato simbolico del sangue ed acqua[76].
Anche
se i teologi e i medici considerano possibile il fenomeno dell’uscita di
sangue ed acqua dal fianco di Gesù da parte di un colpo di lancia inferto
da un soldato[77],
non credo che l’evangelista abbia avuto in mente tale conoscenza medica,
mentre scriveva questa pericope, e non aveva certo l’obiettivo di
narrare solamente un fatto naturale. Va quindi esclusa tale finalità
dall’intenzione dell’evangelista. Per poter capire il significato di
questo evento, dobbiamo considerare che cosa significano
termini «acqua» e «sangue» nella letteratura giovannea. 4.3.
Il simbolo dell’acqua. Il
termine «acqua» che è usato dall’evangelista, ha 2 connotazioni
diverse: troviamo la prima in Gv 1,26.31.33a usata in rapporto con il
Battesimo che compie Giovanni il Battista,
la seconda, nell’episodio della donna Samaritana, in cui Gesù
diventa il donatore dell’«acqua viva», che disseta ogni uomo
e che è generatrice della vita eterna (Gv 4,10-15).
In questo testo il termine significa quindi un dono spirituale.
Nella festa delle Capanne Gesù invita a bere l’acqua che sgorga dal suo
grembo, in rapporto con il dono dello Spirito Santo ( Gv 7,37-39). Anche
nel libro d’Apocalisse troviamo dei riferimenti all’«acqua viva»
indicata come un bene spirituale (Ap 7,17;21,6;22,1.17). Sulla
base di questi passi, notiamo che esiste una stretta connessione fra «l’acqua»,
usata nel Battesimo, e il dono dello Spirito Santo, che il credente riceve
in esso, come dice Giovanni il Battista: «Gesù battezzerà nello Spirito
Santo» (Gv 1,33b). Troviamo tale legame anche nel discorso di Gesù a
Nicodemo, riguardo al tema della «rinascita dall’alto», che consiste
nel nascere «dall’acqua e dallo Spirito»(Gv 3,5). Invece nella
proclamazione di Gesù durante la festa delle Capanne, «l’acqua» viene
paragonata al dono dello Spirito Santo (Gv 7,37-39). Quindi in Giovanni
possiamo rilevare da una parte lo stretto rapporto fra l’«acqua», e il
dono dello «Spirito Santo» e dall’altra fra «il battesimo» e il «dono
dello Spirito Santo»:
Gesù
che battezzerà nello
Spirito Santo (Gv 1,33) La
promessa del dono dell’acqua viva che sgorga dal Suo fianco (Gv 7,37-39)
richiama il passo di Ez 47,1, ripreso in Zc 14,8: «..e
vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la
facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il
lato destro del tempio» (Ez 47,1) «In
quel giorno acque vive sgorgheranno da Gerusalemme e scenderanno parte
verso il mare orientale» (Zc 14,8) Ezechiele
parla di un fiume che esce dal Tempio per far germinare dappertutto la
vita, mentre Zaccaria descrive «le acque vive» che sgorgheranno da
Gerusalemme. Alla
luce della ricca simbologia salvifica del termine «acqua», nel passo di Gv 19,34, l’evangelista esprime una nuova
nascita data al credente da Gesù crocifisso[78].
Secondo il quarto evangelista l’«acqua», uscita dal costato di Gesù,
potrebbe inoltre rappresentare simbolicamente il dono spirituale che Lui
fa agli uomini che lo guardano con speranza, che consiste
nel sacramento del battesimo dato alla prima comunità formata da
Lui stesso sotto la croce, configurato dall’acqua uscita dal Suo
costato. 4.4.
Il valore simbolico del sangue. La
menzione del sangue, oltre che nel prologo (Gv 1,13) e in Gv 19,34, si
trova solo nel discorso del «pane di vita» (Gv 6,53.54.55.56 ). Nel cap.
6 esso è usato in senso figurato, per indicare un dono indispensabile di
Gesù per la vita del credente. Non dobbiamo dimenticarci che in questi
passi troviamo anche una chiara allusione al senso salvifico della morte
di Gesù: «… il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo»
(Gv 6,51). I verbi usati in questi versetti «bere» il Suo sangue e «mangiare»
la Sua carne hanno un significato eucaristico[79].
In questo discorso sia la «carne» che «il sangue» rappresentano i doni
spirituali per avere la vita eterna. B. F. Westcott, alla luce di Lv
17,11.14, lo vede come un simbolo della vita che Gesù dona al credente: «poiché la vita della carne è
nel sangue. Perciò vi ho concesso di porlo sull’altare in espiazione
per le vostre vite, perché il sangue espia, in quanto è la vita» (Lv
17,11) «perché il sangue è la vita
d’ogni carne» (Lv 17,14) Però
v’è una differenza: in Lv 17,14 è proibito bere il sangue, mentre in
Gv 6 Gesù dice che è necessario bere il Suo sangue per avere la vita ed
essere in comunione con Lui. Possiamo quindi concludere nel modo seguente: a)
In primo luogo, alla luce dell’uso giovanneo dei termini «sangue»
ed «acqua», possiamo dire che anche
in Gv 19,34 essi sono usati in senso metaforico cioè sono dunque
dei segni con cui l’evangelista Giovanni illumina il senso salvifico
della morte di Gesù che indica l’inizio della vita del credente. b)
In secondo luogo, considerando il rapporto fra l’acqua,
il dono dello Spirito Santo e il battesimo, l’uscita dell’acqua dal
costato di Gesù può rappresentare simbolicamente il sacramento del
battesimo, consegnato alla prima comunità nata ai piedi della croce.
Inoltre l’uscita del sangue dal costato di Gesù, alla luce di Gv
6,51-59, potrebbe indicare il sacramento dell’eucaristia
attraverso il quale Gesù dona la vita eterna agli uomini. 5.
Conclusione. Le
espressioni analizzate da me in questo capitolo evidenziano lo
stretto rapporto fra la morte di Gesù e gli effetti salvifici connesse ad
essa. Il quarto evangelista usando la categoria dell’innalzamento mette
in rilievo da una parte l’innalzamento di Gesù sulla croce e
dall’altra la manifestazione della gloria e la vittoria di Gesù sulla
morte. I sintagmi «offrire la vita per», «morire per» e «la mia carne
per», da una parte esprimono la morte di Gesù sul Calvario e
dall’altra in forza della preposizione u`pe.r viene messo in evidenza il valore salvifico del sacrificio di
Gesù sulla croce. Nelle espressioni «offrire la vita per» e «la mia
carne per», la preposizione u`pe.r indica che Gesù dona la
Sua vita liberamente «a favore» dell’umanità, mentre nel sintagma «morire
per» essa indica che Gesù muore «al posto» dell’umanità. Quindi nel
vangelo di Giovanni sono presenti sia la categoria della «rapprensentanza
solidale» che «soddisfazione vicaria». Giovanni presentando Gesù come
l’agnello di Dio (Gv 1,29), ha voulto attribuire a Gesù lo stesso
valore salvifico dell’agnello pasquale dell’AT. Come il sangue
dell’agnello ha salvato Israele dalla maledizione di Dio così anche il
sangue di Gesù cancella il peccato dell’umanità che è bisognosa della
salvezza. Alla luce di queste formule soteriologiche giovannee si possono
cogliere meglio il significato profondo della pericope della morte di Gesù
(Gv 19,28-30). Quindi il quarto evangelista dà un rilievo particolare nel
suo vangelo alla morte di Gesù mettendola al centro della sua teologia.
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