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Capitolo
I 1.
Status
quaestionis. In
questo capitolo cerchiamo di presentare la sintesi delle più importanti
interpretazioni teologiche degli autori riguardo alla pericope sulla morte
di Gesù nel quarto vangelo. Questo capitolo può essere un po’
ripetitivo per il motivo che nel mostrare ai lettori le varie somiglianze
e divergenze interpretative fra diversi autori abbiamo preferito riportare
autore per autore. J.H.
Bernard., A critical and exegetical commentary on the
gospel according to St. John, vol II, NY, Charles scribner’s sons
(1928). Riguardo
alla struttura della sezione della passione e morte, in cui si trova la
pericope (19,28-30), l’autore propone il seguente schema: 18,
1 – 11:
L’arresto di Gesù 18,
12 – 14: Gesù
è legato e portato ad Anna 18,
15 – 18: Il
primo rinnegamento di Pietro 18,
19 – 23: L’
interrogatorio davanti ad Anna 18,
24:
Gesù viene mandato da Caifa 18,
25 – 27: Il
secondo e il terzo rinnegamento di Pietro 18,
28 – 32: Gesù
è accusato dai giudei davanti a Pilato 18,
33 – 37: Il
primo interrogatorio davanti a Pilato 18,
38 – 40: Pilato
non trovando nessuna colpa vuole liberare Gesù; 19,
1 – 5:
Gesù è flagellato e viene insultato dai soldati; 19,
6 – 7:
Pilato tenta di nuovo di difendere Gesù davanti ai Giudei 19,
8 – 11:
Il secondo interrogatorio davanti a Pilato 19,
12 – 16: Pilato
non riuscendo a convincere i Giudei gli consegna Gesù per la
crocifissione 19,
17 – 22: La
crocifissione e l’apposizione dell’iscrizione sulla croce 19,
23 – 24: La
spartizione delle vesti e la tunica inconsutile; 19,
25 – 30: Le
tre pronunce di Gesù davanti alla sua morte 19,
31 – 37: Il
colpo di lancia e l’adempimento della Scrittura 19,
38 – 42: La
sepoltura di Gesù nel giardino. La
pericope della «morte di Gesù» (19, 28 – 30) è unita insieme con
l’episodio precedente (19,25–27) dove Gesù fa «il reciproco
affidamento fra la Sua madre e il discepolo prediletto». L’autore
titola questa sezione (19,25–30) come «le tre ultime pronunce di Gesù
dalla croce prima della Sua morte» in quanto tutte due le parti
contengono le «ultime parole di Gesù». L’autore
sottolinea che nei sinottici prima della morte di Gesù (Mc
15,33; Mt 27, 45; Lc 23,44) fra l’ora sesta e l’ora nona c’è stato
un lungo tempo di silenzio durato circa tre ore. E verso l’ora nona Gesù
pronuncia le ultime parole e muore. Secondo l’autore, anche nel quarto
vangelo, fra la crocifissione e la morte di Gesù ci dovrebbe essere un
tempo lungo e un tempo di silenzio. Perciò l’espressione iniziale della
pericope della morte di Gesù (meta. tou/to) anche se evidenzia un legame
con l’episodio del reciproco affidamento fra la madre di Gesù e il
discepolo amato, non indica una successione immediata. Secondo
l’autore la congiunzione i[na, in
19,28 «affinché si compisse la Scrittura», non si lega con il versetto
precedente, «tutto ormai è stato compiuto» ma alla richiesta di Gesù:
diyw/. Come in 19,24.36 dove l’espressione
«affinché si compisse la Scrittura» mette in evidenza la
realizzazione di una citazione dell’AT, così come anche in 19,28,
realizza il salmo 69,21. In
quanto u[sswpoj non può
essere adatto per potere portare la spugna alla bocca di Gesù, l’autore
vuole sostenere l’ipotesi di Camerarius
(+1574) che ha supposto un errore di trascrizione: il testo non avrebbe
portato u[sswpoj
ma usswj
(giavellotto).
A meno che Giovanni scrivendo u[sswpoj
vuole vedere un significato dell’Esodo, in cui l’issopo è
utilizzato per aspergere il sangue dell’agnello sulle porte degli
israeliti come un segno di protezione di Dio. Nell’espressione
pare,dwken to. pneu/ma l’autore vede un legame
con la morte del servo sofferente descritta nel libro del profeta
Isaia: «perciò
io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato la sua vita (psychè)
alla morte e portava il peccato di molti ed è stato consegnato a causa
dei loro peccati (53, 12)».
L’autore
non pensa che l’evangelista faccia allusione allo Spirito Santo
consegnato da Gesù usando il termine pneu/ma, perché anche negli Atti di
Giovanni nel secondo secolo è utilizzato lo stesso termine pneu/ma per
indicare la morte di Giovanni. C.K.Barrett.,
St. John: An introduction with commentary and notes, The
Macmillan Company, New York (1955). Poiché
il racconto della passione in Giovanni coincide in molti passi con la
tradizione sinottica, l’autore pensa che Giovanni probabilmente dipende
dalla tradizione sinottica in modo particolare da quella di Marco. Barrett
divide tutto il racconto della passione (18,1–19,42) in 5 grandi
sezioni: 18,
1 – 11:
L’arresto di Gesù. 18,
12 – 27:
L’interrogatorio davanti ad Anna e il rinnegamento di Pietro. 18,
28 – 19, 16: L’interrogatorio
davanti a Pilato; 19,
16 – 30:
La crocifissione la morte di Gesù 19,
31 – 42:
La sepoltura di Gesù. Secondo
l’autore l’espressione iniziale meta. tou/to, della pericope della
morte di Gesù (19,28–30), alla
luce di Gv 2,12, stabilisce
un rapporto fra l’episodio dell’affidamento reciproco fra la madre di
Gesù e il discepolo amato (vv.25-27) e l’episodio della morte di Gesù
(vv.28-30). Secondo
Barrett l’evangelista Giovanni, a differenza dei sinottici, presenta Gesù
come colui che prende l’iniziativa e dice: «ho sete». Mentre nei
sinottici gli viene offerta la bevanda senza che Lui manifestasse la Sua
sete. Nel v. 28 «affinché
si compisse la Scrittura, dice: “Ho sete!”», l’autore vede la
realizzazione dell’AT in cui è stata descritta la stessa situazione: «quando
avevo sete mi hanno dato l’aceto» (Sal 69,22). Giovanni,
menzionando u[sswpoj ( il
quale non è adatto a reggere una spugna imbevuta d’aceto), invece di ka,lamoj,
come è menzionato nella tradizione sinottica, probabilmente vuole
presentare Gesù come l’agnello pasquale che muore per la salvezza del
suo popolo (Gv 1,29.36). Alla luce del passo anticotestamentario
dell’esodo (Es 12,22) in cui u[sswpoj è utilizzato per aspergere il
sangue dell’agnello sulle porte degli israeliti come un segno di
salvezza l’autore dice che a Giovanni non interessa tanto l’utilità
concreta dell’issopo, ma vuole esprimere un significato teologico
attraverso questo cambiamento da ka,lamoj ad u[sswpoj.
Le parole di Gesù «tutto è compiuto» non si riferiscono
solamente alla Sua morte imminente ma al fatto d’aver portato al termine
il compito che il Padre gli ha dato, quindi è un grido di consapevolezza
e di vittoria. Sembra che l’autore non prenda nessuna posizione a
riguardo dell’espressione «consegnare lo Spirito»: da una parte
suppone che l’evangelista Giovanni vuole mettere in rilievo che Gesù,
attraverso la Sua morte, consegna lo Spirito Santo al gruppo che sta sotto
la croce, in tale gesto Gesù avrebbe realizzato la promessa dello Spirito
Santo (Cf 7,37-39), e
dall’altra non è facile comprendere che nel vangelo di Giovanni ci
siano due momenti del dono dello Spirito Santo (Cf
Gv 20,23)[1]. R.H.
Light foot., St. Johns’
gospel: A commentary, Oxford, Ciarendon press (1956). La
sezione che comprende dal 18, 1 fino al 19, 42 è intitolata «La
crocifissione del Signore», all’interno di questa grande sezione
l’autore non fa una struttura organizzata in varie sotto sezioni del
racconto della passione. L’autore
commenta che l’espressione meta. tou/to, mette in stretto rapporto
l’episodio della morte di Gesù (vv.28-30), con l’episodio
dell’unione reciproca fra la madre di Gesù e il discepolo amato
(vv.25-27). Tale legame indica che Gesù è consapevole d’aver portato a
termine tutta l’opera, affidando la Sua madre al discepolo amato e
viceversa. L’espressione «affinché
si compisse la Scrittura» è connessa strettamente con le parole di Gesù:
«Ho sete»: cioè attraverso «la sete di Gesù», si realizza la
condizione del giusto sofferente del Sal 69,21. Anche se non sono
menzionati esplicitamente gli offerenti dell’aceto, l’autore suppone
che siano stati i soldati ad offrire l’aceto, e l’offerta dell’aceto
da parte dei soldati, in qualche maniera aiuta a realizzare la Scrittura
senza che essi sono coscienti dell’importanza di tale gesto. Il
termine u[sswpoj è usato intenzionalmente dall’evangelista per mettere
in rilievo il rapporto fra la morte di Gesù come l’agnello pasquale
(1,29.36), e l’evento dell’Esodo dove u[sswpoj è usato per aspergere
il sangue dell’agnello per salvare gli Israeliti (Es 12,22). La
sete di Gesù – commenta l’autore – nell’episodio della donna
samaritana (Gv 4,1ss) è esaudita con la risposta della Samaritana, invece
nel v. 28 la sete di Gesù deve essere soddisfatta dalla risposta di
coloro che sono presenti sotto la croce – Sua madre e il discepolo amato
- a cui Egli manifesta il Suo
massimo amore (13,1). Importante vedere che l’autore fa un parallelo con
Mc 14,25 in cui Gesù dice ai suoi discepoli «.. io non berrò più del
frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò di nuovo nel regno di
Dio», in questo senso nel v. 29 Giovanni vuole comunicare, secondo
l’autore, che Gesù bevendo l’aceto al momento della Sua morte e
portando a termine l’opera terrena di Gesù, inizia «una fase nuova»
del regno di Dio manifestato nel Suo amore sulla croce. Dopo
aver pronunciato le ultime parole «tutto è compiuto!», Gesù «reclinando
il capo, consegnò lo Spirito»: confrontato con i passi dei sinottici
dove l’espressione «reclinare il capo» è usata in senso di riposo (Mt
8,20; Lc 9,58). Secondo l’autore, tale espressione può significare
anche in Gv 19,30 che Gesù ormai avendo portato tutta l’opera alla
perfezione, può ‘chinare il capo’ e può riposare.
Nell’espressione pare,dwken to. pneu/ma (Gv 19,30b), l’autore
facendo un riferimento allo Spirito che era presente nel momento
della creazione (Gen 1,2), vuole dire che lo Spirito consegnato da Gesù (Gv
19,30b) ha la stessa dimensione «creativa»: la madre di Gesù e il
discepolo prediletto ai piedi della croce assumono dei ruoli nuovi, cioè
Maria diventa la madre di tutti i credenti
e il discepolo rappresenta i credenti di tutti i secoli, così
vengono «rinati dall’alto» con il dono dello Spirito Santo consegnato
dalla croce. A.Wikenhauser.,
L’evangelo secondo Giovanni, Morcelliana,
Brescia (1959). Il racconto della passione di Gesù in Giovanni,
nonostante certe somiglianze con i racconti sinottici, viene narrato
secondo il profilo teologico giovanneo[2]. Alla
luce di questo profilo teologico giovanneo (Cf
la nota), l’autore propone una divisione diversa dagli autori
precedenti: la prima sezione comprende l’arresto di Gesù e
l’interrogatorio davanti ad Anna e Caifa (18,1–27); la seconda sezione
è la più lunga, essa comincia dall’interrogatorio del potere Romano,
che è rappresentato da Pilato (19,28), e va fino alla consegna di Gesù
nelle mani dei Giudei per crocifiggerlo (19,16a); la terza sezione
comprende la crocifissione, morte e sepoltura di Gesù (19,16b–42).
L’ultima
sezione (19,16b-42), in cui la pericope della morte di Gesù (19,28–30)
è articolata al centro, è divisa nelle seguenti sotto sezioni:
Nella
pericope della morte di Gesù (19,28–30), Giovanni evita di raccontare
gli scherni dei passanti, dei capi dei Giudei e dei due ladroni. Non
descrive neppure il lungo tempo di silenzio trascorso da Gesù fra l’ora
sesta e l’ora nona (scarta l’opinione di J.H. Bernard). Gesù è
presentato sulla croce più come re nascosto che come un sofferente. Gesù
nella sua piena consapevolezza (13,1.3; 18,4; 19,28) d’aver portato a
termine l’opera che gli è stata affidata dal Padre (4,34; 5,36; 17,4)
dicendo « Ho sete!» compie, secondo l’autore, ogni profezia che è
stata fatta su di lui e in questo contesto il quarto evangelista riferisce
al salmo 69,22 «nella mia sete mi hanno dato l’aceto». Secondo l’autore, l’aceto diluito in acqua è considerato
una bevanda gradita ai soldati e alle genti umili e anche colui che porge
l’aceto alla bocca di Gesù deve essere un soldato come descritto in
Luca 23,26. Il
termine u[sswpoj è causato da un vecchio errore di trascrizione di un
testo primitivo che doveva essere, secondo l’autore, il «giavellotto»
del soldato e in greco sarebbe usswj.
G. Moretto., «La sete
di Cristo in croce», sta in RivBiblIt (1967) 249–274.
In questo articolo l’autore dimostra come le parole di Gesù «Ho
sete!», abbiano un significato molto importante, in quanto vengono
pronunciate nel momento culminante della rivelazione del massimo amore
manifestato nella morte di Gesù. L’autore riprende la struttura del
racconto della passione (18,1–19,42) di Janssens de Varebeke[3]
che ha diviso in tre sezioni: l’arresto di Gesù (18,1–27), il
processo davanti a Pilato (18,28–19,16), la crocifissione, la morte e la
sepoltura (19,17–42). Ognuna di queste è suddivisa in sette scene
secondo «l’ordine letterario, come parole – chiave esprimenti il
movimento, particelle etc.»[4].
Secondo G. Moretto l’unità letteraria dell’ultima sezione si limita
da Gv 19,17 fino al 19, 37 in cui i tre annunci dell’adempimento della
Scrittura (19,24; 19,28; 19,34) trovano il loro profondo significato nella pericope centrale: la morte di Gesù (19,28–30).
L’autore propone l’organizzazione della struttura letteraria nel seguente schema concentrico:
Alla
luce di questo schema l’autore vuole sottolineare l’intenzione
dell’evangelista di
enucleare attorno alla pericope della morte di Gesù (19,28–30) tutta la
sua narrazione e come attraverso le parole «Ho sete!», il quarto
evangelista vuole indicare il compimento di ogni Scrittura e compimento
dell’opera salvifica di Cristo. Il
significato della sete di Gesù morente va chiarito con l’episodio della
donna Samaritana dove Gesù chiedendo «dammi da bere!» le offre «l’acqua
viva» che è il simbolo della rivelazione messianica (Gv 4,25–26) e con
tale offerta compie il tempo escatologico. Questo compimento del tempo
escatologico è messo in parallelo con i doni escatologici nell’AT e nel
NT, che sono simboleggiati mediante l’elemento dell’acqua (Is 12,3;
55,1; 17; Ger 2,13; 17,13; Sal 36,10; Sir 24,23–29; Ap 7,17; 21,6; 22).
In tale maniera attraverso il desiderio della sete Gesù (19,28), offre il
grande dono dello Spirito (19,30), e compie tutta l’opera salvifica[5].
G.
Bampfylde., «John xix 28: A case for a different translation»,
in NovT 11 (1969),
247-260. L’autore
non accetta l’opinione di quegli esegeti, i quali sostengono che la sete
di Gesù morente realizza le citazioni dei Sal 22 e 69, per i seguenti
motivi: -
la
difficoltà nel trovare una citazione dell’AT che possa corrispondere
esattamente al v. 28 -
non
si può provare alla luce dell’uso giovanneo che il verbo teleio,w
possa esprimere il senso dell’adempimento della Scrittura. Perché
spesso il quarto evangelista impiega il verbo plhro,w
per indicare l’adempimento della Scrittura. L’autore
mette a fuoco la differenza fra il verbo tele,w
e teleio,w:
il primo significa «portare a termine un’opera», e «completare» (used
of the final action which brings the assignment to it’s fullfilment). Con
questo significato l’autore vuole a dire che «...the labours of His
ministry come to their end, but it is from that hour that the real results
can begin...». Mentre
l’uso del verbo teleio,w
mette in rilievo «.. not about the end of an activity, but about that
important point when the goal of life, seen as maturity of the attainment
of lasting perfection..»[6]
Gesù
è consapevole che tutto l’opera che gli è stata affidata dal Padre è
portata al termine (tele,w) definitivamente, perciò dice “è
compiuto!”. Nel v. 28b “affinché si compisse la Scrittura”, secondo
l’autore, l’evangelista non ha in mente nessuna scrittura dell’AT,
ma qui la Scrittura
corrisponde alla missione e al lavoro di Gesù sulla terra. L’autore
vuole dire che Gesù ha portato a perfezione tutta l’opera del Padre con
l’affidamento reciproco fra la Sua madre e il discepolo amato.
La
traduzione proposta dall’autore che fa vedere lo stacco fra il
compimento dell’opera e la sete di Gesù è la seguente: «After
this, Jesus, knowing that all was now finished in order for the scripture
to be brought to fruition, said, “I thirst”….. When, therefore, he
had received the vinegar, Jesus said, “It is finished, and bowing his
head, he handed over the Spirit.» In
questa nuova traduzione del testo l’autore giustifica anche il
consegnare lo Spirito dalla croce come l’adempimento della promessa
fatta in Gv 7,39: «Questo egli disse riferendosi allo Spirito che
avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era lo Spirito,
perché Gesù non era stato ancora glorificato».
Facendo anche un parallelo tra i «credenti» menzionati in 7,39
con quelli presenti nei vv.25-27 evidenzia uno stretto legame fra i vv.
25-27 con i vv. 28-30.
Il desiderio della sete di Gesù non implica una sete fisica ma una sete
che riguarda la promessa dello Spirito Santo al gruppo che sta sotto la
croce. I.
De la potterie., Studi di
cristologia giovannea, Marietti, Genova (1973); «La sete di Gesù morente e l’interpretazione giovannea
della sua morte in croce», sta in La sapienza della croce,
Elle Di Ci, Leumann, Torino (1976) 33-49; La passione di Gesù
secondo il vangelo di Giovanni, San Paolo, Cinisello Balsamo, (1988) .
L’autore nei suoi approfonditi studi sul tema della passione di
Gesù affronta la problematica del nostro testo (19,28-30) in modo
particolare. Il suo tentativo è quello di dimostrare, come aveva
sostenuto G. Bampfylde,
che il «Sitio» di Gesù dalla croce, indica «un grande desiderio
di Gesù di donare lo Spirito» in parallelo con i cap. 4 e 7. E tiene
presente il significato simbolico fra «sete – acqua viva – Spirito
santo», (Gv 4,1ss; 7,37–39). Anche I. De la Potterie non accetta che la
sete di Gesù adempie qualche citazione dell’AT. Il
racconto della passione è divisa in cinque sezioni basandosi sui cinque
diversi luoghi (l’orto, il palazzo del sommo sacerdote, il palazzo di
Pilato, Golgota e l’orto in cui avviene la sepoltura di Gesù) in cui si
svolgono le varie scene. L’autore propone la seguente struttura
concentrica[7]:
Il
nostro testo Gv 19,28–30 si trova nella sezione della crocifissione e
morte di Gesù sul Golgota (19,16b–37): i primi due versetti
(vv.16b–18), secondo l’autore, introducono il lettore alla scena del
Golgota e poi il resto del testo è diviso in cinque parti come vediamo
nella seguente struttura: Introduzione:
19,16b–18 a.
19, 19 – 22: la scritta sulla croce b.
19, 23 – 24: la tunica senza cucitura c.
19, 25 – 27: la maternità spirituale di Maria d.
19, 28 – 30: la sete e la morte di Gesù e.
19, 31 – 37: il sangue e l’acqua Il
commento dell’autore sulla morte di Gesù (19,28–30) è il seguente:
innanzitutto l’autore nota il rapporto dei vv. 28–30 con i vv.
25–27 attraverso due elementi letterari. Il primo è quell’espressione
iniziale della pericope meta.
tou/to
(19,28a) che rimanda all’episodio precedente in cui Gesù affida la
madre al discepolo prediletto e il discepolo prediletto a Sua madre
(vv.25–27), l’altra espressione seguente del v. 28 eivdw.j
o` VIhsou/j o[ti h;dh pa,nta tete,lestai
rimanda ancora un’altra volta, secondo l’autore, alla scena precedente
(vv.25–27): cioè il «compimento di ogni cosa» menzionato nel v. 28,
è l’ultimo gesto col quale Gesù porta alla perfezione tutta l’opera
che gli è stata affidata. Il verbo tete,lestai
utilizzato nel v. 28 deriva dalla radice
te,loj
che è utilizzato in 13,1: «li amò fino alla fine». Così Gesù nel
momento culminante della Sua vita terrena
dalla croce porta a compimento il suo grande amore nell’unione
fra la Sua madre e il Suo discepolo prediletto. La conclusione di questi
due elementi letterari aiutano a capire che l’espressione «affinché si
adempisse la Scrittura» non
va messa in relazione con le parole di Gesù:
«Ho sete!», ma con la scena che è appena terminata nei vv.
25–27. Anche
il nostro testo 19,28–30 è organizzato da De La Potterie nella
struttura concentrica in cui l’autore divide la pericope basandosi sui
due protagonisti presenti nel testo: «Gesù» che è menzionato con il
nome proprio e poi gli altri
che sono menzionati nella terza persona plurale «essi». L’autore
evidenzia anche un’unità letteraria fra il v. 28 e il v. 30 con il nome
proprio di Gesù e il verbo del compimento tete,lestai.
Il gesto dell’offerta dell’aceto viene sottolineato come
l’incomprensione da parte degli attori che non hanno capito il
significato delle parole di Gesù: «ho sete» e gli offrono l’aceto.
L’autore presenta la seguente struttura concentrica[8]:
L’autore
mette in evidenza che il verbo diya,w
è spesso usato nel quarto vangelo nel senso figurato (Cf Gv 4,13.14.15; 7,37-39). Viene
messo in rilievo dall’autore che sia nell’episodio della donna
Samaritana che nella pericope della morte di Gesù, l’evangelista
partendo dalla “sete fisica” rimanda i lettori al senso figurato di
essa. In questi due episodi
è notata l’incomprensione da parte di coloro che ascoltano Gesù: sia
nell’episodio della Samaritana che nella scena della morte di Gesù il
vero significato della sete di Gesù viene malinteso. L’oggetto della
sete di Gesù nel cap.4 era “l’acqua viva” e nel cap.19 è il dono
dello Spirito santo. L’invito di Gesù nella festa dei Tabernacoli è
nella prospettiva di quella della croce: lo Spirito che i credenti
dovevano ricevere alla glorificazione di Gesù (Gv 7,39) è lo Spirito che
fu dato da Gesù morente (Gv 19,30); i fiumi di acqua viva che sarebbero
scaturiti dal suo seno (Gv 7,38) sono simboleggiati per l’evangelista
dall’acqua che scaturisce dal costato trafitto di Gesù (Gv 19,34). In
Gv 19,28 l’autore cerca di dimostrare che la preposizione finale i[na,,
non dipende da le,gei che segue ma dipende dal verbo tete,lestai che
precede (sostiene l’opinione di G. Bampfylde). Perciò secondo
l’autore la sete di Gesù morente non adempie nessuna citazione
dell’AT ma riferisce al dono dello Spirito Santo che verrà indicato con
l’espressione «consegnare lo spirito».
Con queste parole Giovanni si riferisce a ciò che aveva detto
all’inizio del racconto della passione «li amò fino alla fine»
(13,1). In cui l’autore sottolinea la ricorrenza del termine te,loj in
13,1 con 19,28 tete,lestai che deriva dalla stessa radice te,loj e lo stesso
amore mezionato in 13,1 e viene realizzato nel contesto della morte. Secondo
I. De la Potterie Gesù avendo compiuto tutto nell’episodio precedente (vv.
25-27), realizzando la promessa dello Spirito Santo, esprime il Suo
massimo amore all’umanità rappresentata dalla Sua madre e il discepolo
amato. Quindi attraverso la sua sete, Gesù ci fa capire che la sua opera
messianica deve prolungarsi nel dono dello Spirito in modo tale che questi
diventi l’acqua viva di salvezza per i credenti, rappresentati dalla
madre e dal discepolo, tale poi è il dono dello Spirito
lungo i secoli.
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