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Capitolo I

Capitolo II

Capitolo III

Capitolo IV

Capitolo V

Conclusione

 

 

 

Capitolo I

1.       Status quaestionis.

 

In questo capitolo cerchiamo di presentare la sintesi delle più importanti interpretazioni teologiche degli autori riguardo alla pericope sulla morte di Gesù nel quarto vangelo. Questo capitolo può essere un po’ ripetitivo per il motivo che nel mostrare ai lettori le varie somiglianze e divergenze interpretative fra diversi autori abbiamo preferito riportare autore per autore.

 

J.H. Bernard., A critical and exegetical commentary on the gospel according to St. John, vol II, NY, Charles scribner’s sons (1928).  Riguardo alla struttura della sezione della passione e morte, in cui si trova la pericope (19,28-30), l’autore propone il seguente schema:

18, 1 – 11:        L’arresto di Gesù

18, 12 – 14:      Gesù è legato e portato ad Anna

18, 15 – 18:      Il primo rinnegamento di Pietro

18, 19 – 23:      L’ interrogatorio davanti ad Anna

18, 24:             Gesù viene mandato da Caifa

18, 25 – 27:      Il secondo e il terzo rinnegamento di Pietro

18, 28 – 32:      Gesù è accusato dai giudei davanti a Pilato

18, 33 – 37:      Il primo interrogatorio davanti a Pilato

18, 38 – 40:      Pilato non trovando nessuna colpa vuole liberare Gesù;

19, 1 – 5:          Gesù è flagellato e viene insultato dai soldati;

19, 6 – 7:          Pilato tenta di nuovo di difendere Gesù davanti ai Giudei

19, 8 – 11:        Il secondo interrogatorio davanti a Pilato

19, 12 – 16:      Pilato non riuscendo a convincere i Giudei gli consegna Gesù per la crocifissione

19, 17 – 22:      La crocifissione e l’apposizione dell’iscrizione sulla croce

19, 23 – 24:      La spartizione delle vesti e la tunica inconsutile;

19, 25 – 30:     Le tre pronunce di Gesù davanti alla sua morte

19, 31 – 37:      Il colpo di lancia e l’adempimento della Scrittura

19, 38 – 42:      La sepoltura di Gesù nel giardino.

 

La pericope della «morte di Gesù» (19, 28 – 30) è unita insieme con l’episodio precedente (19,25–27) dove Gesù fa «il reciproco affidamento fra la Sua madre e il discepolo prediletto». L’autore titola questa sezione (19,25–30) come «le tre ultime pronunce di Gesù dalla croce prima della Sua morte» in quanto tutte due le parti contengono le «ultime parole di Gesù».

L’autore sottolinea che nei sinottici prima della morte di Gesù (Mc 15,33; Mt 27, 45; Lc 23,44) fra l’ora sesta e l’ora nona c’è stato un lungo tempo di silenzio durato circa tre ore. E verso l’ora nona Gesù pronuncia le ultime parole e muore. Secondo l’autore, anche nel quarto vangelo, fra la crocifissione e la morte di Gesù ci dovrebbe essere un tempo lungo e un tempo di silenzio. Perciò l’espressione iniziale della pericope della morte di Gesù (meta. tou/to) anche se evidenzia un legame con l’episodio del reciproco affidamento fra la madre di Gesù e il discepolo amato, non indica una successione immediata.

 Secondo l’autore la congiunzione i[na,  in 19,28 «affinché si compisse la Scrittura», non si lega con il versetto precedente, «tutto ormai è stato compiuto» ma alla richiesta di Gesù: diyw/. Come in 19,24.36 dove l’espressione  «affinché si compisse la Scrittura» mette in evidenza la realizzazione di una citazione dell’AT, così come anche in 19,28, realizza il salmo 69,21.

In quanto  u[sswpoj non può essere adatto per potere portare la spugna alla bocca di Gesù, l’autore vuole sostenere l’ipotesi di Camerarius (+1574) che ha supposto un errore di trascrizione: il testo non avrebbe portato u[sswpoj ma usswj (giavellotto). A meno che Giovanni scrivendo u[sswpoj  vuole vedere un significato dell’Esodo, in cui l’issopo è utilizzato per aspergere il sangue dell’agnello sulle porte degli israeliti come un segno di protezione di Dio.

Nell’espressione pare,dwken to. pneu/ma l’autore vede un legame  con la morte del servo sofferente descritta nel libro del profeta Isaia:

 

«perciò io gli darò in premio le moltitudini,  dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato la sua vita (psychè) alla morte e portava il peccato di molti ed è stato consegnato a causa dei loro peccati (53, 12)».

 

L’autore non pensa che l’evangelista faccia allusione allo Spirito Santo consegnato da Gesù usando il termine pneu/ma, perché anche negli Atti di Giovanni nel secondo secolo è utilizzato lo stesso termine pneu/ma per indicare la morte di Giovanni.

 

C.K.Barrett., St. John: An introduction with commentary and notes, The Macmillan Company, New York (1955). Poiché il racconto della passione in Giovanni coincide in molti passi con la tradizione sinottica, l’autore pensa che Giovanni probabilmente dipende dalla tradizione sinottica in modo particolare da quella di Marco. Barrett divide tutto il racconto della passione (18,1–19,42) in 5 grandi sezioni:

18, 1 – 11:                    L’arresto di Gesù.

18, 12 – 27:                  L’interrogatorio davanti ad Anna e il rinnegamento di Pietro.

18, 28 – 19, 16: L’interrogatorio davanti a Pilato;  

19, 16 – 30:                  La crocifissione la morte di Gesù

19, 31 – 42:                  La sepoltura di Gesù.

 

Secondo l’autore l’espressione iniziale meta. tou/to, della pericope della morte di Gesù (19,28–30),  alla luce di Gv 2,12,  stabilisce un rapporto fra l’episodio dell’affidamento reciproco fra la madre di Gesù e il discepolo amato (vv.25-27) e l’episodio della morte di Gesù (vv.28-30).

Secondo Barrett l’evangelista Giovanni, a differenza dei sinottici, presenta Gesù come colui che prende l’iniziativa e dice: «ho sete». Mentre nei sinottici gli viene offerta la bevanda senza che Lui manifestasse la Sua sete.  Nel v. 28 «affinché si compisse la Scrittura, dice: “Ho sete!”», l’autore vede la realizzazione dell’AT in cui è stata descritta la stessa situazione:

 

«quando avevo sete mi hanno dato l’aceto» (Sal 69,22).

 

Giovanni, menzionando  u[sswpoj ( il quale non è adatto a reggere una spugna imbevuta d’aceto), invece di ka,lamoj, come è menzionato nella tradizione sinottica, probabilmente vuole presentare Gesù come l’agnello pasquale che muore per la salvezza del suo popolo (Gv 1,29.36). Alla luce del passo anticotestamentario dell’esodo (Es 12,22) in cui u[sswpoj è utilizzato per aspergere il sangue dell’agnello sulle porte degli israeliti come un segno di salvezza l’autore dice che a Giovanni non interessa tanto l’utilità concreta dell’issopo, ma vuole esprimere un significato teologico attraverso questo cambiamento da ka,lamoj ad u[sswpoj.

            Le parole di Gesù «tutto è compiuto» non si riferiscono solamente alla Sua morte imminente ma al fatto d’aver portato al termine il compito che il Padre gli ha dato, quindi è un grido di consapevolezza e di vittoria. Sembra che l’autore non prenda nessuna posizione a riguardo dell’espressione «consegnare lo Spirito»: da una parte suppone che l’evangelista Giovanni vuole mettere in rilievo che Gesù, attraverso la Sua morte, consegna lo Spirito Santo al gruppo che sta sotto la croce, in tale gesto Gesù avrebbe realizzato la promessa dello Spirito Santo (Cf  7,37-39), e dall’altra non è facile comprendere che nel vangelo di Giovanni ci siano due momenti del dono dello Spirito Santo (Cf  Gv 20,23)[1].

 

R.H. Light foot., St. Johns’ gospel: A commentary, Oxford, Ciarendon press (1956). La sezione che comprende dal 18, 1 fino al 19, 42 è intitolata «La crocifissione del Signore», all’interno di questa grande sezione l’autore non fa una struttura organizzata in varie sotto sezioni del racconto della passione.

L’autore commenta che l’espressione meta. tou/to, mette in stretto rapporto l’episodio della morte di Gesù (vv.28-30), con l’episodio dell’unione reciproca fra la madre di Gesù e il discepolo amato (vv.25-27). Tale legame indica che Gesù è consapevole d’aver portato a termine tutta l’opera, affidando la Sua madre al discepolo amato e viceversa.  L’espressione «affinché si compisse la Scrittura» è connessa strettamente con le parole di Gesù: «Ho sete»: cioè attraverso «la sete di Gesù», si realizza la condizione del giusto sofferente del Sal 69,21. Anche se non sono menzionati esplicitamente gli offerenti dell’aceto, l’autore suppone che siano stati i soldati ad offrire l’aceto, e l’offerta dell’aceto da parte dei soldati, in qualche maniera aiuta a realizzare la Scrittura senza che essi sono coscienti dell’importanza di tale gesto.

Il termine u[sswpoj è usato intenzionalmente dall’evangelista per mettere in rilievo il rapporto fra la morte di Gesù come l’agnello pasquale (1,29.36), e l’evento dell’Esodo dove u[sswpoj è usato per aspergere il sangue dell’agnello per salvare gli Israeliti (Es 12,22).

La sete di Gesù – commenta l’autore – nell’episodio della donna samaritana (Gv 4,1ss) è esaudita con la risposta della Samaritana, invece nel v. 28 la sete di Gesù deve essere soddisfatta dalla risposta di coloro che sono presenti sotto la croce – Sua madre e il discepolo amato -  a cui Egli manifesta il Suo massimo amore (13,1). Importante vedere che l’autore fa un parallelo con Mc 14,25 in cui Gesù dice ai suoi discepoli «.. io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò di nuovo nel regno di Dio», in questo senso nel v. 29 Giovanni vuole comunicare, secondo l’autore, che Gesù bevendo l’aceto al momento della Sua morte e portando a termine l’opera terrena di Gesù, inizia «una fase nuova» del regno di Dio manifestato nel Suo amore sulla croce.

Dopo aver pronunciato le ultime parole «tutto è compiuto!», Gesù «reclinando il capo, consegnò lo Spirito»: confrontato con i passi dei sinottici dove l’espressione «reclinare il capo» è usata in senso di riposo (Mt 8,20; Lc 9,58). Secondo l’autore, tale espressione può significare anche in Gv 19,30 che Gesù ormai avendo portato tutta l’opera alla perfezione, può ‘chinare il capo’ e può riposare.

            Nell’espressione pare,dwken to. pneu/ma (Gv 19,30b), l’autore  facendo un riferimento allo Spirito che era presente nel momento della creazione (Gen 1,2), vuole dire che lo Spirito consegnato da Gesù (Gv 19,30b) ha la stessa dimensione «creativa»: la madre di Gesù e il discepolo prediletto ai piedi della croce assumono dei ruoli nuovi, cioè Maria diventa la madre di tutti i credenti  e il discepolo rappresenta i credenti di tutti i secoli, così vengono «rinati dall’alto» con il dono dello Spirito Santo consegnato dalla croce.

 

A.Wikenhauser., L’evangelo secondo Giovanni, Morcelliana, Brescia (1959). Il racconto della passione di Gesù in Giovanni, nonostante certe somiglianze con i racconti sinottici, viene narrato secondo il profilo teologico giovanneo[2].

Alla luce di questo profilo teologico giovanneo (Cf  la nota), l’autore propone una divisione diversa dagli autori precedenti: la prima sezione comprende l’arresto di Gesù e l’interrogatorio davanti ad Anna e Caifa (18,1–27); la seconda sezione è la più lunga, essa comincia dall’interrogatorio del potere Romano, che è rappresentato da Pilato (19,28), e va fino alla consegna di Gesù nelle mani dei Giudei per crocifiggerlo (19,16a); la terza sezione comprende la crocifissione, morte e sepoltura di Gesù (19,16b–42). 

L’ultima sezione (19,16b-42), in cui la pericope della morte di Gesù (19,28–30) è articolata al centro, è divisa nelle seguenti sotto sezioni:

 

19,16b– 24:

la crocifissione di Gesù; l’iscrizione sulla regalità di Gesù; la divisione delle vesti di Gesù da parte dei soldati

19, 25 – 27:

La madre di Gesù e il discepolo prediletto accanto alla croce

19, 28 – 30:

La morte di Gesù

19, 31 – 37:

Il colpo di lancia

19, 38 – 42:

La sepoltura di Gesù

 

Nella pericope della morte di Gesù (19,28–30), Giovanni evita di raccontare gli scherni dei passanti, dei capi dei Giudei e dei due ladroni. Non descrive neppure il lungo tempo di silenzio trascorso da Gesù fra l’ora sesta e l’ora nona (scarta l’opinione di J.H. Bernard). Gesù è presentato sulla croce più come re nascosto che come un sofferente.

Gesù nella sua piena consapevolezza (13,1.3; 18,4; 19,28) d’aver portato a termine l’opera che gli è stata affidata dal Padre (4,34; 5,36; 17,4) dicendo « Ho sete!» compie, secondo l’autore, ogni profezia che è stata fatta su di lui e in questo contesto il quarto evangelista riferisce al salmo 69,22 «nella mia sete mi hanno dato l’aceto».  Secondo l’autore, l’aceto diluito in acqua è considerato una bevanda gradita ai soldati e alle genti umili e anche colui che porge l’aceto alla bocca di Gesù deve essere un soldato come descritto in Luca 23,26.

Il termine u[sswpoj è causato da un vecchio errore di trascrizione di un testo primitivo che doveva essere, secondo l’autore, il «giavellotto» del soldato e in greco sarebbe usswj.

 

            G. Moretto., «La sete di Cristo in croce», sta in RivBiblIt (1967) 249–274.  In questo articolo l’autore dimostra come le parole di Gesù «Ho sete!», abbiano un significato molto importante, in quanto vengono pronunciate nel momento culminante della rivelazione del massimo amore manifestato nella morte di Gesù. L’autore riprende la struttura del racconto della passione (18,1–19,42) di Janssens de Varebeke[3] che ha diviso in tre sezioni: l’arresto di Gesù (18,1–27), il processo davanti a Pilato (18,28–19,16), la crocifissione, la morte e la sepoltura (19,17–42). Ognuna di queste è suddivisa in sette scene secondo «l’ordine letterario, come parole – chiave esprimenti il movimento, particelle etc.»[4]. Secondo G. Moretto l’unità letteraria dell’ultima sezione si limita da Gv 19,17 fino al 19, 37 in cui i tre annunci dell’adempimento della Scrittura (19,24; 19,28; 19,34) trovano il loro profondo significato  nella pericope centrale: la morte di Gesù (19,28–30). L’autore propone l’organizzazione della struttura letteraria  nel seguente schema concentrico:

 

19,17–22:

Prologo; innalzamento di Cristo-Re sul trono della

croce

19,23–24:

la tunica inconsutile – affinché si compisse la

Scrittura  -  la presenza dei soldati

19,25–27:

Presenza di Maria e Giovanni

19,28–30a:

la sete di Gesù morente  - affinché si compisse la Scrittura

19,30b:

il dono dello Spirito

19,31–36:

le ossa integre – affinché si compisse la Scrittura  - la presenza dei soldati

19,37:

Epilogo

 

Alla luce di questo schema l’autore vuole sottolineare l’intenzione dell’evangelista  di enucleare attorno alla pericope della morte di Gesù (19,28–30) tutta la sua narrazione e come attraverso le parole «Ho sete!», il quarto evangelista vuole indicare il compimento di ogni Scrittura e compimento dell’opera salvifica di Cristo.

Il significato della sete di Gesù morente va chiarito con l’episodio della donna Samaritana dove Gesù chiedendo «dammi da bere!» le offre «l’acqua viva» che è il simbolo della rivelazione messianica (Gv 4,25–26) e con tale offerta compie il tempo escatologico. Questo compimento del tempo escatologico è messo in parallelo con i doni escatologici nell’AT e nel NT, che sono simboleggiati mediante l’elemento dell’acqua (Is 12,3; 55,1; 17; Ger 2,13; 17,13; Sal 36,10; Sir 24,23–29; Ap 7,17; 21,6; 22). In tale maniera attraverso il desiderio della sete Gesù (19,28), offre il grande dono dello Spirito (19,30), e compie tutta l’opera salvifica[5].

 

G. Bampfylde., «John xix 28: A case for a different translation», in  NovT 11 (1969), 247-260. L’autore non accetta l’opinione di quegli esegeti, i quali sostengono che la sete di Gesù morente realizza le citazioni dei Sal 22 e 69, per i seguenti motivi:

-          la difficoltà nel trovare una citazione dell’AT che possa corrispondere esattamente al v. 28

-          non si può provare alla luce dell’uso giovanneo che il verbo teleio,w possa esprimere il senso dell’adempimento della Scrittura. Perché spesso il quarto evangelista impiega il verbo plhro,w per indicare l’adempimento della Scrittura.

L’autore mette a fuoco la differenza fra il verbo tele,w e teleio,w: il primo significa «portare a termine un’opera», e «completare» (used of the final action which brings the assignment to it’s fullfilment). Con questo significato l’autore vuole a dire che «...the labours of His ministry come to their end, but it is from that hour that the real results can begin...».  Mentre l’uso del verbo teleio,w mette in rilievo «.. not about the end of an activity, but about that important point when the goal of life, seen as maturity of the attainment of lasting perfection..»[6]   

Gesù è consapevole che tutto l’opera che gli è stata affidata dal Padre è portata al termine (tele,w) definitivamente, perciò dice “è compiuto!”. Nel v. 28b “affinché si compisse la Scrittura”, secondo l’autore, l’evangelista non ha in mente nessuna scrittura dell’AT, ma  qui la Scrittura corrisponde alla missione e al lavoro di Gesù sulla terra. L’autore vuole dire che Gesù ha portato a perfezione tutta l’opera del Padre con l’affidamento reciproco fra la Sua madre e il discepolo amato. 

La traduzione proposta dall’autore che fa vedere lo stacco fra il compimento dell’opera e la sete di Gesù è la seguente:

 

«After this, Jesus, knowing that all was now finished in order for the scripture to be brought to fruition, said, “I thirst”….. When, therefore, he had received the vinegar, Jesus said, “It is finished, and bowing his head, he handed over the Spirit.»

 

In questa nuova traduzione del testo l’autore giustifica anche il consegnare lo Spirito dalla croce come l’adempimento della promessa fatta in Gv 7,39: «Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato».  Facendo anche un parallelo tra i «credenti» menzionati in 7,39 con quelli presenti nei vv.25-27 evidenzia uno stretto legame fra i vv. 25-27 con i vv. 28-30. Il desiderio della sete di Gesù non implica una sete fisica ma una sete che riguarda la promessa dello Spirito Santo al gruppo che sta sotto la croce. 

I. De la potterie., Studi di cristologia giovannea, Marietti, Genova (1973);  «La sete di Gesù morente e l’interpretazione giovannea della sua morte in croce», sta in La sapienza della croce,  Elle Di Ci, Leumann, Torino (1976) 33-49; La passione di Gesù secondo il vangelo di Giovanni, San Paolo, Cinisello Balsamo, (1988) .  L’autore nei suoi approfonditi studi sul tema della passione di Gesù affronta la problematica del nostro testo (19,28-30) in modo particolare. Il suo tentativo è quello di dimostrare, come aveva sostenuto G. Bampfylde,  che il «Sitio» di Gesù dalla croce, indica «un grande desiderio di Gesù di donare lo Spirito» in parallelo con i cap. 4 e 7. E tiene presente il significato simbolico fra «sete – acqua viva – Spirito santo», (Gv 4,1ss; 7,37–39). Anche I. De la Potterie non accetta che la sete di Gesù adempie qualche citazione dell’AT.

Il racconto della passione è divisa in cinque sezioni basandosi sui cinque diversi luoghi (l’orto, il palazzo del sommo sacerdote, il palazzo di Pilato, Golgota e l’orto in cui avviene la sepoltura di Gesù) in cui si svolgono le varie scene. L’autore propone la seguente struttura concentrica[7]:

 

18,1 – 11:

l’introduzione: l’arresto di Gesù nell’orto.

18,12–27:

Interrogatorio davanti ad Anna.

18,28–19, 16a:

Processo davanti a Pilato

19, 16b – 37:

la crocifissione e morte di Gesù sul Golgota

19, 38 – 42:

la sepoltura di Gesù nell’orto.

Il nostro testo Gv 19,28–30 si trova nella sezione della crocifissione e morte di Gesù sul Golgota (19,16b–37): i primi due versetti (vv.16b–18), secondo l’autore, introducono il lettore alla scena del Golgota e poi il resto del testo è diviso in cinque parti come vediamo nella seguente struttura:

Introduzione: 19,16b–18

a.       19, 19 – 22: la scritta sulla croce

b.       19, 23 – 24: la tunica senza cucitura

c.       19, 25 – 27: la maternità spirituale di Maria

d.       19, 28 – 30: la sete e la morte di Gesù

e.       19, 31 – 37: il sangue e l’acqua

 

Il commento dell’autore sulla morte di Gesù (19,28–30) è il seguente:  innanzitutto l’autore nota il rapporto dei vv. 28–30 con i vv. 25–27 attraverso due elementi letterari. Il primo è quell’espressione iniziale della pericope meta. tou/to (19,28a) che rimanda all’episodio precedente in cui Gesù affida la madre al discepolo prediletto e il discepolo prediletto a Sua madre (vv.25–27), l’altra espressione seguente del v. 28 eivdw.j o` VIhsou/j o[ti h;dh pa,nta tete,lestai rimanda ancora un’altra volta, secondo l’autore, alla scena precedente (vv.25–27): cioè il «compimento di ogni cosa» menzionato nel v. 28, è l’ultimo gesto col quale Gesù porta alla perfezione tutta l’opera che gli è stata affidata. Il verbo tete,lestai utilizzato nel v. 28 deriva dalla  radice te,loj che è utilizzato in 13,1: «li amò fino alla fine». Così Gesù nel momento culminante della Sua vita terrena  dalla croce porta a compimento il suo grande amore nell’unione fra la Sua madre e il Suo discepolo prediletto. La conclusione di questi due elementi letterari aiutano a capire che l’espressione «affinché si adempisse la Scrittura»  non va messa in relazione con le parole di Gesù:  «Ho sete!», ma con la scena che è appena terminata nei vv. 25–27.

Anche il nostro testo 19,28–30 è organizzato da De La Potterie nella struttura concentrica in cui l’autore divide la pericope basandosi sui due protagonisti presenti nel testo: «Gesù» che è menzionato con il nome proprio e  poi gli altri che sono menzionati nella terza persona plurale «essi». L’autore evidenzia anche un’unità letteraria fra il v. 28 e il v. 30 con il nome proprio di Gesù e il verbo del compimento tete,lestai. Il gesto dell’offerta dell’aceto viene sottolineato come l’incomprensione da parte degli attori che non hanno capito il significato delle parole di Gesù: «ho sete» e gli offrono l’aceto. L’autore presenta la seguente struttura concentrica[8]:

 

Gesù

v. 28

 

Dopo di che, sapendo che ormai

 

 

A

TUTTO ERA COMPIUTO, perché

 

 

 

la Scrittura fosse perfettamente adempiuta

 

 

B

Gesù disse: Ho sete

Essi

v. 29

Incomprensione

C’era là un vaso pieno d’aceto.

Essi vi immersero una spugna

che fissarono a un ramo di issopo,

l’accostarono alla  sua bocca.

Gesù

v. 30

 

Quando ebbe preso l’aceto

 

 

A1

Gesù disse: “È COMPIUTO”

 

 

B1

E, reclinando il capo, rese lo spirito

 

L’autore mette in evidenza che il verbo diya,w è spesso usato nel quarto vangelo nel senso figurato (Cf  Gv 4,13.14.15; 7,37-39). Viene messo in rilievo dall’autore che sia nell’episodio della donna Samaritana che nella pericope della morte di Gesù, l’evangelista partendo dalla “sete fisica” rimanda i lettori al senso figurato di essa.  In questi due episodi è notata l’incomprensione da parte di coloro che ascoltano Gesù: sia nell’episodio della Samaritana che nella scena della morte di Gesù il vero significato della sete di Gesù viene malinteso. L’oggetto della sete di Gesù nel cap.4 era “l’acqua viva” e nel cap.19 è il dono dello Spirito santo. L’invito di Gesù nella festa dei Tabernacoli è nella prospettiva di quella della croce: lo Spirito che i credenti dovevano ricevere alla glorificazione di Gesù (Gv 7,39) è lo Spirito che fu dato da Gesù morente (Gv 19,30); i fiumi di acqua viva che sarebbero scaturiti dal suo seno (Gv 7,38) sono simboleggiati per l’evangelista dall’acqua che scaturisce dal costato trafitto di Gesù (Gv 19,34).

In Gv 19,28 l’autore cerca di dimostrare che la preposizione finale i[na,, non dipende da le,gei che segue ma dipende dal verbo tete,lestai che precede (sostiene l’opinione di G. Bampfylde). Perciò secondo l’autore la sete di Gesù morente non adempie nessuna citazione dell’AT ma riferisce al dono dello Spirito Santo che verrà indicato con l’espressione «consegnare lo spirito».  Con queste parole Giovanni si riferisce a ciò che aveva detto all’inizio del racconto della passione «li amò fino alla fine» (13,1). In cui l’autore sottolinea la ricorrenza del termine te,loj in 13,1 con 19,28  tete,lestai che deriva dalla stessa radice te,loj e lo stesso amore mezionato in 13,1 e viene realizzato nel contesto della morte.

Secondo I. De la Potterie Gesù avendo compiuto tutto nell’episodio precedente (vv. 25-27), realizzando la promessa dello Spirito Santo, esprime il Suo massimo amore all’umanità rappresentata dalla Sua madre e il discepolo amato. Quindi attraverso la sua sete, Gesù ci fa capire che la sua opera messianica deve prolungarsi nel dono dello Spirito in modo tale che questi diventi l’acqua viva di salvezza per i credenti, rappresentati dalla madre e dal discepolo, tale poi è il dono dello Spirito  lungo i secoli.

 

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