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CONCLUSIONE La pericope della morte
di Gesù nel vangelo di Giovanni (Gv 19,28-30) presenta dei temi molto
significativi. Seguendo il metodo storico-critico, ho cercato di
analizzare che cosa vuole comunicare il quarto evangelista attraverso il
racconto della morte di Gesù. 1.
In primo luogo ho esposto le opinioni di diversi autori, che ci
hanno permesso di cogliere le ricchezze ermeneutiche dei vari esegeti e
fatto capire che la pericope è complessa. Ho notato che non in tutti i
testi da me consultati sono trattati completamente i problemi ad essa
concernenti. Qualcuno ha messo in rilievo il confronto con i sinottici (C.H.
Dodd, R.E. Brown), qualcun altro ha studiato in modo particolare la
struttura letteraria della passione in cui si trova la nostra pericope (D.
Marzotto, J. De Varebeke, G. Segalla); mentre alcuni hanno evidenziato
solo i problemi grammaticali del testo (G. Bampfylde, F.G. Beetham, A.
Bergmeier), altri hanno dato una differente interpretazione teologica (G.
Moretto, I. De La Potterie, A. Charbonneau, Y. Simoens). Altri ancora
hanno fatto un commento generale senza approfondire i problemi specifici
del testo. Tenendo conto di tale complessità ho rilevato le problematiche
ermeneutiche discusse dai diversi studiosi a partire dalle varie ipotesi
riguardanti la delimitazione del testo e le tematiche che la pericope
presenta. Presento
brevemente i seguenti argomenti discussi dagli autori: a)
La prima domanda che si sono posti è come può essere interpretato
il v.28: «sapendo Gesù che gia tutto era compiuto, affinché si compisse
la Scrittura, dice: ho sete!». Cosa viene adempiuto oppure portato a
perfezione al momento della morte di Gesù? Alcuni, vedendo uno stretto
rapporto fra l’espressione «affinché si compisse la Scrittura» e «disse:
ho sete», pensano che Gesù al momento della Sua morte, avrebbe adempiuto
la stessa situazione sofferente di cui parlavano i salmi 22 e 69; altri
invece vedono una relazione fra la locuzione «affinché si compisse la
Scrittura» e «dopo ciò, sapendo che tutto era ormai portato a
compimento». Essi affermano quindi che Gesù, avendo formato una nuova
famiglia sotto la croce, ha portato a perfezione tutta l’opera che gli
era stata affidata dal Padre. Secondo me il quarto evangelista, per il
fatto che evita, nel racconto della passione, di ricordare gli scherni,
gli insulti e le umiliazioni subite, non vuole mettere in risalto
all’improvviso la sofferenza di Gesù che avrebbe adempiuto la Scrittura
nel momento culminante della Sua missione terrena. Ma è più
comprensibile che il Gesù giovanneo, essendo consapevole di avere portato
a compimento tutta l’opera terrena con l’unione reciproca fra la madre
di Gesù e il discepolo amato, abbia portato a termine tutta la missione
che gli è stata affidata dal Padre. b)
L’altro tema più discusso è la sete di Gesù. Di quale sete si
tratta nel momento del passaggio di Gesù da questo mondo al Padre? Alcuni
sostengono che la locuzione «l’adempimento della Scrittura» è in
rapporto con le parole di Gesù «ho sete!», ed affermano che la sete di
Gesù rappresenta semplicemente una «sete fisica» causata dalla lunga
sofferenza. Secondo altri, invece, la sete di Gesù ha valore metaforico
cioè quello di dare un bene spirituale agli uomini, per cui
l’evangelista vuol dire ai lettori che Gesù, con la Sua sete, manifesta
il desiderio di donare lo Spirito Santo alla nuova famiglia formatasi
sotto la croce prima della Sua morte. Anch’io ritengo possibile che
l’evangelista voglia dare un senso figurato alla sete di Gesù, mediante
la quale esprime il desiderio di donare lo Spirito Santo all’umanità
rappresentata dalla madre e dal discepolo amato. c)
Anche l’uso dell’issopo, per accostare la spugna imbevuta
d’aceto a Gesù, è stato interpretato con due chiavi di lettura. Una
parte degli autori sostiene che u[sswpoj sia stato un errore del copista di un vecchio
manoscritto, in cui era riportato il termine usswj. L’altra parte,
invece, ritiene che l’evangelista ha volutamente usato il termine u[sswpoj per richiamare i passi dell’AT in cui ci si
serviva di esso per aspergere il sangue dell’agnello sull’architrave e
sugli stipiti delle porte delle case degli Israeliti in segno di salvezza.
Costoro, alla luce degli altri accenni sull’agnello pasquale, in
rapporto all’espressioni «non spezzare le gambe» di Gesù (Gv 19,33) e
«l’ora sesta» (Gv 19,14), l’ora della condanna a morte di Gesù in
cui venivano uccisi gli agnelli pasquali, pensano che Giovanni voglia
presentare Gesù come un nuovo agnello pasquale, che muore per la salvezza
del mondo. Anch’io ho sostenuto tale interpretazione nel mio lavoro. d)
Vi sono anche interpretazioni diverse riguardo alla locuzione «reclinare
il capo e consegnare lo Spirito». Una parte degli esegeti vede in essa
semplicemente la morte fisica di Gesù, l’altra invece ritiene che
l’espressione «consegnare lo Spirito» indica che, Gesù volendo dare
un bene spirituale agli uomini, «consegna» lo Spirito Santo alla prima
cellula cristiana formatasi sotto la croce. Anch’io condiviso questa
opinione. e)
Riguardo agli «offerenti dell’aceto» la maggior parte degli
autori pensa che siano stati i soldati ad offrirlo a Gesù morente. Y.
Simoens ipotizza invece che poteva
essere stato anche il gruppo degli amici di Gesù che stava sotto la
croce. Anch’io, tenendo presente che l’offerta d’aceto ad un
condannato non era un segno di umiliazione, ma di pietà nei confronti
della persona che stava soffrendo sulla croce, penso che possa essere
stato il gruppo degli amici di Gesù a fare questo gesto. Se la sete di
Gesù ha senso metaforico, cioè quello di fare un dono spirituale agli
uomini, anche il gesto «dell’offerta dell’aceto» deve essere
interpretato in senso figurato. Il desiderio di Gesù viene soddisfatto
solamente da parte di coloro che accolgono le Sue parole e sono pronti ad
esaudire la richiesta di Gesù anche a costo della loro vita. Per questo
motivo in Giovanni, a differenza dei sinottici, Gesù accetta l’aceto
prima di dire «tutto è compiuto». 2.
In secondo luogo ho studiato la delimitazione della pericope. La
maggior parte degli autori, vedendo una netta separazione fra la morte e
la risurrezione, afferma che la pericope della morte di Gesù deve essere
considerata solo nel racconto della passione (Gv 18,1-19,42). Secondo me,
come sostengono J.P. Heil e Y. Simoens, tale narrazione è strettamente
legata alla risurrezione. Per poter cogliere questa unità inseparabile ho
messo in rilievo alcuni elementi, che sono stati utili per capire l’unità
letteraria della sezione, che inizia dall’arresto di Gesù (Gv 18,1)
fino alla fine del vangelo (Gv 21,25) e l’ho divisa in cinque grandi
sotto sezioni. In tale organizzazione si possono notare dei parallelismi
fra le varie parti: il legame fra «l’arresto di Gesù» (Gv 18,1-27) e
«l’apparizione di Gesù sul lago di Tiberiade» (Gv 21,1-25); il
rapporto fra «l’interrogatorio di Gesù davanti a Pilato» (Gv
18,28-19,16a) e «l’apparizione di Gesù ai Suoi discepoli» (Gv
20,1-31). Avendo evidenziato queste relazioni fra le diverse parti, ho
proposto una struttura chiastica, che ci ha permesso di affermare che
l’unità minore (Gv 19,16b-42) in cui si trova la pericope della morte
di Gesù (Gv 19,28-30) sta al centro di tutto il racconto. La nostra
pericope che è al centro dell’unità minore della «crocifissione,
morte e sepoltura» si trova contemporaneamente al centro di tutto il
racconto della «passione e risurrezione». La «pericope della morte»
quindi ha un rilievo particolare in tutta la sezione. 3.
In terzo luogo ho fatto l’analisi lessicale della pericope, cioè
prendendo la terminologia usata in essa, l’ho confrontata sia con il
resto del NT che con i LXX. Tale comparazione è stata utile per
interpretare meglio il lessema giovanneo e mi ha permesso di capire le
somiglianze e le differenze fra Giovanni e gli altri testi. Alla luce di
tale analisi lessicale, ho esplicitato il senso teologico che
l’evangelista dà alla morte di Gesù nel quarto vangelo. 4.
Nell’ultima parte ho presentato la teologia della morte di Gesù
in tutto il quarto vangelo, analizzando sia le diverse espressioni con cui
il quarto evangelista narra l’offerta sacrificale di Gesù sul Calvario,
sia mettendo in rilievo gli effetti soteriologici della morte di Gesù. Ho
approfondito la categoria dell’innalzamento (Gv 3,14-15; 8,28; 12,32)
con cui Giovanni indica sia la morte sulla croce sia la Sua
glorificazione. È interessante notare l’evangelsita presenta
l’offerta volontaria di Gesù sulla croce, mediante le espressioni «offrire
la vita per» (Gv 10,11.15), «morire per» (Gv 11,52) e «la mia carne
per» (Gv 6,51). Tali sintagmi non solo descrivono il sacrificio di Gesù
sulla croce, ma, in forza della preposizione u`pe.r, evidenziano anche il senso soteriologico della
morte di Gesù, i cui effetti sono quelli di «dare la vita eterna» (Gv
3,15), «radunare i figli dispersi di Dio» (Gv 11,52), e l’«espiare il
peccato del mondo» (Gv 1,29). Infine ho analizzato quale sia il
significato simbolico di sangue ed acqua che escono dal costato di Gesù
(Gv19,34). Dallo
studio fatto emergono i punti seguenti: 1.
Lo scopo del racconto.
La pericope della morte di Gesù rivela alcune situazioni particolari
della comunità giovannea. In essa il quarto evangelista mette in evidenza
come Gesù manifesta nello stesso tempo la Sua divinità ed umanità: da
una parte sottolinea la realtà umana di Gesù evidenziando la Sua «sete»
e il gesto di bere l’aceto. Dall’altra
mettendo in rilievo la «piena coscienza» di fronte alla morte, e
le ultime parole «tutto è compiuto» e la descrizione anomala della
morte «reclinare il capo e consegnare lo Spirito» manifestano
l’aspetto divino di Gesù. Tale racconto può far pensare che il quarto
evangelista si rivolga nel testo a persone che hanno difficoltà a credere
che Gesù si manifesti nella morte contemporaneamente quale vero Dio e
vero uomo. 2.
La morte di Gesù è una
libera e consapevole offerta della Sua vita a favore dell’uomo.
L’evangelista non presenta Gesù come colui che subisce la sofferenza e
la morte da parte degli avversari, ma come colui che affronta la morte
essendone pienamente consapevole. La consapevolezza di Gesù è molto
evidente fin dall’inizio del Suo ministero pubblico. Se nelle nozze di
Cana l’espressione «non è giunta ancora la mia ora» (Gv 2,4) suppone
che Gesù attende consapevolmente il futuro per affrontare la morte, al
momento di essa il racconto dell’evangelista «sapendo che tutto era
ormai stato portato a perfezione» (Gv 19,28), conferma che Gesù con tale
coscienza e padronanza, muore sulla croce solo dopo aver portato a
compimento la Sua opera. Tale piena coscienza di Gesù riguardo alla Sua
morte si trova anche in diversi momenti nel vangelo (Cf
Gv 13,1; 18,4). Paragonando la morte di Gesù con quella del buon
pastore, l’evangelista chiarisce che essa non è una condanna da parte
di coloro che l’hanno consegnato per essere crocifisso, ma è l’evento
necessario con cui Gesù fa il dono di sé come quel buon pastore che
offre la sua vita per salvare le sue pecore. Proprio per tale motivo gli
avversari non possono mettergli le mani addosso, pur volendo ucciderlo
perché «non è ancora giunta la Sua ora». Quindi l’evangelista
Giovanni presenta la morte di Gesù come una libera offerta della vita a
favore dell’uomo. 3.
La morte di Gesù è
necessaria per la salvezza universale. Nel quarto vangelo viene
sottolineata molto la necessità della morte di Gesù per la salvezza
universale. Con l’uso di dei/ (Gv 3,14) e me,llw
(Gv 11,51; 12,33; 18,32), Giovanni mette in evidenza che la morte di Gesù
fa parte del progetto di Dio. Come abbiamo già visto nella profezia di
Caifa, Gesù muore non solo per i Giudei, ma per «radunare i figli
dispersi di Dio» (Gv 11,52), che comprendono sia i Giudei che i pagani.
La salvezza offerta da Gesù non si limita solo ad una nazione, ad un
popolo o ad una cultura, ma a tutti coloro che sono alla ricerca di Dio.
La morte di Gesù rompe tutte le barriere di discordia fra varie nazioni e
popoli, e li fa diventare un solo popolo e un solo gregge (Gv 10,16). A
tale scopo Gesù risponde ironicamente ai Greci «quando sarò innalzato,
attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Alla luce di questa soteriologia
universale, si può capire, perché solo il quarto evangelista ha
raccontato «l’unione reciproca fra la madre di Gesù e il discepolo
amato» (Gv 19,25-27) prima della morte di Gesù. Tale scena può spiegare
che chi crede in Gesù morente e accoglie le Sue parole, non può non
diventare un'unica famiglia sotto la croce. Certamente oggi notiamo non
solo questi due personaggi, ma, accanto a loro, un numero infinito di
persone che provengono da varie culture, nazioni e credenze, che vogliono
unirsi alla prima cellula della comunità cristiana per poter diventare
una sola famiglia. La realtà odierna della Chiesa universale ci sta a
dimostrare quanto Giovanni è stato profetico nel sottolineare
l’importanza della soteriologia universale. La salvezza universale
presuppone una disponibilità missionaria per poter raggiungere questo
scopo. Il mandato missionario, se anche non è espresso esplicitamente, è
un elemento fondamentale presupposto nel quarto vangelo perché la
salvezza divenga storicamente universale. 4.
La morte di Gesù è una
rivelazione. Gli autori sostengono che nella passione vi sono
diversi elementi letterari che fanno pensare che il quarto evangelista
voglia presentare la regalità di Gesù: a) il saluto onorifico: «salve,
re dei Giudei» (Gv 19,3); b) la posa di una corona di spine sul capo e
del manto di porpora (Gv 19,1-2); c) la scritta «Gesù, il Nazareno, re
dei Giudei» in tre lingue (Gv 19,19). Attraverso questi elementi su
descritti Giovanni ci fa notare come Gesù rivela la Sua regalità durante
la passione. Mi sono domandato se vi sia qualche elemento letterario nella
pericope della morte (Gv 19,28-30) che possa sottolineare la rivelazione
di Gesù. Posso dire che certamente in questa pericope v’ è un elemento
fondamentale di cui l’evangelista si è già servito nell’episodio
della Samaritana. In questo, quando Gesù dice alla donna: «dammi da bere»,
si rivela come il donatore dell’acqua viva. L’evangelista, mettendo
tale richiesta «ho sete!» sulle labbra di Gesù morente, vuol dire ai
lettori che, come si è rivelato nell’episodio della Samaritana, così
si rivela anche al momento della morte, e dona non solo l’acqua viva, ma
la Sua vita: in tal modo Egli diventa cibo spirituale per la vita del
mondo. Alla luce di quanto detto in Gv 13,1 si può comprendere come Gesù,
morendo sulla croce e offrendo la Sua carne per dare la vita eterna, «rivela»
un amore infinito nei confronti di coloro che credono. Vorrei
terminare la tesi con questa breve storia che può far comprendere meglio
il mistero dell’amore [1]: Durante
la santa Messa della Domenica delle Palme, il parroco, giunto
all’omelia, si rivolse ai fedeli e disse: «Oggi non vi farò la
predica. È venuto a trovarmi un amico, un grande amico, e l’ho pregato
di dirvi due parole». La gente si fece subito attenta, la novità stuzzicò
la loro curiosità. Solo alcuni giovani, che erano in fondo alla chiesa,
si sedettero con aria annoiata, gambe distese e mani in tasca: un
atteggiamento poco rispettoso anche del luogo in cui si trovavano. Un uomo
non più giovane salì all’ambone e cominciò a raccontare di un padre,
di suo figlio e dell’amico di questo figlio. Un
giorno un padre, che era anche un valente marinaio, propose al figlio una
gita in barca a vela in mare aperto. Il figlio ne fu entusiasta e chiese
al padre di poter condurre anche l’amico a cui teneva molto. Partirono a
vele spiegate, felici e contenti, ma quando furono al largo il tempo
peggiorò improvvisamente: furono investiti da una furiosa tempesta, il
vento strappò le vele e la barca divenne ingovernabile. Ad un certo punto
un’onda più forte scaraventò i tre in mare; il padre annaspando
nell’acqua vide una fune agganciata alla barca; la prese e si volse a
cercare con gli occhi i due giovani. Tra lo spumeggiare furioso delle onde
scorse a destra suo figlio e a sinistra l’amico del figlio, che
lottavano contro prepotenza del mare. Era impossibile raggiungerli a
nuoto. La sola cosa che poteva fare era gettare loro la cima della fune.
Ebbe un attimo di panico: a quale dei due dare la possibilità di
salvezza? Fu questione di un attimo, pensò che il figlio, essendo
religiosissimo, se fosse morto, sarebbe andato in Paradiso, mentre
l’amico neppure sapeva chi era Gesù. Con il cuore lacerato gridò al
figlio: Ti amo! E gettò la fune all’altro ragazzo. Nella
chiesa si era fatto un grande silenzio, persino i giovani in fondo si
fecero attenti alle parole del vecchio che continuò: «Quel padre
sacrificò suo figlio per permettere all’altro ragazzo di conoscere il
Salvatore. Anche Dio ha fatto così con noi. Egli ha sacrificato il Suo
Unico Figlio affinché noi potessimo salvarci. Non solo, Egli ancor oggi
ci vuole salvi e ad ognuno di noi getta una fune per consentirci la
salvezza eterna». La messa proseguì in un clima di raccoglimento e
fervore. Il vecchio aveva ripreso il suo posto e anche quando la
celebrazione terminò, rimase raccolto a pregare. Fu interrotto da un
giovane che gli si era accostato con altri due compagni. «Scusi, signore,
la sua storia è stata interassante, ma non è credibile. Quale padre
sacrificherebbe suo figlio, oltretutto solo con la speranza che un altro
diventi cristiano?» Negli
occhi dei giovani c’era un’ombra di scherno e di derisione. L’uomo
li guardò ad uno ad uno, poi disse: «è proprio questo il messaggio: non
è logico quello che fece il padre, ma la storia ci fa capire cosa deve
aver significato per il nostro Padre celeste sacrificare Suo Figlio per
amor nostro». I giovani scossero la testa: «è una storia inventata, non
sta in piedi» disse uno, mentre gli altri assentirono con il capo. Il
vecchio trasse un lungo sospiro: «Ebbene, voglio che sappiate che quel
padre sono io e l’amico di mio figlio è il parroco di questa chiesa».
ABBREVIAZIONI
DEI LIBRI BIBLICI.
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