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Capitolo I

Capitolo II

Capitolo III

Capitolo IV

Conclusione

 

 

Note

 

CAPITOLO V

 

La teologia della morte nel quarto vangelo.

 

Introduzione.

 

Dopo aver già esaminato il senso della pericope sulla morte di Gesù (Gv 19,28-30), nella prima parte di questo capitolo vedremo meglio come il quarto evangelista ci presenta questa morte all’interno del suo vangelo. Analizzeremo i seguenti punti:

a.       La morte di Gesù sulla croce in relazione al verbo «innalzare»

     (Gv 3,14-15; 8,28; 12,32).

b.       Il significato sacrificale della morte di Gesù espressa col sintagma «offrire la vita per..» (Gv 10,11.15;1Gv 3,16).

c.       Il significato dell’espressione «morire per..» (Gv 11,51-52) nella profezia di Caifa.

d.       Come si relaziona la frase «il pane che io darò è la mia carne per..» (Gv 6,51) con l’offerta di Gesù sulla croce.

 

Nella seconda parte, invece, approfondiremo quali sono gli effetti della morte di Gesù:

a.       Gesù innalzato sulla croce dona «la vita eterna» (Gv 3,14-15).

b.       Gesù innalzato sulla croce «attira tutti a sé» (Gv 12,32).

c.       La morte di Gesù raduna tutti i figli dispersi di Dio (Gv 11,52).

d.       Gesù come agnello di Dio toglie il peccato del mondo (Gv 1,29).

e.       Il rapporto fra la morte di Gesù e «l’uscita di sangue ed acqua dal Suo costato» (Gv 19,34).

 

 

Parte Prima

1.         L’innalzamento di Gesù.

 

Nel quarto vangelo l’«innalzamento» di Gesù viene sottolineato dall’uso del verbo u`yo,w[1] impiegato esclusivamente in rapporto a Gesù. Lo possiamo notare dalle seguenti frasi:

 

·          «Come Mosè innalzò (u`yo,w) il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio (u`yo,w) dell’uomo» (Gv 3,14).

·          « Quando avrete innalzato (u`yo,w) il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo..» (Gv 8,28).

·          «Io quando sarò elevato (u`yo,w) da terra, attirerò tutti a me. Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire» (Gv 12,32).

 

In Gv 12,32 inoltre troviamo un riferimento esplicito alla morte di Gesù: «di quale morte doveva morire», con cui l’evangelista rivela ai lettori che v’è uno stretto rapporto fra la morte di Gesù e il verbo u`yo,w. Quindi, per capire meglio tale rapporto analizziamo i seguenti passi.

 

1.1.   Gesù innalzato in Gv 12,32.

 

Iniziamo ad analizzare il legame fra la morte di Gesù e il verbo u`yo,w partendo da Gv 12,32 perché, come abbiamo appena detto in esso troviamo un esplicito riferimento alla morte di Gesù. Però non sappiamo ancora che tipo di morte Gesù dovrà affrontare cioè se secondo la legge giudaica o secondo quella romana. Per poter capire il significato della frase «di quale morte doveva morire» (Gv 12,32), dobbiamo leggere un altro passo giovanneo ad esso collegato, in cui si riscontra la stessa espressione dell’evangelista riguardo alla morte di Gesù:

 

Gv 12,32

Gv 18,32

“E io, quando sarò innalzato

da terra, attirerò tutti a me”. Questo diceva per indicare di quale morte doveva morire”

“doveva così adempiersi

 la parola che Gesù

aveva pronunciato,

indicando di quale morte doveva morire

 

In Gv 12,32 è sottolineato il rapporto fra la morte di Gesù e il verbo u`yo,w (innalzare, sollevare), mentre, leggendo Gv 18,32 capiamo che Gesù deve affrontare la morte di croce, essendo innalzato, seconda la legge romana. Possiamo evidenziare ciò con il seguente schema:

“quale morte doveva morire”

(Gv 12,32; 18,32)

 

 

“quando sarò innalzato da terra” (Gv 12,32)

crocifissione

 

secondo la legge romana

 

 


“doveva così adempirsi la parola che Gesù aveva pronunciato”

(Gv 18,33)

 

In Gv 18,31a Pilato dà il permesso ai Giudei di giudicare Gesù secondo la legge giudaica, ma essi rifiutano di condannare Gesù perché a loro «non è permesso di mettere a morte nessuno» (Gv 18,31b). Inoltre fanno capire a Pilato che, secondo la legge giudaica, colui che bestemmia come nel caso di Gesù che si fa figlio di Dio (Cf  Gv 19,7), va messo a morte:

 

«Noi abbiamo una legge e secondo la legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio» (Gv 19,7)

 

Questo versetto chiama in causa il passo del Levitico in cui viene descritta la pena della morte per tale peccato[2]:

 

«chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare» (Lv 25,14).

 

Se i Giudei avessero giudicato Gesù obbedendo alle parole di Pilato, non l’avrebbero «innalzato» sulla croce, ma l’avrebbero ucciso lapidandolo secondo la loro legge. In tale maniera le parole di Gesù non si sarebbero adempiute (Gv 18,33). Infatti il verbo u`yo,w (sollevare, innalzare, porre in alto), che sta in rapporto con la morte di Gesù, non avrebbe avuto un senso appropriato se Egli fosse stato giudicato secondo la legge giudaica.

Allora possiamo dire che le parole dell’evangelista  «di quale morte doveva morire» (Gv 12,32) si riferiscono proprio all’innalzamento (u`yo,w) di Gesù sulla croce. Troviamo lo stesso significato anche in Gv 3,14 come vedremo in seguito.

 

1.2.   Gesù innalzato in Gv 3,14.

 

a«come Mosè innalzò (u`yo,w) il serpente nel deserto,

bcosì deve (dei/) essere innalzato (u`yo,w)  il Figlio dell’uomo

affinché chiunque crede abbia, in Lui, la vita eterna» (Gv 3, 14-15)

 

In questo passo il quarto evangelista esplicitamente paragona l’innalzamento di Gesù all’episodio dell’AT, in cui Mosè innalzò il serpente per salvare il popolo d’Israele. La prima particella «come» del v.14a sta ad indicare la somiglianza tra ciò che deve avvenire con un fatto già avvenuto: «come Mosè innalzò il serpente nel deserto…» in cui sono evidenti il soggetto (Mosè), l’oggetto (il serpente) e il luogo (il deserto). Nel v.14b invece «così deve essere innalzato il Figlio dell’uomo..» mancano la precisazione dell’oggetto e del luogo, ma è evidenziata la necessità dell’innalzamento con il verbo dei/. Oltre al verbo «innalzare», con la conclusione del v. 15 «affinché chiunque crede abbia, in Lui, la vita eterna», l’evangelista focalizza l’effetto comune di tale gesto, che si è già verificato in Nm 21,9 e si verificherà ancora alla stessa maniera quando il Figlio dell’uomo sarà innalzato. Dunque questo versetto di Giovanni si presta ad una interpretazione allegorica[3] in riferimento a Nm 21,9:

 

«Mosè fece un serpente di rame e lo mise (i[sthmi) sopra l’asta (shmei/on);

quando un serpente aveva morso qualcuno,

se questi guardava il serpente di rame restava in vita» (Nm 21,9)

 

Prima di analizzare il significato teologico dell’innalzamento del Figlio dell’uomo e del serpente nel deserto, è bene sottolineare la differenza tra la traduzione  dei LXX e quella italiana. Si può notare che non troviamo in Nm 21,9 il verbo u`yo,w, ma i[sthmi che vuol dire «mettere» e «porre». Nel testo greco v’è anche shmei/on[4], che viene tradotto in italiano con la parola «segno» sul quale Mosè mise il serpente per poterlo far vedere ai moribondi colpiti dalla maledizione divina (Cf  Nm 21, 4-9). La traduzione italiana impiega il termine «asta» invece di  «segno». Il serpente di rame viene posto su un «segno» dal quale il popolo possa vederlo per poter aver la vita. Il quarto evangelista (Gv 3, 14), attraverso il paragone della morte di Gesù in quanto «innalzato» come il serpente (Nm 21,9), si riferisce sia al «serpente» che al «segno» su cui è stato messo il serpente. È importante ricordare che il termine «segno» ha una grande rilevanza nel quarto vangelo[5]. Forse l’evangelista vuole dire che, come è significativo il «segno = asta» per mettere in alto il serpente, in modo che sia visibile a coloro che desiderano vederlo, così lo è la croce (paragonabile al «segno») sulla quale Gesù deve essere innalzato per poter donare la vita. Tale innalzamento dunque «è necessario» (dei/) secondo Giovanni, per salvare l’umanità colpita dal peccato. Perciò, anche usando dei/, l’evangelista fa capire che «era necessario» che Gesù fosse innalzato sulla croce secondo il piano divino[6].  Alla luce di questo passo, possiamo dire che il verbo u`yo,w, nel vangelo di Giovanni, indica l’innalzamento di Gesù sulla croce, che deve essere il grande «segno» di salvezza, come è stato tradotto nei LXX il termine di Nm 21,9. Sia il serpente innalzato sul  «segno» nel deserto, che Gesù innalzato sulla croce, hanno lo stesso scopo: cioè essere guardati per avere la vita.

Una volta chiarito il rapporto fra il verbo u`yo,w e la morte di Gesù sulla croce in Gv 12,32 e 3,14, ci domandiamo: perché il quarto evangelista ha voluto usare la categoria dell’innalzamento per parlare della morte di Gesù? Con essa Giovanni semplicemente vuol dire che Gesù sarebbe morto, essendo innalzato sulla croce o anche vuol dare qualche significato più profondo di quello che uno può capire o vedere? Per rispondere a queste domande dobbiamo analizzare l’uso del verbo u`yo,w nei LXX e nel NT.

 

1.3.   L’uso del verbo u`yo,w nei LXX.

 

Per comprendere meglio il significato dell’uso giovanneo di u`yo,w, dobbiamo esaminare lo sfondo veterotestamentario. Nei LXX tale verbo è adoperato con diversi significati. Quando è in rapporto agli oggetti o alle cose materiali, ha il senso di «sollevare» un oggetto[7], «edificare» una città[8], o una costruzione[9] etc. Se è utilizzato in rapporto alle persone, l’interpretazione è diversa come vediamo nei seguenti punti:

·          Quando un uomo innalza se stesso, indica «orgoglio» e «superbia»[10] cose che non sono approvate da Dio.

·          L’uomo «innalza» Dio, riconoscendo la magnanimità divina, lo «onora» e lo «glorifica»[11].

·          Quando Dio «innalza» gli uomini, in questi casi il verbo u`yo,w è impiegato col significato di: «avere prosperità»[12], «essere posto al sicuro»[13], «ottenere la vittoria»[14], «ricevere un posto di onore»[15], «il potere regale»[16], «il trionfo»[17], «la vittoria contro i nemici»[18] e anche come «liberazione dalla morte»[19].

 

Oltre a questi numerosi riferimenti che noi abbiamo riportato nelle note, v’è anche un testo più vicino all’uso giovanneo, in cui il servo di Isaia viene esaltato da Dio dopo una lunga sofferenza ed umiliazione:

 

«ecco, il mio servo avrà successo, sarà innalzato (u`yo,w), elevato ed esaltato grandemente» (Is 52,13).

 

 

1.4.    L’uso del verbo u`yo,w nel Nuovo Testamento.

 

Anche nel Nuovo Testamento, come nei LXX, troviamo dei passi in cui u`yo,w è usato per indicare l’auto-esaltazione dell’uomo, vista come sentimento di «orgoglio» e di «superbia», atteggiamento non solo non approvato da Dio, ma anzì punito:

 

«Chi si esalterà (u`yo,w), sarà umiliato…» (Mt 23,12a; Lc 14,12; 18,14)

 

D’altra parte v’è anche l’esaltazione degli umili da parte di Dio: cioè Dio esalta coloro che si comportano nei Suoi confronti con un atteggiamento di umiltà e di obbedienza. In questo caso Dio premia gli uomini:

 

«chi si umilierà, sarà esaltato (u`yo,w)…» (Mt 23,12b; Lc 14,11; 18,14b; Gc 4,10; 1Pt 5,6)

«ha innalzato (u`yo,w) gli umili…» (Lc 1,52b)

 

Negli Atti degli apostoli u`yo,w è impiegato per indicare l’innalzamento di Gesù nei cieli:

 

«Dio lo ha innalzato con la sua destra come capo supremo e salvatore...»

 (At 2,33; 5,31)

 

Alla luce di questi passi possiamo dire che il verbo u`yo,w, quando è adoperato in rapporto alle persone, non ha un senso reale, ma metaforico cioè  «onorare»  o «valorizzare». L’auto-esaltazione dell’uomo non è gradita a Dio, perchè solo a Lui spetta esaltare l’uomo per la sua umiltà ed obbedienza. 

 

1.5.   Conclusione.

 

Sia nei LXX che nel NT il verbo u`yo,w non è mai adoperato per indicare la morte di una persona su un patibolo, quindi è un concetto tipicamente giovanneo, cioè da una parte indica decisamente la morte di Gesù sulla croce, come abbiamo visto analizzando i passi del quarto evangelista (Gv 12,32 e 3,14) e dall’altra, alla luce dell’uso dei LXX e del NT, vediamo che Dio esalta sulla croce  Suo Figlio umile ed obbediente.

 Possiamo dire che anche in Gv 8,28 u`yo,w ha lo stesso significato di Gv 12,32 e 3,14, ma per evitare una ripetizione non riteniamo opportuno analizzare Gv 8,28.

 

2.         Il senso dell’espressione «morire per» nella profezia di Caifa

 

«voi non capite niente, né vi rendete conto che è più vantaggioso per voi che muoia un solo uomo per il popolo, e non perisca tutta intera la nazione» (Gv 11,50)

 

Nell’espressione «morire per», in cui si trova il verbo avpoqnh,|skw (morire) come in Gv 12,33, che abbiamo appena visto, v’è un riferimento esplicito, alla morte di Gesù secondo la profezia di Caifa (Cf  anche Gv 18,14).

L’episodio della risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-44), precedente all’episodio della profezia di Caifa, è stato un segno solenne per rafforzare la fede dei «molti Giudei» (Gv 11,45). Tale successo di Gesù ha suscitato nei cuori degli avversari un gran timore che Egli continuando in tale maniera, avrebbe causato l’intervento aggressivo dei Romani, che si poteva concludere con la distruzione della loro nazione e avrebbe tolto loro il potere. Per evitare ciò, il sinedrio decise di uccidere Gesù. In quel contesto troviamo l’espressione «morire per». Essa va collocata nella pericope che inizia dal raduno del sinedrio (v.47) e finisce con la presa di posizione di uccidere Gesù (v.53). La pericope (vv.47-53), da una parte, inizia con una domanda del sinedrio riguardo a Gesù: «che cosa facciamo?» (v.47) e dall’altra termina con una risposta cioè «decisero di farlo morire» (v.53). Sia la domanda che la risposta, essendo in stretta connessione fra Gesù e la Sua morte potrebbe definire l’unità tematica della pericope. V’è anche un parallelismo fra il v.48 e il v.52: cioè nel v. 48 il sinedrio si preoccupa di salvaguardare la nazione uccidendo Gesù, invece nel v.52 l’evangelista si preoccupa del raduno dei figli dispersi di Dio. Avendo evidenziato il parallelismo fra i vv.47.53 e i vv.48.52, possiamo dire che la profezia di Caifa si trova al centro della pericope, come vediamo nel seguente schema:

 

v. 47: la domanda del sinedrio: cosa facciamo?

v. 48: la preoccupazione del sinedrio

vv.49-51: la profezia di Caifa - la morte di Gesù

                 v. 52: la preoccupazione dell’evangelista

v. 53: la risposta del sinedrio: l’uccisione di Gesù.

 

Tutta la pericope (vv.47 – 53) si concentra sulla morte di Gesù, in modo particolare la profezia di Caifa, in cui l’espressione «morire per» è usata ben due volte in rapporto alla morte di Gesù. Nel racconto, l’evangelista specifica il valore profetico di Caifa cioè «non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote in quell’anno, profetizzò che Gesù stava per (me,llw) morire per la nazione». Tale valore profetico, dunque, mette in evidenza che la morte di Gesù si deve realizzare prima o poi. È degno di nota rilevare in questo contesto l’uso del verbo me,llw[20] (sta per, doveva) che ci aiuta a capire come la morte di Gesù non avviene solo per la profezia di Caifa ma entra, per uno scopo ben preciso, in un più ampio disegno divino. Il verbo me,llw è usato per indicare un’azione che è futura rispetto a una situazione del passato, ma che si è già realizzata nel momento in cui si parla,  perché fa parte del progetto divino. Oltre al senso teologico del verbo me,llw, anche la costruzione del sintagma «doveva morire» si riscontra tre volte nel quarto vangelo, sempre in rapporto alla morte di Gesù (Cf  Gv 11,51; 12,33; 18,32).

La profezia di Caifa evidenzia la morte di una persona al posto degli altri: «…come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo» (v.50). Troviamo tale prassi anche in alcuni episodi dell’AT in cui nel caso del pericolo di un popolo o di una città, una persona sola viene uccisa al posto di altri, come vediamo nei seguenti esempi:

Nel racconto di 2Sam 20,14-22  Seba, figlio di Bicri, nemico del re Davide, perseguitato da Ioab per ordine del re, si nasconde nella città di Abel – Bet – Macca. Ioab per ucciderlo vuole distruggere tutta la città. Intanto, una donna saggia gli consiglia di non distruggere tutta la città a causa di un uomo solo. Ioab ascoltando lei, chiede la morte di Seba e in seguito alla decapitazione di Seba, rinuncia alla distruzione di Abel – Bet – Macca. In questo caso Seba è ucciso «al posto» di tutta la città. 

Tale genere letterario si riscontra anche nel libro di Giona (1,8-16). Giona si offre per essere buttato in mare, per calmare le acque, e per salvare gli altri che sono sulla nave. Alla fine, Egli viene gettato in acqua e il mare si calma. Quindi con la sua morte, secondo la gente, ha salvato la vita degli altri.

Alla luce di questi due esempi, possiamo dire che la profezia di Caifa trova la sua radice in quella prassi dell’AT, in cui una persona viene sacrificata al posto di altri. Tale significato è messo in rilievo anche dall’uso della preposizione u`pe,r nel sintagma «morire per»: cioè Gesù muore «al posto» della nazione.

 

2.1.   L’espressione «morire per..» nei LXX.

 

Nei LXX l’espressione «morire per» si trova quattro volte (Cf  Dt 24,16; 2Re14,6; 2Cro 25,4; 2Mac 7,9). In 2Re14,6 il sintagma «morire per» chiama in causa la legge del Deuteronomio che dice:

 

«non si metteranno a morte i padri per una colpa dei figli, né si metteranno a morte i figli per una colpa dei padri; ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato» (Dt 24,16)

 

In 2Re 14,5-6 e 2Cro 25,4 il re Emazia, ricordando la legge del Deuteronomio (Dt 24,16), uccide solo gli assassini di suo padre e non estende la sua ira sui loro figli. Tale legge in qualche maniera evita la morte dei figli a causa del peccato dei padri e viceversa.

 Il sintagma «morire per»[21] ha un significato diverso in 2Macc 7,9 in cui è impiegato per descrivere la morte di sette fratelli e della loro madre: essi offrono la loro vita come segno della manifestazione del loro amore per la legge, e per la patria, morendo per tale motivo sono sicuri di ricevere da Dio la vita eterna:

 

«.. ma il re del mondo dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna» (2Macc 7,9)

 

Alla luce di questi passi possiamo dire che nei LXX secondo la legge del Deuteronomio (Dt 24,16) la morte degli innocenti in consolidale con i colpevoli non è consentita. Mentre v’è un forte accenno nel libro dei Maccabei, in cui la morte dei sette fratelli è un segno eccellente per dimostrare il loro amore per la legge, per il loro Dio, per la Patria.

 

2.2.    L’espressione «morire per..» nel Nuovo Testamento.

 

Il sintagma «morire per» nel Nuovo Testamento, oltre che in Giovanni, si trova solo nelle lettere paoline, sempre usato in rapporto con la morte di Gesù. Esso si riscontra nei seguenti passi:

 

«infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito…… Cristo è morto per  noi» (Rm 5,6-8)

«Cristo è morto per  i nostri peccati..» (1Cor 15,3)

«.. per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, il quale è morto per  noi..» (1Tess 5,10)

 

Paolo nelle sue lettere sottolinea il valore espiatorio e redentivo della morte di Gesù con l’uso dell’espressione «morire per». In queste frasi la preposizione u`pe,r evidenzia il valore salvifico della morte di Gesù, cioè Gesù è morto sia a favore della comunità cristiana che a favore degli empi e dei peccatori.

 

2.3.   Conclusione.

 

L’espressione «morire per», nella profezia di Caifa, si riferisce chiaramente alla morte di Gesù. Alla luce degli esempi dell’AT, in cui si racconta la morte di una persona al posto di altri, si capisce il senso di tale profezia cioè «muoia un solo uomo per il popolo, e non perisca tutta intera la nazione». Quindi la morte di Gesù sostituisce la morte della nazione. Qui la preposizione u`pe,r è usata col significato «invece di» o «al posto» di qualcuno. Se il sommo sacerdote egoisticamente pensa solo alla nazione, l’evangelista lo corregge con il suo commento, cioè Gesù muore «anche per radunare i figli dispersi di Dio». Dunque, la morte di Gesù è necessaria, sia «al posto» della nazione che «a favore» dei figli dispersi di Dio.

AVANTI