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Capitolo
II Il
contesto e l’organizzazione della pericope (Gv
19,28–30). 1.
Introduzione. La pericope della morte di
Gesù (19,28–30) va collocata nel racconto della passione. La maggiore
parte degli autori[1] sostiene che il racconto
della passione inizia con l’arresto di Gesù nell’orto «al di là
della valle del Cedron» (18,1) e finisce con la sepoltura del corpo di
Gesù nell’orto, vicino al luogo della crocifissione (19,42). Il termine
kh/poj,
(orto) che ricorre sia in 18,1 che in 19,41 determina l’unità
letteraria della sezione . Perciò, questi autori, alla luce
dell’inclusione letteraria del termine «orto», sono del parere che il
racconto della passione giovannea parta dall’arresto (18,1) e arrivi
fino alla sepoltura (19,42). Ma alcuni studiosi, in modo particolare, Y.
Simoens[2]
e J.P. Heil osservano giustamente che nel vangelo di Giovanni il racconto
della passione e della risurrezione sono strettamente legati l’uno
all’altro, quindi, obbiettano che, prendendo in considerazione solo la
sezione che riguarda la passione, crocifissione, morte e sepoltura di Gesù
(18,1–19,42), si rischi di fare una netta separazione fra i due racconti
(passione – risurrezione), che in verità non sono separati, perciò
essi prendono in considerazione da Gv 18,1 fino a Gv 21,25[3].
Noi seguiamo la posizione
di Y. Simoens in generale, che inizia dall’arresto di Gesù nell’orto
(18,1) fino alla fine del vangelo (21,25). In tale organizzazione la
pericope della morte di Gesù (19,28-30) si trova al centro di tutto il
racconto pasquale. È vero, come dice Simoens, che «la passione e la
morte non segnano un termine, ma un passaggio»[4], ma, sebbene non sia
facile trovare degli elementi così evidenti per determinare un rapporto
fra i cc.18-19 e 20-21, vorremmo tentare di dimostrare che questa unità
esiste attraverso i seguenti elementi, comuni in ambedue i racconti. 2.
Gli
elementi comuni
fra passione, morte e risurrezione. 2.1.
I personaggi.
Il Gesù giovanneo, a differenza dei sinottici, è il protagonista
non solo della risurrezione ma anche della passione e della morte, perciò
noi in primo luogo non possiamo non notare la centralità di Gesù
attraverso le numerose ricorrenze del Suo nome, in questo racconto, come
del resto in tutto il vangelo. Così possiamo sottolineare che il racconto
inizia con «Gesù» (Gv 18,1) e termina con «Gesù» (Gv 21,25). Si può
anche vedere la costante presenza del sostantivo
maqhth,j
in tutto il racconto della passione e risurrezione, dall’inizio fino
alla fine (18,1-2; 21,23-24)[5].
Sia nel racconto della passione che della risurrezione troviamo la
menzione di una coppia specifica di discepoli: «Pietro e l’altro
discepolo», che sono nominati particolarmente, sia durante
l’interrogatorio di Gesù davanti ad Anna (18,15) che
nei racconti della risurrezione (20,2-10; 21,7.20-23)[6].
C’è poi la presenza di un altro personaggio, Maria Maddalena, a cui il
quarto evangelista dedica più di metà del capitolo 20, che è già
presente presso la croce in 19, 25. 2.2.
Le indicazioni
temporali.
In secondo luogo notiamo il termine prwi<
(mattino presto), utilizzato dal quarto evangelista all’inizio
dell’interrogatorio di Gesù davanti a Pilato (18,28) e nell’episodio
del sepolcro vuoto in 20,1:«Maria Maddalena si recò al sepolcro di buon
mattino (prwi<)».
Il termine prwi<a
che potrebbe essere il sinonimo di prwi< si trova nell’episodio della manifestazione del
risorto ai discepoli sulla riva del mare di Tiberiade: «Quando già era
l’alba (prwi<a) Gesù si presentò sulla riva» (21,4). In tutto
il vangelo di Giovanni questa nozione temporale ricorre solo in questi
passi, perciò notiamo che tale uso può avere un significato particolare
in questo contesto. Anche il termine «notte» nu,x
ricorre sia in 19,39 che in 21,3: la prima volta è citato nella pericope
della sepoltura in cui Nicodemo durante la notte va da Gesù per portare
una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. La seconda lo
troviamo durante il fallimento della pesca notturna dei discepoli (Gv
21,3)[7].
2.3.
L’ indicazione
spaziale. È
interessante notare il termine mnhmei/on (sepolcro), che è
caratterizzante della sezione della sepoltura di Gesù dove ricorre 2
volte (Gv 19,41.42), mentre nella prima parte del racconto della
risurrezione ben 9 volte (20,1.2.3.4.6.8.11). Il termine «sepolcro» è
determinante e gioca un ruolo ancora più importante nel racconto della
risurrezione.
2.4.
Gli altri elementi
letterari. a.
In primo luogo mettiamo in rilievo la ricorrenza del termine ovqo,nion (i teli di lino) in cui il corpo di Gesù viene
avvolto e sepolto in 19,40. Esso viene ripreso per ben tre volte nel c.20
nei vv. 5.6.7, è
significativo come segno della risurrezione. b.
Il momento culminante della rivelazione di Gesù sulla croce è
determinata dalla consegna del Suo spirito (pneu/ma)
in 19,30, mentre in 20,22 il Cristo risorto realizza il dono dello Spirito
Santo (pneu/ma). c.
Troviamo il «fianco» (pleura) trafitto di Gesù solo
una volta in 19,34, mentre, dopo la risurrezione, il quarto evangelista
utilizza questo termine per ben tre volte (20,20.25.27) per sottolineare
che la risurrezione passa attraverso la morte. d.
il verbo e[lkw (tirare) è impiegato per indicare il gesto di
Pietro, nell’estrarre la spada dal fodero, al momento dell’arresto di
Gesù (18,10) ed è ripreso di nuovo per due volte nell’episodio della
pesca miracolosa in 21,6, per «tirare» (e[lkw)
la rete piena di pesce. e.
Anche il termine mesto,j (pieno) nel quarto vangelo
è utilizzato solo in due contesti: la prima volta nella pericope della
morte di Gesù (19,29) per indicare il vaso «pieno» d’aceto e la
spugna imbevuta d’aceto e la seconda in 21,11 è impiegato per
descrivere la rete piena di pesce. f.
Troviamo il verbo marture,w
(testimoniare) durante il processo davanti a Pilato (18,23.37) la prima
volta quando Gesù testimonia il motivo della Sua venuta in questo mondo,
e la seconda durante la testimonianza del discepolo subito dopo la Sua
morte (19,35), viene anche ripreso per indicare la testimonianza del
discepolo nel racconto della risurrezione (21,24). g.
Alla fine possiamo anche notare un certo rapporto fra il termine kh/poj «giardino» (18,1) nell’episodio dell’arresto
di Gesù e il «giardiniere» khpouro,j
(20,15), che può rafforzare il rapporto fra la passione e la
risurrezione. E nella stessa maniera la domanda di Gesù alla milizia e
alle guardie: «chi cercate?» (18,4.7) riecheggia nella domanda che lo
stesso Gesù rivolge a Maria di Magdala: «Chi cerchi?» (20,15)[8]. h.
Il verbo ti,qhmi (porre) che è usato nell’episodio della sepoltua
del corpo di Gesù (19,41.42), viene ripreso nell’episodio dell’apparazione
di Gesù a Maria Maddalena (20,2.13.15). Sottolineando questi
elementi sopra scritti, noi sosteniamo che il racconto della passione e
morte non viene separato dal racconto della risurrezione; anzi il quarto
evangelista, da una parte, negli episodi della morte anticipa già la
vittoria trionfale della risurrezione e dall’ altra nei racconti della
risurrezione, riportando i segni della morte, rivela l’unità
inseparabile fra la risurrezione e la morte. Dopo aver evidenziato tale
rapporto, ora cerchiamo di scoprire come il quarto evangelista colloca la
pericope della morte di Gesù (19,28-30) al centro di tutto il racconto
della passione, la morte e la risurrezione. 3.
La centralità della
morte nel contesto della passione, risurrezione (Gv 18,1-21,25). Dopo aver visto lo stretto
rapporto fra passione e risurrezione e dopo aver dimostrato tale rapporto
attraverso anche i legami lessicali, ora possiamo esaminare come va divisa
questa lunga sezione (passione-risurrezione). La sezione precedente che
riguarda gli ultimi discorsi e la preghiera conclusiva (cc.13–17),
relativa alla passione, morte e risurrezione, appartiene al genere
letterario dei «discorsi di addio», che sono presenti spesso nell’AT.
Probabilmente Giovanni, secondo Brown, ha attinto da lì tale genere
letterario. Perciò vediamo una netta separazione fra gli ultimi discorsi
di Gesù ai suoi discepoli (cc.13–17) e il racconto della passione,
morte e risurrezione (cc.18-21) che appartengono a due generi letterari
diversi[9].
Alla luce di questa inseparabile unità fra passione, morte e
risurrezione, dividiamo il racconto in cinque sezioni[10]: 3.1.
L’arresto
di Gesù (18,1-27).
A differenza di alcuni autori che partono da 18,1 fino a 18,11, noi
prendiamo in considerazione il testo che va da 18,1 fino a 18,27 (Brown, Léon-Dufour,
Y. Simoens). Esso comprende l’arresto di Gesù nell’orto,
l’interrogatorio davanti al sommo sacerdote e il rinnegamento di Pietro.
Possiamo anche mostrare l’esistenza
dell’unità letteraria di questa sezione attraverso i seguenti
elementi: a)
Rispetto
alla sezione precedente dell’ultimo discorso di Gesù (cc. 13 – 17), i
termini iniziali del 18,1 segnano il cambiamento della scena attraverso i
verbi «uscire» ed «entrare»
e il luogo indicato precisamente come «al di là del torrente
Cedron» in cui entra Gesù con i suoi discepoli. Il termine «orto» (kh/poj), si trova in 18,1 e in
18,26; il termine maqhth,j
appare in 18,1 e 18,25, l’espressione «i sommi sacerdoti» in 18,3 e
18,26. Tali elementi determinano un’unità letteraria della sezione.
Possiamo anche sottolineare l’atteggiamento previsto di Giuda, che «consegna»
Gesù e l’atteggiamento inaspettato di Pietro che «rinnega» tre volte
il Suo maestro. Giuda, che consegna Gesù in 18,2, e
Pietro, che rinnega la sua identità di discepolo in 18,27, hanno
un certo parallelismo l’uno con l’altro. Con il rinnegamento di Pietro
la sezione si conclude e anche scompare
momentaneamente il gruppo dei discepoli fino al 20,10[11]. b)
In
18,10 Pietro taglia l’orecchio di uno dei servi: «Allora Simon Pietro (Pe,troj), che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il
servo (dou/loj) del sommo sacerdote (avrciereu,j) e gli tagliò (avpoko,ptw) l’orecchio (wvta,rion) destro».
Questo versetto viene ripreso in 18,26 e può indicare una continuità fra
l’arresto di Gesù nell’orto e il rinnegamento di Pietro[12]:
«Ma uno dei servi (dou/loj) del sommo sacerdote (avrciereu,j), parente di quello a cui Pietro
(Pe,troj) aveva tagliato (avpoko,ptw) l’orecchio (wvta,rion), disse: “Non ti ho forse visto con lui nel
giardino?» Gli elementi comuni in questi due versetti dimostrano una
continuità del racconto a partire da 18,1 fino al 18,27. c)
Alla fine possiamo rilevare un rapporto
fra la testimonianza coraggiosa di Gesù per tre volte davanti ai
suoi avversari: evgw, eivmi (18,5.6.8), e il rinnegamento di
Pietro di non essere il discepolo di Gesù: ouvk
eivmi (18,17.25.27): Gesù rivela la Sua identità, pur sapendo la
conseguenza di tale testimonianza, mentre Pietro, nascondendo la sua
identità ouvk eivmi rinnega il rapporto fra il maestro e il discepolo[13].
d)
Al centro possiamo trovare il motivo fondamentale della profezia
del sommo sacerdote che riguarda la morte di Gesù in v. 14 nel contesto
della passione. Il passo richiama a Gv 11,52 in cui l’evangelista
specifica il senso soteriologico della morte di Gesù in rapporto con la
profezia di Caifa (lo tratteremo nel capitolo V). Alla luce di questi
elementi, noi possiamo dire che esiste una continuità letteraria del
racconto. Ciò permette di pensare che la prima sezione del racconto parta
dall’entrata di Gesù nell’orto (18,1) fino all’ultimo rinnegamento
di Pietro (18,27). 3.2.
L’interrogatorio di
Gesù davanti a Pilato (Gv 18,28-18,16a). La
seconda sezione inizia in 18,28 con il cambiamento del luogo dal cortile
al «pretorio» e comprende tutte le scene che si svolgono «dentro» e «fuori»
del pretorio e finisce in 19,16a con la consegna di Gesù da parte di
Pilato nelle mani dei Giudei per essere crocifisso. I seguenti elementi
letterari possono definire l’unità letteraria di questa lunga sezione,
che racconta l’interrogatorio di Gesù davanti a Pilato (19,28 –
19,16a)[14]:
da
una parte evidenziamo l’unità letteraria della sezione sottolineando il
termine «Pasqua» che ricorre sia in 18,28 che in 19,14 e dall’altra
parte notiamo un legame fra la nozione temporale prwi<
«mattino» (18,28) e w[ra h=n w`j e[kth
«ora sesta» (19,14). Questi elementi definiscono un arco di tempo
in cui avviene la condanna definitiva di Gesù dinnanzi a Pilato per
essere crocifisso[15].
Anche il nome proprio di Pilato in 18,29 e 19,15[16]
può rafforzare tale unità letteraria. All’interno di
quest’inclusione letteraria, determinata da una parte dall’indicazione
temporale e dall’altra da Pilato, possiamo sottolineare le varie scene
che si svolgono «dentro» e «fuori» del pretorio e i vari dialoghi da
una parte fra Pilato e Gesù e dall’altra fra Pilato e i Giudei. La
sezione, che riguarda l’interrogatorio di Gesù davanti a Pilato (18,28
– 16a), è divisa in sette scene nella seguente maniera secondo i vari
movimenti e i dialoghi fra Pilato e i Giudei e Pilato e Gesù[17]:
a)
La prima scena, che si svolge fuori del pretorio (18,28–32), va
messa in parallelo con la settima scena «fuori del pretorio» (19,12-16a).
In queste due scene possiamo evidenziare l’indicazione temporale prwi< in 18,28 con cui inizia la sezione e un’altra
indicazione temporale w[ra h=n w`j e[kth
«l’ora sesta» in cui si conclude. In ambedue le scene troviamo il
dialogo fra Pilato e i Giudei. In 18,28 Gesù viene condotto da Pilato,
mentre in 19,16a Pilato consegna Gesù ai Giudei. Anche la Pasqua giudaica
viene ricordata in tutte e
due le scene (18,28; 19,14). b)
La seconda (18,33-38a) e la sesta scena (19,9–11) si svolgono
all’interno del pretorio. In tutte e due possiamo vedere gli stessi
protagonisti: Pilato e Gesù e il dialogo fra di loro. c)
La terza (18,38b-40) e la quinta scena (19,4-8) si svolgono
all’esterno del pretorio. Il dialogo fra Pilato e i Giudei è presente
in ambedue le scene. In 18,38b-40 sono nominati solo i Giudei, mentre in
19,4-8 sono specificate le due categorie «i sommi sacerdoti» e le «guardie»
insieme ai Giudei. L’elemento più decisivo in tutte e due le scene è
la proclamazione dell’innocenza di Gesù da parte di Pilato (18,38b;
19,4.6b). d)
La quarta scena (19,1-3) è diversa dalle altre perché in essa non
viene indicato un luogo specifico, e non ci sono dialoghi, ma vengono
messi in evidenza l’incoronazione con rami di spine e la proclamazione
«re dei Giudei» da parte dei soldati. Questa scena si trova al centro
della sezione ed in essa viene già presentata da Giovanni la regalità di
Gesù. 3.3.
La risurrezione e le
prime apparizioni ai discepoli (Gv 20,1-31). La quarta sezione (20,1-31) della grande unità
letteraria (18,1-25) inizia con una nuova indicazione temporale in 20,1 th/| de. mia/| tw/n sabba,twn
«il primo giorno della settimana» e prwi>
«mattino presto» e finisce con la prima conclusione (20,30-31). Se
queste indicazioni temporali segnano un distacco dalla sezione precedente,
i segni della morte e sepoltura (il sepolcro, i segni dei chiodi e il
fianco trafitto) che troviamo nel cap. 20 mettono in rilievo un rapporto
di continuità fra la morte e la risurrezione. L’unità letteraria di
questa sezione può essere definita innanzitutto dai titoli cristologici
nel v.2 «Signore» nei vv.29.31 «Signore mio e Dio mio» e «Gesù è il
Cristo e il Figlio di Dio». Il cap. 20 può essere diviso in tre parti
diverse basandosi sull’indicazione temporale (20,1.19.26) «mattino
presto del primo giorno della settimana» (v.1), «la sera» (v.19) e «dopo
otto giorni» e la manifestazione del risorto a tre vari personaggi (Maria
Maddalena, il gruppo dei discepoli, Tommaso). a)
La prima parte del racconto (20,1-18) è concentrata
sull’apparizione del risorto a Maria Maddalena. Essa inizia al v.1 e va
fino al v.18. Qui possiamo notare l’unità minore della prima parte
(vv.1-18) mettendo in parallelo il nome di «Maria
Maddalena» del v.1 con il
v.18. Il movimento di Maria è definito dal verbo «venire» nel v.1 e
indica il movimento verso il sepolcro e nel v.18 verso i discepoli.
L’espressione «hanno tolto il Signore» (20,2) va letta in rapporto con
l’espressione «ho visto il Signore» (20,18).
L’ultima parte inizia con il v.26 «dopo otto giorni», con
l’apparizione del risorto al gruppo dei discepoli, incluso Tommaso, e
finisce col v.31. L’unità minore di questa parte è determinata dalla
ricorrenza del termine maqhth,j (vv.26.30) e il nome «Tommaso» (vv.26.28) che è
anche un discepolo.
La parte centrale di questa sezione inizia con il v.19 con una
indicazione temporale «la sera» e finisce con il v.25. L’unità minore
di questa parte centrale è determinata
dalla ricorrenza della parola «discepoli» (i vv. 19.25) e
dall’espressione h=lqen o` VIhsou/j (i vv.19.24). b)
In queste tre parti abbiamo una frase che si ripete e per mezzo
della quale i discepoli riconoscono il Risorto. Tali frasi stanno in
rapporto una con l’altra: «Ho visto il Signore» (v.18); «Abbiamo
visto il Signore» (v.25); «Signore mio e Dio mio» (v.29). c)
La figura di Maria Maddalena della prima parte (vv.1-18) va letta
in parallelo con la figura del discepolo Tommaso dell’ultima parte
(vv.26-31): Maria Maddalena crede in Gesù risorto senza vedere i segni
dei chiodi e il fianco trafitto, mentre Tommaso crede nella risurrezione
di Gesù dopo aver visto i segni della crocifissione. Un altro elemento di
confronto e di parallelismo è che Gesù impedisce a Maria Maddalena di
toccare il Suo corpo (v.17), mentre invita Tommaso a mettere la mano nel
suo fianco (v.27). 3.4.
L’apparizione del
Signore sul lago di Tiberìade (Gv 21,1-25). L’ultima
sezione del racconto inizia con la manifestazione di Gesù sul mare di
Tiberìade (21,1) e finisce con la seconda conclusione (21,25). Il nome «Gesù»
(vv.1.25) e il sostantivo «discepolo» (vv.1.24) determinano
l’inclusione letteraria della sezione. Il racconto inizia menzionando la
citazione di Pietro in 21,2 e finisce con la testimonianza del discepolo
che Gesù amava in 21,24. Quindi da una parte c’è Pietro che deve «seguire»
Gesù e dall’altra il discepolo che Gesù amava che deve «rimanere».
Il v.25 è la seconda conclusione del vangelo. Il capitolo può essere
diviso in tre parti diverse mettendo in rilievo il rapporto fra Gesù
e i suoi discepoli: cioè Gesù e i sette discepoli (i vv. 1-14);
Gesù e Pietro (i vv.15-19); Gesù e Giovanni (i vv. 20-24). La
prima parte va compresa dal v.1 fino al v. 14 in cui viene descritta la
pesca miracolosa. Gesù si
manifesta ai sette discepoli. Il verbo fanero,w
che ricorre due volte nel v.1 e una volta nel v.14 costituisce l’unità
letteraria di quest’unità minore. Quindi tutto il racconto tratta di
una manifestazione del risorto. Il risorto si manifesta ad un gruppo più
ampio rispetto alle parti seguenti. Il nome di Gesù (v.1. 14) e la
presenza dei discepoli (v.1.14) potrebbe rafforzare tale unità, anche se
questi due sostantivi non si trovano esclusivamente in questi versetti. La
seconda parte va dal v.15 fino al v. 19 dove il racconto mette in risalto
un certo rapporto fra Pietro e Gesù. Non troviamo un’unità letteraria
ma possiamo trovare un’unità tematica cioè il racconto inizia con una
domanda di Gesù riguardo all’amore di Pietro (v.15) e finisce con una
predizione della morte di Pietro (v.19). Tale inizio e fine del racconto
fa vedere in qualche maniera che l’amore che ha Pietro per il suo
Signore viene provato attraverso la morte. Nell’ultima
parte (vv.20-24) viene raccontata l’importanza della testimonianza del
discepolo. La sua menzione sia nel v. 20 che nel v. 24 potrebbe
costituire l’unità letteraria di questa unità minore. Notiamo
che esiste una forte relazione con la parte precedente (vv.15-19)
innanzitutto il verbo «seguire» che continua ancora in questa parte. Poi
vediamo un forte contrasto fra la modalità della testimonianza di Pietro
e quella del discepolo amato: Pietro dovrebbe morire per rendere la
testimonianza e il «discepolo amato» testimonia «rimanendo» (v.
21.23). Avendo
visto la divisione delle varie sezioni e l’unità letteraria che le
determinano possiamo anche sottolineare i vari parallelismi che esistono
fra la prima (18,1-27) e la quinta sezione (21,1-25)
e fra la seconda (18,28-19,16a) e la quarta sezione. (20,1-31). 4.
I rapporti
letterari fra
le varie sezioni. 4.1.
Il parallelismo fra
l’arresto di Gesù (18,1-27) e l’apparizione del risorto sul mare di
Tiberìade (21,1-25). Prima
di tutto possiamo mettere a fuoco, come abbiamo già messo in rilievo
precedentemente, il confronto fra i rinnegamenti di Pietro, per tre volte,
nel racconto della passione (18,15-17.25-27) con le tre domande
riguardanti l’amore di Pietro nei confronti del Maestro
e il compito affidatogli per tre volte di pascere le pecore e gli
agnelli (21,15-17). La
profezia di Caifa che riguarda la morte di Gesù per risparmiare
l’intero popolo: «è meglio che un uomo solo muoia per il popolo»
(18,14), può stare in parallelo con Gv 21,19 in cui Gesù profetizza la
morte di Pietro attraverso la quale lui avrebbe glorificato Dio: «questo
gli disse per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio». Il
verbo e[lkw (tirare),
come già detto, è impiegato in 18,10, e si riferisce al gesto violento
di Pietro di tirare fuori la spada dal fodero. Lo stesso verbo viene
ripreso nell’episodio della pesca miracolosa per indicare il gesto di
Pietro di tirare la rete piena di pesce (21,6.11). In
18,22 Gesù chiede a colui che gli dà lo schiaffo di testimoniare marture,w il male che ha fatto, mentre in 21,24 il discepolo
testimonia marture,w
la verità che rimane per sempre. 4.2.
Il parallelismo fra
l’interrogatorio di Gesù davanti a Pilato (18,28-19,16a) e
l’apparizione del risorto ai suoi discepoli (20,1-31). Tutte
e due le sezioni iniziano con un’indicazione temporale ed uguale: In Gv
18,28 l’interrogatorio di Gesù davanti a Pilato inizia al mattino prwi< e così anche in Gv 20,1 Maria Maddalena va al
sepolcro al mattino presto prwi<. Nel
racconto della morte e risurrezione (cc.18-21) il sostantivo a`marti,a (peccato) ricorre solo due volte e in tutte due le
volte è messo in bocca a Gesù: la prima volta Gesù dice a riguardo di
Giuda: «per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa (a`marti,a) più grande» (19,11), la seconda volta quando Gesù, dopo aver dato il dono dello
Spirito Santo ai Suoi discepoli, dà il potere di rimettere i peccati: «a
chi rimetterete i peccati (a`marti,a)
saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». Esso
ricorre solo in questi due passi in tutta la sezione (18,1-21,25). Il
titolo cristologico «Figlio di Dio» ui`o.n qeou/, in tutto il racconto della morte e risurrezione ricorre solo due
volte: nella prima in 19,7b i Giudei accusano Gesù che si è fatto «figlio
di Dio», perciò lo vogliono condannare a morte: «secondo questa legge
deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio». Questo passo sta in
parallelo con quello di 20,31 in cui il quarto evangelista invita tutti
gli uomini a credere che «Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio» per
potere ottenere «la vita nel Suo nome»;
nella seconda, i Giudei condannano Gesù alla morte perché Lui si
è fatto il Figlio di Dio, e proprio per tale motivo l’evangelista
invita ad avere vita credendo nel Suo nome. Rendendoci
conto di questi parallelismi, fra la prima e la quinta sezione e fra la
seconda e quarta sezione, possiamo collocare la sezione della
crocifissione morte e sepoltura (19,16b-42) di Gesù al centro di tutto il
racconto della morte e risurrezione. Proponiamo
una certa struttura concentrica del racconto della passione e risurrezione
giovannea secondo il seguente schema[18]:
La
crocifissione, la morte e la sepoltura (19,16b-42)
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