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CAPITOLO IV La
teologia della pericope sulla morte di gesù (19,28-30). 1.
Introduzione. In
questo capitolo analizziamo quale è il senso della pericope sulla morte
di Gesù (Gv 19,28-30) e il suo rapporto con l’episodio «dell’affidamento
reciproco fra la madre di Gesù e il discepolo amato» (19,25-27).
Ricordiamo che l’episodio precedente
relativo alla morte di Gesù, è ampiamente discusso da vari esegeti e ne
sono state date diverse interpretazioni. Qui non si tratta di entrare
nelle problematiche approfondite dagli studiosi, ma ci limitiamo solamente
a vedere se c’è qualche legame sia letterario che contenutistico con
l’episodio della morte di Gesù. 2.
Rapporto con l’episodio dell’affidamento reciproco fra la madre
di Gesù e il discepolo amato. Il primo elemento letterario che mette in evidenza
lo stretto rapporto fra l’episodio della morte di Gesù e
l’affidamento reciproco fra Sua madre e il discepolo amato è
l’espressione intermedia meta. tou/to. Tale espressione iniziale della nostra pericope,
come abbiamo spiegato nell’analisi lessicale, indica una successione
quasi immediata e rimanda all’episodio precedente. La domanda che ci
poniamo è perché il quarto evangelista, a differenza degli altri, ha
voluto raccontare tale affidamento fatto da Gesù prima della Sua morte: o
Giovanni ha colto tale scena storica, che si è persa nella memoria della
tradizione sinottica oppure il quarto evangelista ha voluto evidenziare
una prospettiva teologica? Qui ci limitiamo a riportare le opinioni più
significative di diversi commentatori. Fondamentalmente il pensiero
teologico va diviso in due linee interpretative: 1) il senso di pietà
filiale 2) il senso simbolico-teologico. La prima linea interpretativa
ormai è stata superata dagli ultimi studi. Gli studiosi recenti
non pensano più che Gesù, prima della Sua morte, potesse preoccuparsi di
affidare Sua madre al discepolo amato per curarla nella sua vecchiaia. Ma
la maggior parte degli autori interpreta questo brano con tre chiavi di
lettura, dando un senso simbolico - teologico. La
prima prospettiva di lettura è quella ecclesiale – mariologica,
che è sostenuta dalla maggior parte degli autori (F.M. Braun, A.
Feuilleti, I. De la Potterie,
S. A. Panimolle, A. Serra, G. Ghiberti, G. Zevini, M. Thürian). Essi
vedono un significato simbolico nella rappresentazione della Madre di Gesù
e del discepolo amato. Secondo loro la Madre di Gesù, assumendo il ruolo
di madre del discepolo amato sotto la croce, per obbedire alle parole di
Gesù, assume la maternità universale di tutti i credenti, che sono
rappresentati nel discepolo. Alcuni
autori notano però che la maternità spirituale di Maria si afferma in
Oriente solo nel nono secolo e in Occidente nell’undicesimo secolo[1]. La seconda prospettiva di lettura è
l’interpretazione storico – salvifica, che è sostenuta da R. Fabris,
R.H. Bultmann, H. Strathmann, R.H. Strachan, i quali vedono nella scena
dell’affidamento sotto la croce l’unità fra il giudeo-cristianesimo
rappresentato dalla Madre di Gesù e i cristiani provenienti dai gentili
rappresentati dal discepolo amato. Il limite di quest’interpretazione
consiste nel fatto che è difficile vedere nel discepolo amato un
personaggio che non appartenga al popolo ebraico. Altri autori vedono in
Maria o il simbolo di tutti coloro che attendono la salvezza dal Cristo
glorificato (H. Schürmann)[2] o il simbolo di quella parte d’Israele aperta
all’annuncio cristiano (X. Léon-Dufour)[3], che viene affidata al discepolo amato che guida
alla salvezza, continuando nella Chiesa la funzione di Gesù. Se
anche tali interpretazioni sono differenti concordano nel punto
d’arrivo, cioè tutti gli autori sopra citati vedono in questa scena il
simbolo di unità voluta da Gesù morente. In essa cioè si può scorgere
un nucleo primitivo o della Chiesa o di una nuova famiglia o di una nuova
comunità voluta da Gesù sotto la croce. Il quarto evangelista, partendo
da un punto di vista storico, rivela ai lettori che l’unione reciproca
fra la madre di Gesù e il discepolo amato realizzata con le parole di
Gesù morente, significa molto più di quanto il lettore può
cogliere dalla scena. Già il quarto evangelista aveva accennato altrove
nel suo racconto che Gesù «doveva morire non solo per la nazione, ma
anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11,52),
alla luce di questo versetto, si può vedere la realizzazione simbolica di
tale scopo nella scena avvenuta sotto la croce. Sulla base di questa
interpretazione ecclesiologica sono comprensibili alcuni particolari del
racconto della morte di Gesù che si differenziano dai sinottici. Essi
sono: «la coscienza di Gesù d’aver portato a perfezione tutta
l’opera», «il compimento della Scrittura», «la sete di Gesù» e «la
consegna dello spirito». Tutti questi elementi, come vedremo in seguito,
sono in stretta relazione con l’episodio dell’affidamento reciproco
fra la madre di Gesù e il discepolo amato. Perciò si può dire che
esiste uno stretto legame fra l’episodio della morte di Gesù e
l’affidamento fra Sua madre e il Suo discepolo. 3.
La
coscienza di Gesù. Nel
versetto 28a della nostra pericope, «dopo questo, sapendo Gesù…»,
Giovanni sottolinea che Gesù, dopo aver affidato Sua madre al discepolo
amato e viceversa, è cosciente d’aver portato a perfezione tutta la Sua
opera. Il primo elemento che
attira l’attenzione del lettore sulla nostra pericope è il verbo eivdw.j
che sta ad indicare «la piena consapevolezza» di Gesù. Nel vangelo di
Giovanni «la consapevolezza» di Gesù è una caratteristica fondamentale
della presentazione di Gesù giovanneo. Quando l’evangelista parla della
coscienza di Gesù usando il
verbo eivdw.j, spesso indica una conoscenza che non si basa su
un’esperienza precedente ma è una conoscenza intuitiva e immediata che
deriva da Gesù che ha una lungimiranza sulle cose. Come abbiamo visto
nell’analisi lessicale la differenza dell’uso fra eivdw.j
e ginw,skw. Gesù non viene alla conoscenza basandosi sui
fatti precedenti[4].
Ma al contrario la consapevolezza di Gesù avviene prima che gli
avvenimenti capitino. L’autore del quarto vangelo aiuta il lettore a
capire come Gesù affronta la Sua morte a partire da Gv 13,1 dicendo: «sapendo
(eivdw.j)
Gesù che era venuta la sua ora per passare da questo mondo al Padre»,
anticipa la consapevolezza di Gesù prima dell’ora della morte, e
presenta Gesù come uno che affronta la morte deliberatamente. Nei momenti
più drammatici della vita di Gesù, l’autore è sempre attento a
sottolineare la piena consapevolezza di Gesù sugli avvenimenti. Mi
riferisco in modo particolare al momento del Suo arresto nell’orto
(18,4) e nel momento della morte imminente (19,28). In questi passi su
indicati la consapevolezza di Gesù viene messa in evidenza esplicitamente
con l’uso del verbo eivdw.j.
In Gv 19,28 la
consapevolezza di Gesù riguarda non il futuro ma il passato, cioè viene
messo in relazione non ciò che deve avvenire ma ciò che è già
compiuto. Al momento della morte imminente, Egli si rende pienamente conto
di aver fatto tutto ciò che doveva fare.
Prima che Lui dica «è compiuto», l’evangelista mette in luce
che Egli ha portato a perfezione tutto ciò che gli è stato affidato dal
Padre. La consapevolezza di Gesù, prima della Sua morte, evidenzia che
Lui sa tutto, sa che ciò che ha compiuto è tutto quello che gli era
stato affidato dal Padre. Quindi tale coscienza prima della Sua morte sta
ad indicare che il Gesù giovanneo non affronta la morte come una
sconfitta. Egli sa che essa è necessaria per poter risorgere, come dice
Gesù stesso «se il grano di frumento, caduto per terra, non muore,
resta esso solo. Ma se muore, porta molto frutto» (Gv 12,24). Motivo
principale del racconto di Giovanni è infatti la sovrana libertà con la
quale Gesù affronta gli eventi durante la passione che diviene così un
cammino verso la glorificazione. 4.
Il compimento della
missione di Gesù. Il
verbo tete,lestai si trova solo in questa pericope
alla forma del perfetto passivo. Nell’espressione «tutto è compiuto»,
l’aggettivo pa,nta da una parte comprende il
compimento di tutta la vita di Gesù e la Sua missione, come abbiamo già
spiegato nell’analisi lessicale, dall’altra, mettendo in evidenza
l’avverbio h;dh che è
in stretto rapporto con l’espressione intermedia meta.
tou/to, rimanda all’episodio dell’affidamento reciproco fra Sua madre e
il discepolo amato. Con tale affidamento, il quarto evangelista vuole
indicare che sotto la croce
ha portato al culmine ed a perfezione la Sua missione terrena, che
consiste nel dare ruoli nuovi a Sua madre e al discepolo amato, che
formano una nuova comunità. Mediante tale gesto Gesù esprime il Suo
amore infinito verso i suoi, come era già stato detto dall’evangelista
in Gv 13,1: «li amò sino alla fine». 5.
Il compimento della
Scrittura. Questo
è il punto più difficile del nostro testo. Abbiamo già rilevato le
diverse interpretazioni dei vari studiosi a proposito[5].
Quale scrittura ha adempiuto Gesù attraverso la Sua morte? Il lessico
giovanneo specifica che il verbo teleio,w
non è mai impiegato per indicare l’adempimento della Scrittura, ma
adoperato in stretto rapporto con il compimento delle opere affidategli
dal Padre (Cf Gv 4,34; 5,36;
17,4.23). L’autore del quarto vangelo, quando vuole indicare la
realizzazione della Scrittura, utilizza il verbo plhro,w quasi sempre seguito da una
citazione biblica o con un riferimento esplicito all’AT. (cfr Gv 13,1;
15,25; 17,12; 18,9.32; 19,24.36). In questi casi abbiamo visto che la
congiunzione i[na che precede è utilizzata in senso consecutivo. Nel
nostro passo invece la congiunzione i[na
è impiegata in senso finale. Questa costituzione è in rapporto
con l’episodio precedente (Gv 19,25-27) relativo all’affidamento
reciproco sotto la croce, in cui Egli compie definitivamente l’opera del
Padre. Alcuni
autori pensano però che la realizzazione della Scrittura si riferisca
alla sete di Gesù espressa dal verbo diya,w.
È ovvio il riferimento all’AT in modo particolare ai salmi 22 e 69, in
cui viene descritta la condizione dell’uomo sofferente, oppresso dai
nemici e condannato ingiustamente dai suoi avversari, il quale si rivolge
al Signore con queste parole: «è
arido come un coccio il mio palato, la
mia lingua si è incollata alla gola, su
polvere di morte mi hai deposto» (Sal 22,16) «Hanno
messo nel mio cibo veleno e
quando avevo sete (diya,w) mi hanno dato aceto» (Sal
69, 22) Questo
riferimento non è corretto. Infatti il Gesù giovanneo è ben diverso da
quello indicato dal salmista. Se noi esaminiamo il racconto della passione
nel quarto vangelo, possiamo dire che l’autore, a differenza dei
sinottici, evita attentamente tutto ciò che riguarda gli scherni, le
umiliazioni nei confronti di Gesù. Se noi paragoniamo il Gesù morente,
che è padrone di se stesso, con la situazione descritta nei salmi 22 e
69, mostreremmo di non aver compreso il pensiero teologico giovanneo. Vi
è anche un altro motivo per cui non accettiamo tale opinione: come
abbiamo detto l’avverbio h;dh si collega per mezzo
dell’espressione meta. tou/to
all’episodio dell’affidamento reciproco tra la madre e il discepolo (Gv
19, 25-27). Inoltre è usato in relazione con
l’espressione: «affinché si compisse la Scrittura»,
in cui la congiunzione i[na ha senso finale. Perciò la frase «affinché si
compisse la Scrittura» è già una conseguenza di ciò che è stato detto
precedentemente. Alla luce di
tale interpretazione possiamo leggere il v. 28 della nostra pericope (Gv
19,28-30) nella seguente maniera: «Dopo questo, Gesù, sapendo
che ormai tutto era stato compiuto affinché si compisse la Scrittura.»
I
termini che seguono formano un’altra frase. Per chiarezza riportiamo
anche la traduzione inglese fatta da Bampfylde[6]:
“After this, Jesus, knowing that everything had been
completed in order to bring the scripture to fruition, said, ‘I
thirst’”. In
conclusione possiamo dire che Gesù è consapevole, dopo l’unione
reciproca fra Sua madre e il discepolo amato, d’aver portato a termine
tutta l’opera affidatagli dal Padre, e d’aver adempiuta la Scrittura.
Perciò in questo passo, «l’adempimento della Scrittura» non deve
essere inteso come realizzazione di un passo decisivo dell’AT, ma in
relazione a tutto ciò che riguarda l’opera[7]
affidata a Gesù dal Padre, che consiste da una parte nel testimoniare il
Padre e dall’altra nel testimoniare che Egli è stato mandato dal Padre.
Tale interpretazione si rafforza anche alla luce del rapporto che esiste
fra il verbo teleio,w e le opere del Padre (e;rgon) nel vangelo di Giovanni
(Gv 4,34;5,36;17,4). Questa relazione mette a fuoco il motivo principale
per cui Gesù è venuto sulla terra, cioè quello di portare a compimento
l’opera del Padre. Perciò è possibile che il quarto evangelista,
raccontando solo lui tale episodio, voglia comunicare ai lettori che
il compimento dell’opera del Padre si realizza con l’episodio
dell’affidamento reciproco fra Sua madre e il discepolo amato (Gv
19,26-27). Per questo Gesù ha la
«piena coscienza d’aver portato a compimento» ormai tutto (h;dh pa,nta)
ciò che riguarda l’opera del Padre. 6.
La
sete di Gesù morente. Abbiamo
già visto nel primo capitolo come i diversi autori hanno interpretato con
differenti chiavi di lettura il «Sitio» di Gesù morente. Questi autori hanno cercato di vedere nella richiesta di
Gesù morente «Ho sete!», il compimento della Scrittura, con riferimento
ai salmi 69,22; 22,16 in cui viene descritta la condizione miserabile di
umiliazione e di oppressione del salmista da parte dei suoi nemici. Noi scartiamo tale opinione per i seguenti motivi: a)
Come abbiamo già evidenziato
nell’analisi lessicale che i salmi 22 e 69 rivelano la condizione
sofferente del salmista, mentre Giovanni, presentando Gesù come padrone
di tutta la situazione, pienamente consapevole di ciò che sta accadendo,
ed evitando di riportare gli insulti e le umiliazioni sofferte da parte
Sua, non avrebbe pensato alla realizzazione di questi salmi (Sal 22 e 69),
perché tale confronto avrebbe presentato Gesù come colui che subisce
questa situazione. Il quarto evangelista nel racconto della passione e
morte non presenta mai Gesù come colui che soffre, ma lo presenta come
colui che va incontro liberamente e consapevolmente alla Sua passione e
morte (Cf Gv 18,4.11; 19,28).
Perciò tale confronto tradisce l’intenzione dell’evangelista. b)
Nel quarto vangelo l’autore è sempre attento ad utilizzare
il verbo plhro,w in rapporto con l’adempimento della Scrittura.
Inoltre egli precisa, quasi sempre, anche quale passo di essa si
sta per adempiere in un momento preciso della vita di Gesù. Vediamo per es. in Gv 13,18: «ma deve compiersi (plhro,w) la Scrittura: colui che mangia il mio pane, ha
levato contro di me il suo calcagno». In questo passo il quarto
evangelista riporta l’adempimento del Salmo 41,10 (Cf
anche 15,25; 17,12; 18,9.32; 19,24.36).
Invece in Gv19,28 troviamo il verbo teleio,w al posto di plhro,w. Il verbo
teleio,w, invece, come abbiamo detto, è usato sempre in stretta relazione
con l’adempimento dell’opera affidatagli dal Padre. Per esempio lo
vediamo nell’episodio della donna Samaritana in cui Gesù dice: «mio
cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e portare a compimento
(teleio,w) la Sua opera» (Cf Gv
4,34;5,36;17,4.23). c)
La parola di Gesù: «Ho sete!» non
corrisponde letteralmente con nessuna citazione dei salmi 22 e 69. Nel Sal
22,16 non troviamo neanche una parola che corrisponda letteralmente al
nostro testo (Gv 19,28). Dall’altro lato è comprensibile che il
salmista, nel Sal 22,16, voglia evidenziare una situazione di sofferenza,
che è causata da una sete insopportabile. Nel Sal 69, 22 possiamo notare
la presenza dei due termini che troviamo anche in Gv 19,28-29: il verbo «avere
sete» e «l’aceto». “Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato aceto” (Sal 69,22) d)
Come abbiamo già visto nel capitolo
precedente, l’uso dell’aceto, solo nel Sal 69,22 viene descritto in
senso negativo. Tale descrizione è ben diversa dall’offerta
dell’aceto a Gesù crocifisso, poiché
l’aceto viene dato ad una persona crocifissa normalmente con lo scopo di
dare un po’ di sollievo ai suoi dolori fisici causati dalla
crocifissione. Non sembra quindi molto convincente il confronto fra la «sete»
del Gesù giovanneo e i Salmi 22 e 69. Perciò per questi motivi, nel momento
culminante della missione terrena di Gesù morente sulla croce, Giovanni
non vuole affermare semplicemente l’adempimento della particolare
profezia di un salmo che riguarda la situazione di un uomo miserabile
descritta dal salmista (Cf Sal.22,16;
69,22). Il significato della sete di Gesù lo
possiamo capire studiandolo in rapporto con l’episodio della donna
Samaritana. 1.1.
Rapporto con l’episodio della
Samaritana (Gv 4,14-15). Notiamo che Giovanni usa il verbo diya,w
anche nell’episodio della Samaritana. Nel testo il verbo indica la «sete
fisica di Gesù»[8]. Questa situazione
giustifica la richiesta esplicita di Gesù e il desiderio dell’acqua che
può saziare la sua sete: «dammi da bere!» (Gv 4,7).
Notiamo però che non è precisato assolutamente che Gesù beve
l’acqua che ha chiesto, anzi Lui esprime il Suo desiderio di dare alla
donna «l’acqua viva» (Gv 4,11) che può placare la sua sete per
sempre. In conclusione possiamo dire che Gesù, chiedendo «dammi da bere»,
vuole fare un dono molto più grande di quello che chiede. Nell’episodio
della donna Samaritana il quarto evangelista, si serve del desiderio di
Gesù di bere, per portare l’attenzione sul dono spirituale di cui Gesù
è il donatore[9].
Ora si possono applicare a Gv 19,28 le
seguenti osservazioni che abbiamo appena fatto circa l’episodio della
donna Samaritana: a) La sete
fisica di Gesù. Giovanni, a differenza degli altri
evangelisti, in tutto il racconto della passione, menziona solo qui la «sete»
di Gesù. Egli prende l’iniziativa e dice: «ho sete!». Nei sinottici,
invece, in due diversi momenti, i soldati offrono da bere a Gesù senza
che Lui ne faccia richiesta (Mt 27,34. 48; Mc 15,23.36; Lc 23,36 ). È
naturale che chi viene crocifisso, a causa del caldo e della fatica
sostenuta nel portare la croce, abbia sete. Quindi Gesù, al momento della
morte, prova un gran bisogno di bere.
b) La richiesta di Gesù in
Giovanni. Possiamo inoltre evidenziare la richiesta di Gesù. Come
nell’episodio della Samaritana, anche nell’episodio della morte è Gesù
che prende l’iniziativa e dice: «dammi da bere» (4,7) = «Ho sete!».
(v.28). In parallelo con tale episodio della donna Samaritana, è
possibile che il quarto evangelista (Gv 19,28) intenda far capire ai
lettori che Gesù, attraverso la Sua richiesta,
vuole fare un grande dono. c) Il senso figurato della sete
di Gesù morente in Gv 19,28. Inoltre,
abbiamo già messo in rilievo che nel quarto vangelo la sete è utilizzata
sempre in senso figurato. Per es. in Gv 6,35 e 7,37-39 attraverso
l’espressione «aver sete», Gesù vuole indicare un dono spirituale
senza il quale l’uomo non può vivere, perciò invita le persone a
venire da Lui per ricevere l’acqua viva: «Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in
piedi esclamò ad alta voce: “chi ha sete venga a me e beva, chi crede
in me. Come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo
seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i
credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non
era stato ancora glorificato» (Gv 7, 37-39) Tale sete propria di
ogni uomo può essere soddisfatta solo da un dono appartenente alla sfera
divina. Nel testo tale dono corrisponde allo Spirito, che è paragonato
all’acqua viva. In Gv 19,28, la sete di Gesù, letta alla luce
dell’episodio della Samaritana, esprime non solo il suo bisogno fisico
di bere ma anche di dare il dono dell’acqua viva: «Se
tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi
da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed
egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4, 10) In conclusione possiamo
dire che in Gv 19,28, il quarto evangelista, attraverso la sete fisica di
Gesù, vuole dire ai lettori che Egli,
intende manifestare il Suo grande desiderio di donare agli uomini
un dono spirituale[10]. 2.
Il senso dell’offerta e il ricevimento dell’aceto. 2.1.
L’offerta dell’aceto. Il termine aceto ricorre
in questa breve pericope più di tutti gli altri termini;
l’autore lo impiega ben 3 volte. In tutti gli scritti giovannei
lo troviamo solo in questa pericope. È possibile anche qui la tattica
usata dall’evangelista che, partendo da un fatto storico o da una
situazione concreta, rivela ai lettori una verità nascosta, esattamente
come per l’interpretazione della sete di Gesù. I sinottici narrano
l’utilizzo dell’aceto mettendo in rilievo l’atteggiamento di scherno
e gli insulti da parte dei soldati. Il fatto non viene descritto come nel
quarto vangelo. I sinottici affermano infatti: «gli diedero da bere vino mescolato
con fiele, ma egli, assaggiatolo, non ne volle bere» (Mt 27,34); «48 e subito uno di loro
corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna
e così gli dava da bere. 49Gli altri dicevano: “lascia,
vediamo se viene Elia a salvarlo» (Mt 27,48-49); «e gli offrirono vino mescolato con
mirra, ma egli non ne prese” (Mc 15,23); “Uno corse a inzuppare di
aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo:
“Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce». (Mc 15,36);
«Anche i soldati lo schernivano, e
gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: “Se tu sei il
re dei Giudei, salva te stesso». (Lc 23,36) Giovanni,
invece, evitando di raccontare atteggiamenti, gesti e parole offensive da
parte dei soldati che offrono l’aceto a Gesù, dà ad esso una grande
importanza, dedicando tutto il versetto centrale all’offerta di tale
bevanda: «Vi
era lì un vaso pieno d’aceto; posero
perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a un issopo e
glielo accostarono alla bocca» (Gv 19,29) Non
credo che tali particolari giovannei si limitino solamente a descrivere un
fatto storico, che avveniva nei confronti dei condannati a morte al
momento della crocifissione. Giovanni, attraverso questi particolari,
vuole comunicare una realtà nascosta che è più grande di quella realtà
apparente. Il trattamento da parte dei soldati descritto nei sinottici
viene ripreso e modificato da Giovanni,
e viene da lui considerato come una risposta al desiderio di Gesù. Sembra
che se Gesù non avesse detto «ho sete!», non avrebbero offerto
l’aceto. Perciò il v.
29a sembra quindi tutto giovanneo. È
probabile quindi che il quarto evangelista, presentando la scena
diversamente dai sinottici, voglia comunicare ai lettori un messaggio
diverso. Allora
ci domandiamo che cosa ci voglia dire l’autore in questa pericope.
Innanzitutto, durante l’esecuzione della pena di morte, l’uso
dell’aceto era previsto per dare un po’ di sollievo e forza per
sopportare i dolori causati dopo la lunga fatica di portare la croce sotto
il sole ed anche per far tollerare i gesti di crudeltà da parte dei
soldati[11].
Perciò risulta consuetudinario l’utilizzo
dell’aceto per i condannati a morte. Nell’AT
si nota però che, in Rt 2,14, questa
bevanda è usata nel contesto del pasto che ratifica l’alleanza fra Ruth
e Booz: «Poi,
al momento del pasto, Booz le disse: “vieni,
mangia il pane e intingi il boccone nell’aceto» (Rt 2,14) Il
gesto segue cioè il matrimonio fra l’antenato di Davide e la Moabita.
Alla luce di Rt 2,14[12]
è possibile che anche nel testo giovanneo la presenza dell’aceto, che
viene dato a Gesù crocifisso possa alludere al fatto che l’evento della
morte stabilisce come un’alleanza fra Gesù morente e tutta l’umanità[13]?
Per rispondere a tale interrogativo bisogna commentare i seguenti momenti.
2.2.
Gesù riceve l’aceto. Questo
gesto, secondo alcuni autori, indica che il quarto evangelista vuole
sottolineare che Gesù, bevendo l’aceto prima della Sua morte, obbedisce
completamente al Padre fino alla fine. Essi
lo interpretano così alla luce delle parole di Gesù durante il
Suo arresto: «non devo forse bere il
calice che il Padre mi ha dato?»(Gv 18,11). Secondo questi autori bere
l’aceto, quindi, significa bere il calice della sofferenza che il Padre
gli aveva dato per portare a termine la Sua missione terrena[14].
Mettendo in risalto il gesto di Gesù «prese
l’aceto», il quarto evangelista, a differenza dei sinottici (Mt 26,39; Mc 14,36; Lc 22,42),
vorrebbe invece mettere in rilievo
la Sua libera accettazione della volontà del Padre nel contesto della
passione. Alcuni
studiosi interpretano il gesto di prendere l’aceto da parte di Gesù, in
parallelo con Mc 14,25 in cui Gesù dice ai suoi discepoli «..che io non
berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò di nuovo
nel regno di Dio». Secondo questi esegeti nel v. 29 Giovanni vorrebbe
comunicare che, Gesù bevendo l’aceto al momento della Sua morte e
portando a termine l’opera terrena, inizia «una fase nuova» del regno
di Dio manifestato nel Suo amore sulla croce[15]. Prima di dare il nostro giudizio al gesto di
ricevere l’aceto da parte di Gesù, vogliamo analizzare e anche capire
chi siano gli offerenti dell’aceto nel quarto vangelo. 2.3.
Gli offerenti dell’aceto. Giovanni
non dice esplicitamente i nomi delle persone. Non è assolutamente dato
per scontato che siano stati «i soldati»[16],
anche se molti autori ritengono che siano stati loro[17].
Essi infatti sono indicati in maniera esplicita quando sono protagonisti
di alcune azioni, prima e dopo la morte di Gesù. Il loro ruolo finisce
con la divisione delle vesti (Gv 19,23-24) prima della morte di Gesù, e
poi viene ripreso solo dopo la Sua morte: «vennero i soldati… e venuti
da Gesù e vedendolo già morto, non gli spezzarono le gambe» (Gv 19,32).
Dal testo capiamo che ai soldati interessava solamente la crocifissione,
la divisione delle vesti, tirare la sorte sulla tunica inconsutile, e poi,
spezzare le gambe dei crocifissi. Il fatto che essi «vennero per spezzare
le gambe» del crocifisso fa intuire, in qualche maniera, che i soldati
non si trovavano presso la croce come Sua madre e il discepolo amato,
quando Gesù ha manifestato la Sua sete. Coloro che offrono
l’aceto sono indicati alla terza persona plurale, in forma impersonale:
«porsero». Nell’episodio precedente, relativo alla morte di Gesù,
sono state indicate per nome le donne che, assieme al discepolo amato,
sono «vicino alla croce» (Gv 19,25). L’espressione meta. tou/to che lega strettamente
l’episodio della morte di Gesù con quello precedente, relativo
all’unione reciproca fra la madre di Gesù e il discepolo amato, come si
è detto, non indica solo una successione fra i due episodi, ma una
successione immediata. Perciò è molto probabile che il verbo alla terza
persona plurale si possa riferire alla madre e al discepolo amato, che
stanno vicini alla croce e con cui Gesù ha appena terminato di parlare. In
tale contesto va valuto anche il tono di Gesù con cui esprime la Sua
sete. Gesù non grida ma semplicemente dice «ho sete!». Il verbo
utilizzato qui è le,gw ma non kra,zw.
A volte Giovanni utilizza il verbo kra,zw
(Cf Gv 7, 37-39; 12,44) in
cui Gesù con le Sue parole si rivolge a tutti con un tono particolare per
poter attirare l’attenzione. Esso si riscontra anche nei sinottici, per
mettere in evidenza il grido di Gesù prima della Sua morte: «Gesù
emesso un alto grido (kra,xaj),
spirò» ( Mt 27,50) «ma
Gesù, dando un forte grido (avfei.j fwnh.n mega,lhn), spirò»
(Mc 15,37) «Gesù,
gridando a gran voce (fwnh,saj fwnh/| mega,l), disse..» (Lc 23,46) Il
«dire» di Gesù in Gv 19,28 corrisponde a quel «dire» a Sua madre e al
discepolo amato che li affida l’uno all’altro (vv. 26-27). In questo
momento solo questo gruppo può prestare attenzione alle parole di Gesù
morente. Possiamo
capire qundi perché l’evangelista sottolinea un elemento così preciso
«il gesto di Gesù di prendere l’aceto»,
che i sinottici non evidenziano.
Questo piccolo gruppo appena formato accoglie le parole di Gesù che dice
«ho sete!» e cerca di soddisfare questa richiesta nella Sua qualità di
nuova famiglia appena formata che deve obbedienza a Gesù. Quindi il gesto
di «bere» l’aceto da parte di Gesù potrebbe esprimere il Suo consenso
e può essere che l’evangelista voglia manifestare un’inizio
dell’alleanza fra Gesù e tutta l’umanità, simboleggiata dal gruppo
dei credenti che sta sotto la croce. Alla luce di quest’interpretazione
si può comprendere meglio l’ottica giovannea, in cui è necessario che
Gesù prenda l’aceto, prima di dire «è compiuto».
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