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3.
L’uso di un
vaso e dell’issopo. Queste
due elementi (vaso – issopo) mancano totalmente nella tradizione
sinottica. Giovanni li utilizza solo nell’episodio della morte di Gesù
per farci conoscere ciò che sta accadendo. Non si tratta di
una morte qualsiasi, ma di
una morte che egli vuole rivelare con un significato preciso ed unico. 3.1.
L’uso dell’issopo. Molti
autori notano che l’issopo, che nel racconto serve durante i riti dell’ aspersioni rituali (Es 12,22; Lv 14,4; Nm 19,18;
Sal 50,1; Eb 9,19), è un ramo fragile che cresce sui muri. Una spugna
imbevuta d’aceto non può essere retta da un ramoscello d’issopo. A
livello pratico non è credibile[18].
Perciò i sinottici utilizzano ka,lamoj,
canna, che può reggere la spugna imbevuta d’aceto. Giovanni, pur
conoscendo il termine ka,lamoj, tuttavia non lo impiega (Cfr 3Gv 13; Ap 11,1;
21,15.16). Nell’AT
esso è impiegato nel contesto del rito della purificazione (Es 12,22; Nm 19,18; Sal 50,1; Lv 14,4.6.49.51.52).
Gli Israeliti usano l’issopo per spruzzare il sangue dell’agnello
sugli stipiti delle porte delle loro case, nel rito della purificazione
degli oggetti contaminati dalle cose impure ed anche nel caso di un morto
o di una persona uccisa. Nei
passi su indicati dell’AT l’uso d’issopo è appropriato alla sua
natura in quanto è un ramoscello fragile. Allora la domanda che noi ci
poniamo è questa: perché il quarto evangelista ha scelto l’issopo, che
veniva usato per spruzzare l’acqua nei riti della purificazione, per
porgere la spugna imbevuta d’aceto alla bocca di Gesù, se tale uso non
è possibile a livello pratico? Anche
se il parallelismo fra l’utilizzo dell’AT e di Giovanni non è
dimostrabile rigorosamente perché nell’AT è usato per aspergere il
sangue e l’acqua nei riti della purificazione e per salvare gli
israeliti dalla maledizione di Dio. Quindi il senso dell’issopo
fondamentalmente richiama ad un senso simbolico che ha nei riti della
purificazione dell’AT. È possibile che il quarto evangelista – anche
se per tale uso l’issopo non è proprio adatto – ha adoperato
ugualmente per alludere che Gesù morendo sulla croce «purifica»
l’umanità impura e peccatrice. Dall’altra parte l’issopo è
utilizzato per aspergere sia il sangue dell’agnello che l’acqua che
purifica gli impuri. L’immagine
dell’agnello e l’effetto salvifico del suo sangue dell’AT richiama
ad un altro passo dove solo Giovanni,
nei quattro vangeli, presenta Gesù come «l’agnello di Dio[19]
che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Se l’issopo nell’AT è
usato in rapporto con il sangue dell’agnello per salvare gli israeliti,
può essere che per il quarto evangelista Gesù muore come un nuovo
agnello pasquale che toglie i peccati del mondo. Tale interpretazione può
essere rafforzata nei versetti seguenti relativi alla morte di Gesù, dove
il «non spezzare le gambe» di Gesù, può fare riferimento all’agnello
le cui ossa non devono essere spezzate: «Questo
infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non sarà spezzato
alcun osso» (Gv 19,36) Questa
citazione chiama in causa i riferimenti del libro dell’Esodo 12,46 e Nm
9,12 riguardo all’agnello pasquale: «non ne spezzerete alcun osso…» (Es 12,46) «non
ne serberanno alcun resto fino al mattino e non ne spezzeranno alcun osso»
(Nm 9,12). L’autore
del quarto vangelo come aveva presentato Gesù all’inizio della vita
pubblica con l’immagine dell’«agnello di Dio che toglie il peccato
del mondo» (Gv 1,29.36), così vuole concludere la Sua vita con tale
immagine, cioè Gesù è il «nuovo agnello pasquale» il cui sangue è
versato per salvare i peccati del mondo. Alla fine possiamo concludere dicendo
che l’uso di un ramoscello d’issopo nella scena della morte di Gesù
potrebbe mettere in rilievo l’intenzione teologica dell’evangelista.
Non credo che l’evangelista vuole solo affermare che gli offerenti
d’aceto abbiano usato un ramoscello d’issopo per porgere la spugna
imbevuta d’aceto alla bocca di Gesù. Ma attraverso l’uso d’issopo
l’autore, alla luce dell’uso veterotestamentario,
voglia dire ai lettori che la morte di Gesù ha a che fare con la
purificazione del mondo. Tale prospettiva soteriologica della morte di Gesù
viene confermata dal paragone di Gesù come «l’agnello pasquale che
muore per il peccato del mondo». Quest’interpretazione
riceve maggiore credibilità se si considera anche che Giovanni descrive
la morte di Gesù, in maniera differente rispetto agli altri evangelisti,
per i seguenti motivi: a.
Egli colloca la morte di Gesù nel
giorno e nell’ora in cui venivano uccisi gli agnelli pasquali[20]. b.
Il non spezzare le gambe di Gesù ha
un riferimento con gli agnelli uccisi nei riti pasquali dell’AT,
le cui ossa non dovevano essere spezzate. c.
L’issopo è utilizzato nel rito
dell’aspersione per spruzzare il sangue dell’agnello per salvare il
popolo israelita. 3.2.
L’uso di un vaso sotto la
croce. L’interpretazione del vaso sotto la
croce può rafforzare l’ipotesi che la scena della morte può alludere
ad un contesto della puricazione. Nell’AT troviamo un passo molto vicino
al nostro testo, il quale prevede l’utilizzo di un «vaso» e un ramo «d’issopo»
(i quali vengono menzionati solo nel racconto giovanneo) per spruzzare l’acqua sugli impuri per purificarli: «per colui che sarà divenuto immondo si prenderà
la cenere della vittima bruciata per l’espiazione e vi si verserà sopra
l’acqua viva in un vaso (skeu/oj); poi un uomo mondo prenderà
l’issopo (u[sswpoj), lo intingerà nell’acqua e ne spruzzerà la
tenda, tutti gli arredi e tutte le persone che vi stanno e colui che ha
toccato l’osso o l’ucciso o chi è morto di morte naturale o il
sepolcro» (Nm 19,17-18). In questo passo i due elementi sono
usati insieme nei riti della purificazione. Negli altri passi dell’AT,
l’issopo (Es 24,8; Sal 50,9) e il vaso (Cf Lv 11,32.33; 13,49.52.57.58.59;
15,4.6.12.22.23.26; Nm 19,15.17.18;31,20) sono utilizzati separatamente
sempre nei contesti della purificazione. A questo punto prendiamo anche in
considerazione l’imperfetto passivo e;keito del
verbo kei/mai «giaceva» che è usato in rapporto con la
presenza di «un vaso» sotto la croce. Tale particolarità giovannea
riguardo al «vaso pieno d’aceto», si riscontra solo in poche altre
scene in tutto il vangelo. Oltre che nel nostro testo (Gv 19,29), troviamo
il verbo «giacere» nelle nozze di Cana
usato in rapporto con la presenza delle giare per la «purificazione»
(Gv 2,6), poi nel contesto della risurrezione per indicare la presenza dei
«teli di lino» nella tomba vuota (Gv 20,5.6.7), ed anche per indicare il
luogo dove «giaceva il corpo di Gesù» (Gv 20,12).
Ed infine è adoperato per indicare nel racconto dell’apparizione
del risorto sia la presenza della «brace» sia quella del «pane e dei
pesci» (Gv 21,9). Il verbo kei/mai in tali scene è adoperato in stretto
rapporto con quegli elementi (le giare, i teli di lino, la brace, il pane
e il pesce ) per mezzo dei quali vuole proporre una rivelazione di Gesù.
Alla luce di questi passi la presenza di «un vaso pieno d’aceto» non
dovrebbe limitarsi ad indicare un significato ovvio, ma può avere a che
fare con una rivelazione che Gesù vuole proporre. Ci domandiamo: quale rapporto può
esistere tra «la rivelazione di Gesù» e «la presenza di un vaso sotto
la croce»? Quale rapporto il quarto evangelista stabilisce fra Gesù
morente e il vaso sotto la croce? Si può notare che l’utilizzo di un
vaso e dell’issopo in Gv 19,29 è ben diverso rispetto a quello
dell’AT (Nm 19,17-18). In Gv 19,29 infatti il vaso e l’issopo sono
utilizzati in rapporto con Gesù crocifisso e cioè per potergli dare
l’aceto. In Nm 19,17-18 invece tali elementi (vaso – issopo) sono
adoperati in relazione con le persone impure per purificarle. Il quarto
evangelista, prendendo tali elementi usati nei riti della purificazione,
collocandoli nel contesto della morte di Gesù, vuole forse servirsi di
essi per presentare Gesù come colui che purifica il mondo impuro mediante
la Sua morte. Alla fine possiamo notare che il vaso
sotto la croce, come l’uso dell’issopo, indica l’intenzione
teologica del quarto evangelista. Nel contesto della morte di Gesù questi
due elementi sotto la croce, usati in rapporto al Gesù crocifisso,
richiamano i riti della purificazione dell’AT. 4.
L’ultima parola di Gesù:
tete,lestai. Tete,lestai, costituisce l’inclusione di
questa pericope, mettendo in rilievo l’adempimento della missione di Gesù
per ben 2x. Nel v. 28 Giovanni sottolinea che Gesù era conscio d’aver
portato tutto a termine. Tale consapevolezza viene confermata da Gesù
stesso nel v.30. Con quest’ultima parola l’evangelista vuole dire
ancora un’altra volta che Gesù, fino alla fine, è padrone della Sua
vita. Egli muore solo dopo aver compiuto tutta la Sua opera affidatagli
dal Padre. Perciò la morte del Gesù giovanneo non è una conseguenza del
complotto degli avversari, ma è Gesù stesso che accetta la Sua morte
solo quando compie tutta la Sua missione terrena. Quindi quest’ultima
parola del Gesù giovanneo: «è compiuto!», è interpretata da alcuni
autori come un grido di vittoria da parte di Gesù, per indicare che
nessuno può impedire la Sua missione fino alla fine della Sua vita. Solo
Lui può decidere, anche nel momento drammatico della croce, quando vuole
consegnare definitivamente il Suo spirito (v. 30b). In apparenza sembra
che gli avversari di Gesù con la crocifissione gli vogliano togliere la
vita, ma in verità è Gesù che consegna se stesso quando si rende conto
di aver adempiuto la volontà del Padre. 5.
Reclinando il capo, consegnò lo Spirito. Questa
è una descrizione anomala della morte umana[21].
Abbiamo già detto che, se si deve descrivere la morte di una persona, si
dice: «consegnando lo Spirito, reclinò il capo», cioè il «reclinare»
il capo è la conseguenza dell’ultimo respiro. Anche con questa
espressione inconsueta Giovanni non si limita solamente a descrivere la
morte di Gesù, ma vuole mettere in evidenza il significato preciso di
tale morte. I verbi qui impiegati sono diversi da quelli adoperati dagli
altri evangelisti. 10.1
. Reclinare il capo. In
tutto il quarto vangelo il verbo «reclinare» appare solo in questo
passo. L’espressione «reclinare il capo» potrebbe richiamare alcuni
passi sinottici in cui Gesù
usa la stessa espressione «reclinare il capo», in senso di riposo: Gli dice Gesù: «Le volpi hanno tane
e gli uccelli del cielo nidi, ma il Figlio dell' uomo non ha dove
reclinare il capo» (Mt 8,20 Cf Lc 9,12.58;
24,5;29). Ciò
può significare anche nel quarto vangelo che Gesù dopo aver compiuto
tutta la Sua missione terrena
manifestando il Suo amore verso i Suoi (19,25-27) e portando a perfezione
tutta l’opera affidatagli dal Padre, consapevolmente e liberamente
reclina il Suo capo sulla croce. Il gesto di «reclinare il capo» che si
trova, dopo l’ultima parola di Gesù tete,lestai e prima di «consegnare il Suo
spirito», potrebbe indicare una morte libera e volontaria da parte di Gesù.
Il «reclinare il capo di Gesù» potrebbe sembrare anche la sintesi di ciò
che il quarto evangelista ha anticipato nell’episodio del buon pastore
riguardo alla Sua morte: «..perché io offro la mia vita per riprenderla
di nuovo. Nessun me la toglie, ma la offro da me stesso. Ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla» (Gv 10,18). Anche in
19,30b l’evangelista dice indirettamente che il gesto di «reclinare il
capo» non è la conseguenza della crocifissione ma una libera volontà di
Gesù. Gli avversari credono di averlo condannato alla morte ma in verità
è Gesù che offre la Sua vita come un segno dell’amore verso l’umanità.
Il «reclinare il capo» di Gesù sulla
croce potrebbe essere un gesto simbolico attraverso il quale
l’evangelista descrive la Sua morte. Come il buon pastore offre la Sua
vita per le pecore così Gesù offre se stesso per l’umanità ed esprime
il Suo amore definitivamente mediante la consegna del Suo spirito, come
vedremo in seguito. Forse
potrebbe essere utile anche esaminare in parallelo il significato del
verbo kli,nw
impiegato dall’evangelista Luca in 9,12 e 24,29 nel senso di «tramonto
della giornata». Tale significato dell’uso lucano potrebbe anche
illuminare il senso della morte di Gesù come un tramonto che aspetta
presto un’alba nuova e la luce della risurrezione[22].
10.2.
Gesù consegna lo Spirito[23]. Anche
«consegnare lo spirito» è un’espressione tipica giovannea. E il
rapporto fra «reclinare il capo» e «consegnare lo spirito»
indica qui la piena consapevolezza di Gesù che, con la Sua morte,
consegna il Suo spirito. L’evangelista Mt 27,50 usa «emise» (avfh/ken to. pneu/ma), mentre in Mc 15,37 e Lc 23,46
viene usato il verbo «spirare» (evkpne,w).
L’espressione «consegnare lo spirito» è insolita, non si trova in
nessun testo greco per indicare semplicemente che uno muore[24].
Ma quale «spirito» Gesù «consegna» attraverso la Sua morte? Alcuni
autori sostengono che pare,dwken to. pneu/ma è
un sinonimo delle espressioni sinottiche relative alla morte. Altri invece
interpretano che Gesù, morendo, dona il Suo spirito come un ritorno
definitivo al Padre. Affermano ciò facendo riferimento a Gv 13,1 nel
versetto in cui Gesù esprime da una parte il Suo ritorno al Padre e
dall’altra «l’amore per i suoi fino alla fine»: «Prima della festa di Pasqua, sapendo
Gesù che era venuta la sua ora per passare da questo mondo al Padre,
avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.»
(Gv 13,1) Per capire quale
spirito Gesù consegna dalla croce «Spirito Santo o spirito umano»
dobbiamo analizzare i seguenti elementi. 10.2.1.
Rapporto fra il dono dello Spirito Santo e il Gesù
glorificato. L’evangelista
Giovanni era stato attento ad anticipare già nel suo vangelo, quando
racconta la vita pubblica di Gesù, che Lui è il donatore dello Spirito.
Gesù dona «lo Spirito» nell’ora della glorificazione (Gv 7,39)[25].
Secondo alcuni autori la realizzazione della promessa del dono dello
Spirito Santo verrà solo in Gv 20,22 : «Detto ciò, soffiò su di loro e
disse loro: ricevete lo Spirito santo» da parte di Cristo risorto. Se il
dono dello Spirito Santo è legato alla glorificazione di Gesù (Gv
7,37-39), si può dire che nel quarto vangelo Gesù sulla croce non è
glorificato? Dobbiamo tener presente che nel vangelo di Giovanni la gloria
di Gesù non è legata solo alla risurrezione, ma è presente anche nella
vita pubblica di Gesù. Egli è già stato glorificato dal Padre: «L’ho
glorificato e glorificherò ancora» (Gv 12,28) e ancora troviamo in Gv
13,31: «ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato».
All’inizio della preghiera conclusiva dei Suoi ultimi discorsi,
Gesù chiede al Padre di glorificare il Figlio perché è venuta «l’ora»,
l’ora della morte in cui deve avvenire la gloria reciproca fra il Padre
e Figlio: «Glorifica il Figlio Tuo, affinché il Figlio glorifichi te» (Gv
17,1). Attraverso la morte il Figlio viene innalzato per poter attirare
tutti a sé (Gv 3,14; 8,28; 12,32). Questi passi possono illuminarci sul
fatto che Gesù, morendo sulla croce, manifesta la Sua gloria, viene cioè
glorificato dal Padre. Quindi da questo momento Gesù può dare lo Spirito
come aveva promesso in Gv 7,39: «Infatti non c’era ancora lo Spirito,
perché Gesù non era stato ancora glorificato».
Ma questa promessa è ormai adempiuta con la gloria di Gesù che si
manifesta nell’ora della morte. 10.2.2.
Rapporto fra il dono dello Spirito e la
testimonianza del discepolo. Abbiamo
già visto che il termine pneu/ma
è usato sempre per indicare lo «Spirito di Gesù», lo «Spirito di Dio»,
«lo Spirito di verità» e «il Paraclito». Lo Spirito è necessario per
poter avere la vita e rinascere di nuovo e dall’alto. Lo Spirito ha il
compito di «insegnare» e di «ricordare» ciò che Gesù è e ciò che
Gesù ha detto ai Suoi discepoli. Innanzi tutto lo Spirito abilita i
credenti a dare la loro testimonianza. In nessun altro vangelo, se non in
Giovanni, viene detto che uno dei discepoli già gli rende testimonianza
guardandolo morto sulla croce, perché nessuno era stato capace di leggere
gli eventi subito dopo la morte di Gesù, capendolo veramente: «colui
che ha visto ha testimoniato e la sua testimonianza è verace ed egli sa
che dice il vero, affinché voi crediate» (Gv 19,35). È
vero che anche nei sinottici troviamo una certa professione di fede da
parte del Centurione subito dopo la morte di Gesù ( Cf Mt 27,54; Mc 15,39; Lc 23,47). Il centurione è un pagano che
dimostra la Sua fede. Mentre in Giovanni la figura del discepolo è ben
diversa: prima di tutto perché è un discepolo che sotto la croce avendo
ricevuto un ruolo nuovo (vv. 19,25-27), testimonia la verità ed invita
tutti a credere[26].
Noi sappiamo bene che la testimonianza dei discepoli inizia dopo
l’effusione dello Spirito Santo (At 2,14 ss). Perciò la testimonianza
del discepolo è il frutto del dono dello Spirito Santo effuso dalla morte
di Gesù. Nel
quarto vangelo, l’uomo non può rendere testimonianza alla verità se
non nasce dall’alto (Cf Gv 3,3-8). Prima che un discepolo possa dare
testimonianza, deve essere istruito dallo Spirito Santo: «Ma
il Paràclito, lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome, egli
vi insegnerà tutto e vi farà ricordare tutto ciò che vi ho detto» (Gv
14,26) «Quando
verrà il Paràclito, che vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che
procede dal Padre, egli mi darà testimonianza; e anche voi mi date
testimonianza, perché siete con me fin dall’inizio» (Gv 15,26-27)
Come vediamo in Gv 15,26 la testimonianza dello Spirito Santo è la
causa principale della testimonianza dei discepoli. Per il quarto
evangelista era necessario dimostrare che la «testimonianza» del
discepolo sotto la croce (Gv 19,35) non è una «testimonianza» qualsiasi
ma è la «testimonianza» alla verità e ha la sua origine dallo Spirito
Santo. Il discepolo non potrebbe dare tale testimonianza da se stesso, se
non avesse ricevuto il dono dello Spirito santo. Solo esso può
trasformare la visione del vedente «colui che ha visto ha testimoniato»
(Gv 19,35) e può dare la capacità di
leggere gli eventi alla luce della fede. Alla
luce di questi passi, l’espressione «consegnare lo Spirito» nel
contesto della morte di Gesù può avere i seguenti significati: I.
In primo luogo può significare che Gesù consegna il Suo
spirito al Padre. Gesù muore facendo ritorno al Padre: «sapendo Gesù
che era venuta la Sua ora per passare da questo mondo al Padre» (Cf
13,1a). II.
In secondo luogo, l’espressione «reclinando il capo e
consegnare lo Spirito» può significare che Gesù, in quanto è
glorificato sulla croce, può consegnare il Suo Spirito, cioè lo Spirito
Santo al piccolo gruppo che si è formato sotto la croce rappresentato da
Sua madre e dal Suo discepolo amato. Gesù intende rimanere sempre con
essi per poter continuare la Sua missione terrena come un segno di amore :
«li amò sino alla fine» (Gv 13,1b). Tale dono dello Spirito Santo,
rende capace il discepolo di dare una testimonianza credibile: «la sua
testimonianza è verace ed egli sa che dice il vero». (Gv 19,35).
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