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Capitolo II - parte 2

 

5.       La crocifissione, la morte e la sepoltura (19,16b-42).

 

Dopo aver individuato la posizione centrale della sezione, che ha unità di luogo nel Golgota (19,16b-42), possiamo constatare come questa sezione centrale può essere divisa in varie unità minori. Essa (19,16b-42) comprende tutte le scene che avvengono nel luogo detto «Golgota» in cui viene collocata la pericope della morte di Gesù. Questa sezione viene divisa in cinque scene, basandosi sui vari personaggi e il cambiamento delle scene che avvengono prima e dopo la morte di Gesù. Innanzitutto in 19,17 possiamo vedere il cambiamento del luogo dal «pretorio» al «Golgota» con una precisa indicazione spaziale in 19,17, «essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota».

 

5.1.     L’unità letteraria della crocifissione, la morte e la sepoltura (Gv 19,16b-42).

 

Questi seguenti elementi indicano l’unità letteraria della sezione:

 

a)      Sia nei vv. 17.20 che nel v.41 troviamo il termine to,poj, che indica il «luogo» della crocifissione in 19,17.20 e il luogo della sepoltura in 19,41. Esso determina l’unità letteraria della sezione       (19,16b-42).

b)      La citazione del nome di Gesù all’inizio dell’episodio della crocifissione (19,16b.18.19.20) può essere letta in parallelo con il Suo nome ripetuto nell’episodio della sepoltura (19,38.40.42).

c)       La ricorrenza del verbo «crocifiggere» in 19,18.20 si trova in parallelismo col v.41. È ancora più interessante notare l’espressione o[pou evstaurw,qh «luogo dove fu crocifisso» del v.20 con il v.41 all’aoristo passivo con la congiunzione o[pou «luogo dove fu crocifisso».

d)      Il verbo ti,qhmi «porre», utilizzato nel v.19, indica il gesto di Pilato di metter l’iscrizione sulla croce, e mentre nel v.42 lo stesso verbo è impiegato per indicare il gesto dei discepoli per seppellire il corpo di Gesù.

e)      La menzione dei Giudei in 19,20.21 e in 19,38.42 rafforza quest’unità letteraria.

f)        L’espressione tipica dell’adempimento della Scrittura del v.24, prima della morte di Gesù riguardante la divisione delle vesti di Gesù e la tunica inconsutile, va letta in parallelo con la stessa espressione ripresa nel v.36 dopo la morte di Gesù riguardante il non spezzare le gambe di Gesù. Sia nel v.24 che nel v.36 l’espressione i[na h` grafh. plhrwqh/| (affinché si adempisse la Scrittura) viene accompagnata da una citazione particolare dell’AT.

 

5.2.     L’organizzazione della pericope di Gv 19,16b-42.

 

Alla luce dell’unità letteraria che noi abbiamo appena evidenziato, possiamo anche dividere le unità minori della sezione in cinque parti:

 

5.2.1.        La crocifissione di Gesù (i vv. 16b-22).

 

La prima scena inizia dal v.16b e arriva fino al v. 22. In essa viene descritto il cammino di Gesù verso il «Golgota» (vv.16b-17), si ricordano gli altri due crocifissi ai lati di Gesù che sta al centro (v.18); l’iscrizione di Pilato sulla croce (v.19); la lettura dell’iscrizione da parte di molti Giudei (v. 20); l’obiezione dei sommi sacerdoti che vorrebbero cambiare le parole (v.21); la risposta negativa di Pilato ai sommi sacerdoti (v.22). Il nome di Gesù ricorre in questa scena quattro volte (vv.16b.18.19.20.), mentre il nome di Pilato ricorre tre volte (vv. 19.21.22). L’unità letteraria di questa scena viene determinata dal nome di «Pilato» (vv.19.22) e dal verbo gra,fw «scrivere» (vv.19.22). Il verbo «crocifiggere» nel v. 18 è  usato per mettere in rilievo che Gesù è crocifisso  con gli altri due mentre nel v.20 è impiegato nel senso che Lui è crocifisso vicino alla città dove i Giudei possono leggere quanto è scritto sulla croce.  In mezzo alle due ricorrenze del verbo «crocifiggere» troviamo il motivo per cui Lui era condannato sulla croce e tale motivo lo troviamo nel v.19 : «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». 

 

5.2.2.        La tunica inconsutile e l’unione reciproca fra la madre di Gesù e il discepolo amato (vv. 23-27).

 

La seconda scena inizia col v.23 con l’introduzione dei «soldati». L’unità  letteraria di questa scena va determinata dal verbo lamba,nw, che ricorre nel v.23 e che si riferisce al gesto dei soldati di «prendere» le vesti di Gesù, mentre nel v.27 lo stesso verbo indica il gesto del discepolo che «accoglie» la madre di Gesù. I soldati sono dei protagonisti nei vv.23-24, mentre nei vv. 25-27 i protagonisti sono i discepoli. Inoltre il verbo sci,zw (dividere), utilizzato in questo contesto con la negazione, cioè «non dividere» (mh. sci,swmen), simboleggiato dalla tunica inconsutile, sta in rapporto con l’unione reciproca fra il discepolo prediletto e Sua madre (vv.25-27). Sia il gesto dei soldati, che decidono di tirare a sorte la tunica inconsutile, che il gesto d’accoglienza della madre di Gesù da parte del discepolo amato vengono illuminati dal versetto centrale «affinché si adempisse la Scrittura» (v. 24b).

 

 

 

5.2.3.        La morte di Gesù (i vv. 28-30).

 

Nella pericope della morte di Gesù (19,28 – 30) in primo luogo possiamo notare il verbo tete,lestai «compiere» (vv.28.30), che in tutto il vangelo ricorre solo in questo contesto e determina l’unità letteraria della pericope dei vv.28-30 in cui avviene la morte di Gesù. In secondo luogo, a differenza delle altre scene, qui non notiamo la menzione degli altri attori o personaggi tranne il verbo impersonale prosh,negkan «accostarono», alla terza persona plurale, ma non viene indicato esplicitamente il soggetto del verbo. Solo il nome VIhsou/j «Gesù» (vv.28.30), che ricorre all’inizio e alla fine in questa pericope, rafforza tale unità letteraria, determinata dal verbo tete,lestai. In terzo luogo troviamo il verbo le,gw «dire», che ricorre per due volte e  il soggetto è sempre Gesù. La prima volta nel v. 28 il verbo le,gw precede diyw/ «ho sete» e la seconda volta nel v.30 è in rapporto con l’ultima parola tete,lestai. Alla fine possiamo anche definire un rapporto di parallelismo fra l’espressione «affinché si adempisse la Scrittura» del v. 28 con i vv. 24.26. Ma nel v. 28 viene utilizzato il verbo teleio,w mentre nei vv. 24.36 ricorre il verbo plhro,w.

 

5.2.4.        L’uscita del sangue ed acqua dal costato trafitto di Gesù. ( vv. 31-37).

 

La scena seguente a quella relativa alla morte di Gesù ( vv.31-37) inizia con il v.31 e va fino al v. 37. L’espressione meta. de. tau/ta «dopo queste cose» del v. 38 indica una separazione dall’episodio precedente. I protagonisti della scena sono «i soldati». Il vv.33.34 e nel v.36 ricorre l’espressione «non spezzare le gambe» stanno in parallelo, cioè da una parte i soldati non hanno potuto «spezzare le gambe» e  in esso l’evangelista l’interpreta come «adempimento della Scrittura». In tale maniera nel v. 34 il soldato trafigge il costato di Gesù forse per assicurarsi che Lui è già morto e d’altra parte nel v.37 l’autore si rifà ad un testo dell’AT «guarderanno a colui che hanno trafitto» come l’adempimento della Scrittura. Notiamo che i verbi usati per indicare «trafiggere» sono diversi, troviamo nu,ssw del v.34 e evkkente,w del v.37. Troviamo anche due gruppi opposti cioè da una parte i soldati, che agiscono indipendentemente dalla consapevolezza che così facendo potrebbero contribuire a far adempiere la Scrittura e dall’altra parte il «discepolo» rende testimonianza a questi fatti. Fra questi due personaggi che appartengono ai due gruppi opposti abbiamo la frase «ne uscì sangue e acqua» dal costato trafitto di Gesù (v.34b). Come vedremo nell’ultimo capitolo l’evangelista dà un rilievo particolare ad essa in rapporto con la morte di Gesù.

 

5.2.5.        La sepoltura di Gesù (i vv. 38-42).

 

L’espressione meta. de. tau/ta del v.38 determina uno stacco rispetto al v. 37. Questi ultimi versetti (vv.38-42) descrivono la sepoltura di Gesù vicino al luogo dove Egli è stato crocifisso. I due discepoli (Giuseppe di Arimatea e Nicodemo) sono gli attori principali di questa scena. I nomi di «Gesù» e dei «Giudei» che ricorrono sia nel v.38 che nel v.42, determinano l’unità letteraria di questa pericope.

 

 

5.3.     Il rapporto fra «la crocifissione di Gesù» (vv.16b-22) e «la sepoltura di Gesù» (vv.38-42).

 

 Innanzitutto possiamo dire che da una parte i vv.16b-22 descrivono come Gesù viene crocifisso e dall’altra i vv.38-42 raccontano come Gesù viene sepolto. La prima scena inizia il racconto della crocifissione e l’ultima scena si conclude con quello della sepoltura. In tutte due le scene abbiamo una precisa indicazione spaziale del luogo della crocifissione: l’espressione fondamentale del luogo della crocifissione «dove lo crocifissero» (v.18) va messa in parallelo con il v.41 «nel luogo dove era stato crocifisso». Il termine to,poj del v. 17 indica un luogo particolare della crocifissione, mentre nel v.41 to,poj indica il luogo specifico della sepoltura. Il ruolo di Pilato sia nella scena della crocifissione (vv.19.21.22) che nella sepoltura (vv.38) è molto evidenziato.

 

5.4.     Il rapporto  fra «l’episodio dell’unione reciproca fra la madre di Gesù e il discepolo amato» (vv.23-27) e «l’episodio della sepoltura di Gesù» (vv.31-38).

 

   In primo luogo possiamo mettere in evidenza in tutte e due le scene la frase «affinché si adempisse la Scrittura» (vv. 24b.36) seguita da una citazione biblica (vv.24b.37). In entrambe le scene possiamo sottolineare da un lato l’atteggiamento dei soldati che compiono dei gesti (dividere le vesti, tirare la sorte per la tunica inconsutile nei vv. 23-24 e non spezzare le gambe e il trafiggere il costato nei vv.31-34)  mentre nessuno dei personaggi sa che i loro gesti avrebbero avuto un significato profondo, cioè l’adempimento della Scrittura. Si può notare anche un rapporto tra l’atteggiamento del discepolo amato nell’accogliere la madre di Gesù (vv.25-27) e nel rendere testimonianza di quello che ha visto uscire dal fianco trafitto di Gesù (v.35).

Alla luce di questi rapporti fra vari episodi, possiamo mostrare la divisione della sezione della crocifissione, morte e sepoltura di Gesù (19,16b-42) nella seguente struttura concentrica:

 

i vv.16b-22

 

 

:La crocifissione di Gesù.

< ------------>

La sepoltura di Gesù:

i vv.38-42

i vv.23-27:

 

 

La tunica inconsutile e l’unione reciproca fra la madre di Gesù e il discepolo amato

< ------------->

L’uscita del sangue ed acqua dal costato trafitto di Gesù:

 

 

i vv.31-37

La morte di Gesù

 (vv.28-30).

   

 

6.       L’organizzazione della pericope della morte di Gesù (19,28-30).

 

L’espressione iniziale della pericope meta. tou/to implica una continuità fra i due episodi . (Cf  Gv2,12;11,7.11). Tale espressione rimanda all’episodio appena accaduto precedentemente (19,25-27). Possiamo notare che nella prima parte del v.28 si evidenzia la piena consapevolezza di Gesù davanti alla Sua morte in relazione con il compimento di tutte le cose. Possiamo dire che Gesù, dopo aver compiuto l’affidamento reciproco fra Sua madre e il discepolo amato, è consapevole che «ogni cosa» è stata portata a perfezione (tete,lestai). La seconda parte del v.28 comincia con la congiunzione i[na. Anche in questa parte del versetto troviamo un verbo che indica l’adempimento della Scrittura (teleio,w)  e troviamo in seguito la richiesta di Gesù: diyw/. In tutto il v.29 il quarto evangelista fa una lunga descrizione sul gesto dell’offerta dell’aceto in risposta al desiderio di Gesù. Nella prima parte del v.30 Gesù prende l’aceto e dice «tutto è compiuto» (tete,lestai),  nella seconda parte del v.30 Gesù muore consegnando lo spirito. In questa organizzazione della pericope dobbiamo tener conto che Gesù è il soggetto principale nei vv.28.30 e quasi tutti i verbi e gesti si riferiscono a Lui. Solo infatti nel v.29 il verbo impersonale prosh,negkan è menzionato alla terza persona plurale (discepoli o soldati).  Basandosi sulla distribuzione dei due soggetti in maniera alternativa possiamo dividere la pericope in tre parti[19].

 

Gesù

v. 28

Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: “ Ho sete ”.

 

 

 

Essi

 

v.29

Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò

una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e

gliela accostarono alla bocca.

 

Gesù

v.30

 E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: “Tutto è compiuto! ”.

E, chinato il capo, spirò.

 

 

 

 

 

 

 

CRITICA TEXTUS [20]:

28  Meta. tou/to eivdw.j o` VIhsou/j o[ti h;dh pa,nta tete,lestai( i[na teleiwqh/| h` grafh,( le,gei\ diyw/Å

 29  skeu/oj e;keito o;xouj mesto,n\ spo,ggon ou=n mesto.n tou/ o;xouj u`ssw,pw| periqe,ntej prosh,negkan auvtou/ tw/| sto,matiÅ

 30  o[te ou=n e;laben to. o;xoj Îo`Ð VIhsou/j ei=pen\ tete,lestai( kai. kli,naj th.n kefalh.n pare,dwken to. pneu/maÅ

 

Dal punto di vista della critica testuale, questa pericope presenta qualche difficoltà.

Al v.28 il verbo eivdw.j sta ad indicare la consapevolezza di Gesù, e viene portato dai codici א A Ds L N W  Θ f 1. 33.565. 579. 700. 1241. l 844 pm vg, mentre alcune testimonianze sostituiscono il verbo eivdw.j con il verbo ivdw.n, participio aoristo del verbo o`ra,w. Questa variante viene attestata da K G Y f 13 (892s). 1424 pm a bo.  Poichè il verbo eivdw.j viene attestato dai codici più antichi e più significativi su indicati, possiamo ritenere più certo l’uso del verbo eivdw.j.

Il verbo teleiwqh/, che indica in questa pericope il compimento della Scrittura come attesta il testo, ha una variante in cui si usa il verbo plhrwqh/|\. Essa appare in alcuni manoscritti: א Ds Θ f1.13 . Nella logica giovannea il verbo plhrwqh/| dovrebbe apparire in questo contesto, come nelle altre volte in cui esso è utilizzato, in stretto rapporto con l’adempimento della Scrittura (vedi 19,24.36), mentre il verbo teleiwqh/ (vedi Gv 4,34; 5,36; 17,4) è utilizzato per adempire l’opera che gli è stata affidata dal Padre.  In questo contesto seguendo le norme della lectio difficilior pensiamo che sia più autentico il verbo teleiwqh come il testo di XXVIII edizione di Nestle–Aland ci propone.

Una grande difficoltà nella pericope presa in considerazione, si trova nel v. 29. La frase spo,ggon ou=n mesto.n tou/ o;xouj u`ssw,pw| periqe,ntej che signfica  «spugna piena d’aceto avendola posta intorno a issopo»,  è attestata da א2* omette tou/) B L W Y  1 33 565  itb,e, (ff2), (n), v copsa mss, pbo, ach2 salv Cyrillem . Tale espressione del v. 29 porta due varianti.  La prima variante porta:  oi de. plh<santej sponggon oxouj (+ meta colhj f 13 q syh**) kai usswpw periqentej che signfica «fissatala a un issopo», è  attestata da A Dsupp f 13 e dalla maggioranza dei manoscritti, e dalla tradizione syriaca (sy) e boharica (bo).  La seconda variante riporta oi de. plhsantej sponggon tou oxouj meta colhj kai usswpw, kai periqentej kalamw  che vuol dire «riempita una spugna di aceto con fiele e fissatala a un issopo», è attestata da Q 892s. Le due varianti somigliano di più a Mt 27, 34.48; Mc 15,36 che affermano kai. periqei.j kala,mw . Questa variante potrebbe essere il risultato di un’influenza sinottica che sembrava più reale nella comprensione del senso testuale. Seguendo le norme della lectio brevior e della lectio difficilior, accettiamo la lezione che è stata attestata dai codici più certi e completi, quella che ci propone il testo della XXVII edizione di Nestle–Aland. 

Il termine u[sswpoj del v.29 indica un ramo di issopo che è molto fragile,

 è utilizzato qui per far arrivare alla bocca di Gesù una spugna imbevuta d’aceto per placare la sua sete. Un manoscritto (476*) dell’undicesimo secolo  legge  ussoj  cioè «una spugna imbevuta d’aceto fissatala a un giavellotto» che è molto appropriato nel contesto. Secondo C.J. Camararius il copista, non conoscendo la parola ussoj (in italiano «giavellotto» e in latino «pilum»), ha copiato il termine originale ussw periqentej come usswpw periqentej. Concordi a questa opinione alcuni traduttori moderni ( Moffatt, Goodspeed, Philips, C.K. Williams e Schonfield) preferiscono tradurre «giavellotto».  Invece noi preferiamo adottare il termine u[sswpoj come dice G.D Kilpatrick[21]. «Il giavellotto» non è usato dai soldati romani ma soltanto dalle «truppe legionarie» le quali sono state mandate in Giudea solo nell’A.D 66.  Il testo traduce u[sswpoj che è un ramo fragile e difficile a reggere la spugna imbevuta d’aceto. Quindi scegliamo il termine u[sswpoj invece che u/sso,j  secondo le norme della lectio difficilior.

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