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Conclusione.

 

L’evento straordinario della morte di Gesù nel quarto vangelo (19,28–30) non presenta un’esegesi concorde. Vi sono diverse opinioni interpretative fra gli studiosi in relazione alle «fonti» del racconto, alla struttura letteraria, alle convergenze e alle divergenze fra Giovanni e i sinottici. Si discute, inoltre, sugli elementi tipici giovannei, che contribuiscono a dare una molteplice e ricca interpretazione teologica del momento culminante della massima rivelazione di Gesù. Possiamo sintetizzare le numerose discordanze interpretative di questo lungo excursus nei seguenti elementi:

1)      Le fonti.

2)      La delimitazione del testo.

3)      Il rapporto fra l’episodio della morte di Gesù e l’affidamento reciproco fra Sua madre e il discepolo prediletto.

4)      Il compimento della Scrittura.

5)      La sete di Gesù.

6)      L’uso di un ramoscello d’issopo.

7)      Gli offerenti del vino acidulo.

8)      Il significato dell’espressione «reclinare il capo e consegnare lo Spirito».

 

1)                  Le fonti.

 

 Dall’antichità fino al 1930 la teoria prevalente era che Giovanni conoscesse i sinottici. Tuttavia gli studiosi del XX secolo si sono impegnati nuovamente a cercare di capire da dove derivasse il racconto giovanneo della passione. Tale ricerca ha suggerito diverse supposizioni sull’origine del quarto vangelo. Molti sostengono l’esistenza di un racconto primitivo, da cui anche Giovanni avrebbe attinto il materiale necessario, che poi ha re-interpretato secondo la sua teologia (per es. R. Bultmann, C.H. Dodd, Jeremias, Tylor, Brown, Cullmann, Edwards, Goodenough, Haenchen). Altri ritengono che Giovanni, conoscendo bene i racconti sinottici, avrebbe formato il suo vangelo dipendendo totalmente da essi (per es. Barrett, Boismard, Feuillet, Freed, Guthrie, Kelber, F. H. Lightfoot). Ci sono anche alcuni che hanno sostenuto che il quarto vangelo dipenda da quello di Marco (Perrin, Donahue, Kelber, Neirynck, Sabbe, Denaux).

 

2)                  La delimitazione del testo.

 

La maggior parte degli esegeti (ad es. J. H. Bernard, C.K. Barrett, R.H. Lightfoot, A. Wikenhauser, J. De Varebeke, G. Moretto, I. De la Potterie, D. Marzotto, R.E. Brown ) considerando l’unità letteraria determinata dal termine kh/poj «l’orto» (18,1.19,41), studiano la pericope della morte di Gesù nel contesto della passione, morte e sepoltura, che comincia dal 18,1 fino al 19,42. Alcuni aggiungono anche il cap. 20, pensando che in Giovanni il racconto della passione è strettamente legato a quello della risurrezione (R. Bultmann, N. Flanagan). Gli altri ancora basandosi sempre su tale principio, cioè l’inseparabilità fra passione, morte e risurrezione,  studiano la pericope della morte di Gesù (Gv 19,28-30) all’interno di una grande struttura letteraria che parte da 18,1 fino al 21,25 (Y. Simoens, J.P. Heil).

 

 

 

3)                  Il rapporto fra la pericope della morte di Gesù e l’affidamento fra la Sua madre e il discepolo amato.

  Molti autori (ad es. J.H. Bernard, C.K. Barrett, R.H. Lightfoot, R.Schnackenburg ) sostengono che l’espressione meta. tou/to mette in stretto rapporto l’episodio della morte di Gesù con l’affidamento reciproco fra la Sua madre e il discepolo amato (Cf  i vv. 28-30 e i vv.25-27). Altri (G. Bampfylde, I. De la Potterie, D. Marzotto, S.A. Panimolle) ritengono che tale relazione sottolinei il compimento di tutta l’opera di Gesù portata a perfezione con l’unione reciproca sotto la croce fra Sua madre e discepolo amato. Alcuni da una parte  ignorano la stretta connessione fra  i vv.28-30  e i vv.25-27 e dall’altra negano la relazione fra il compimento dell’opera di Gesù e l’affidamento reciproco fra Sua madre e il discepolo amato. E neppure colgono una simbologia giovannea in tale episodio (R. Bultmann, C.H. Dodd).

 

4)                  Il compimento della Scrittura.

 

 Alcuni  studiosi (ad es. J.H. Bernard, C.K. Barrett, R.H. Lightfoot, A. Wikenhauser, R. Bultmann, R.E. Brown, H. Strathmann) sostengono che l’espressione «affinché si compisse la Scrittura» è in stretta correlazione con le  parole di Gesù: «ho sete!». In esse vedono il compimento dei salmi 22 e 69 in cui viene descritta la condizione sofferente causata da una sete insopportabile. Altri autori (per es. G. Bampfylde, I. De la Potterie, D. Marzotto) affermano che la locuzione «affinché si compisse la Scrittura» si lega al versetto «dopo ciò, sapendo Gesù che tutto ormai era stato portato a perfezione». Cioè essi ritengono che con «affinché si compisse la Scrittura» Egli non realizza nessuna citazione dell’AT, ma porta a perfezione tutta la Sua opera terrena mediante l’unione reciproca fra  Sua madre e il discepolo amato; costituisce così una famiglia nuova,  cioè fa nascere una nuova comunità cristiana sotto la croce. G. Moretto, G. Bampfylde,  I. De la Potterie, D. Marzotto, R. Schnackenburg, S.A. Panimolle interpretano la sete di Gesù in senso figurato, cioè Egli attraverso la Sua sete, vuole fare un dono all’umanità: lo Spirito Santo (Cf  Gv  4; 7,37-39).

 

5)                  L’uso di un ramoscello d’issopo.

 

 L’uso di un ramoscello d’issopo nella scena della morte di Gesù ha suscitato differenti interpretazioni, possiamo dividerle fondamentalmente in due categorie:

a) una parte degli autori (per es. J.H. Bernard, A. Wikenhauser, R. Bultmann, R. Schnackenburg) afferma che «l’issopo» è un ramoscello fragile e non può reggere una spugna imbevuta d’aceto da accostare alla bocca di Gesù. Inoltre essi ritengono che il termine u[sswpoj risulta da un errore di trascrizione dei manoscritti di usswj che vuol dire «il giavelotto» del soldato;

b) l’altro gruppo degli studiosi (Lagrange, Bauer, Loisy, J.H. Bernard, C.K. Barrett, R.H. Lightfoot, I. De la Potterie, R.E. Brown ) sostiene che Giovanni abbia usato l’issopo, anche se non è adatto a sostenere una spugna imbevuta d’aceto, perché aveva in mente gli episodi dell’AT in cui esso è adoperato per aspergere il sangue dell’agnello sugli stipiti delle porte in modo che gli Israeliti si salvassero. Alla luce dell’uso dell’AT, il quarto evangelista vuole evidenziare che la morte di Gesù ha un significato salvifico come quello dell’agnello.

 

6)                  Gli offerenti dell’aceto.

 

 Il vino acidulo, che è stato offerto a Gesù, è una bevanda che veniva  data di solito a coloro che erano condannati alla crocifissione, per dare un pò di sollievo alle loro sofferenze fisiche. Era anche un vino che i soldati romani bevevano,  quindi può essere considerata come una bevanda di uso comune da parte dei soldati. La maggior parte degli studiosi ritiene che coloro che offrirono il vino acidulo a Gesù crocifisso fossero i soldati romani, ma qualcuno, in modo particolare  Y. Simoens, mette in dubbio che siano stati essi ad offrirlo a Gesù poiché Giovanni, nelle altre scene che si svolgono sul Golgota, alcune volte mette esplicitamente il nome «soldati», mentre in questa pericope (Gv 19,28–30) egli si serve del verbo alla terza persona plurale, che può avere come soggetto coloro che stanno vicino alla croce, notando che essi non sono solo gli unici presenti ma ci sono anche altre persone; gli amici di Gesù (le donne  e il discepolo amato), che potevano essere gli offerenti del vino acidulo per placare la sete di Gesù. L’ipotesi di Y. Simoens è anche basata sul fatto che, nel racconto della passione, a differenza dei sinottici, non troviamo nessun insulto da parte dei soldati o dei sommi sacerdoti, e nei sinottici l’offerta del vino acidulo è considerata come un gesto di insulto e di disprezzo, in quanto Giovanni, evitando tutte le scene di insulti nel suo racconto non avrebbe dato spazio proprio in questo momento così importante della sua teologia ad un gesto oltraggioso, che avrebbe modificato il suo pensiero teologico. Perciò quest’autore pensa che i soggetti dell’offerta del vino non necessariamente erano «i soldati romani», ma potevano anche essere il gruppo degli amici di Gesù ad offrire il vino, per partecipare così fino alla fine alla missione.

 

7)                  Gesù riceve l’aceto.

 

R. Schnackenburg vede nel gesto di Gesù che riceve l’aceto la Sua libera accettazione della morte, in riferimento a Gv 18,11. Invece R.H. Lightfoot sostiene che Gesù, prendendo l’aceto, alla luce di Mc 14,25, inizia già dalla croce una fase nuova del regno di Dio. Y. Simoens cerca di dimostrare che gli offerenti d’aceto sono gli amici di Gesù tale gesto diventa una partecipazione attiva da parte dei discepoli alla Sua morte salvifica. Egli, ricevendo l’aceto offerto da loro, a differenza dei sinottici in cui abbiamo visto che lo rifiuta, manifesta un consenso  all’unione col gruppo, che cerca di soddisfare la Sua sete.

 

8)                  Reclinando il capo, consegnò lo Spirito.

 

Alcuni esegeti (per es. Loisy, R.H. Lightfoot, I. De la Potterie, D. Marzotto, R.E. Brown, S.A. Panimolle) notano anche nell’ultima parte della pericope kai. kli,naj th.n kefalh.n pare,dwken to. pneu/ma una presentazione anomala di una morte normale: cioè di solito il morente prima spira e poi dovrebbe reclinare il capo, ma nella morte di Gesù il morente prima «reclina il capo» e poi «consegna lo Spirito». Secondo questi autori Giovanni ha volutamente descritto la morte in tale maniera per indicare che, anche fino all’ultimo respiro, Gesù è padrone della Sua vita, ed è Colui che dona il Suo Spirito alla nuova comunità costituitasi sotto la croce.  Alla luce di Gv 13,1 qualche autore (Lagrange) interpreta in tal modo l’espressione «consegnare lo Spirito»: Gesù, ritornando definitivamente al Padre, consegna il Suo spirito nelle Sue mani. J. H. Bernard, R. Bultmann, R. Schnackenburg ritengono che la locuzione «reclinando il capo, consegnò lo Spirito», potrebbe essere sinonimo delle espressioni sinottiche, che descrivono la morte di Gesù. Per questi ultimi, l’interpretazione del dono dello Spirito Santo dalla croce non convince molto, perché in Gv 20,22 troviamo un’esplicita citazione che riguarda tale dono. R.H. Lightfoot, H. Strathmann, invece, intendono l’espressione «reclinare il capo»: Gesù, dopo aver compiuto tutta l’opera, a Lui affidata dal Padre, «posa» il capo sulla croce definitivamente.

Dopo aver individuato le problematiche discusse dai diversi esegeti, riguardo alla pericope sulla morte di Gesù (Gv 19,28-30), noi, tenendo presente tali questioni e le molteplici interpretazioni, proseguiremo con il nostro lavoro partendo dall’analisi della struttura e dell’organizzazione del nostro testo.

 

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